Il figlio compie 14 anni, il medico di famiglia dei genitori non può prenderlo in carico perché è in formazione: “Il limite di assistiti è inderogabile”
Nel momento in cui suo figlio ha compiuto 14 anni, il pediatra ha comunicato alla signora Marcon che non avrebbe più potuto tenere in carico il ragazzo: i colleghi sul territorio scarseggiano e preferisce lasciare qualche posto in più per i nuovi nati. Per Marcon, a questo punto, la soluzione più naturale sembrava quella di affidarlo al medico di assistenza primaria che già segue lei e il padre del ragazzo. Ma allo sportello la richiesta si è fermata: il ricongiungimento familiare non era possibile, la dottoressa non poteva acquisire un altro assistito, nemmeno trattandosi del figlio minorenne di due suoi pazienti. Aveva già raggiunto un massimale inderogabile.
È uno dei paradossi della medicina territoriale in cui sono finiti la signora Marcon e suo figlio – residenti in provincia di Varese, nel territorio dell’Asst Sette Laghi – ma che coinvolge molte famiglie: i figli diventano troppo grandi per restare con il pediatra, ma non hanno la possibilità di scegliere il medico di assistenza primaria che già segue entrambi i genitori. Il caso di Varese, al di là della soluzione individuata dall’azienda sanitaria per il ragazzo, mette in luce un meccanismo poco conosciuto: quello dei massimali imposti ai medici di medicina generale che stanno ancora completando il corso triennale di formazione.
All’inizio la famiglia ha fatto fatica a ottenere una spiegazione chiara sul perché il ricongiungimento familiare non fosse possibile. Il figlio di Marcon ha compiuto 14 anni a fine agosto. Qualche settimana prima la madre aveva chiesto alla pediatra di poterlo lasciare con lei fino ai 16 anni, possibilità prevista in alcuni casi. Ma la dottoressa aveva preferito liberare il posto: “Mi ha spiegato che c’è carenza di pediatri e che preferisce tenere disponibili quei pochi posti che si liberano per poter prendere i neonati. Mi è sembrata una scelta ragionevole”, spiega Marcon a ilfattoquotidiano.it. A quel punto, si è rivolta agli uffici dell’Asst per chiedere che il ragazzo passasse al loro medico di famiglia.
Ma qui è arrivato il blocco. “Appena ho detto il nome del mio medico mi hanno fermata: anche con il modulo firmato dalla dottoressa non avrebbero potuto assegnarle mio figlio”, racconta. E quando Marcon ha chiesto quale fosse l’alternativa, la prima risposta ricevuta è stata spiazzante: “Mi hanno detto che non c’erano altri medici disponibili e che mio figlio sarebbe rimasto senza medico. Per le necessità avrebbe dovuto rivolgersi alla guardia medica”. La stessa dottoressa, riferisce la madre, le aveva spiegato di essere disponibile ma di non poter superare il tetto previsto: “Mi ha detto: ‘Anche volendo, non potrei prenderlo’”. Questo perché la dottoressa è ancora iscritta al Corso di formazione specifica in Medicina generale, che dura tre anni. Può già lavorare come medico di famiglia grazie alle norme introdotte negli ultimi anni per fronteggiare la carenza di professionisti, ma proprio perché è ancora in formazione è sottoposta a limiti particolari sul numero degli assistiti.
La disciplina nasce a livello nazionale. L’articolo 12, comma 3-bis, del decreto legge 24 del 2022 ha previsto la possibilità per i medici iscritti al corso di formazione di assumere incarichi di assistenza primaria, fissando per loro un massimale di riferimento di mille assistiti, ridotto rispetto a quello ordinario. Dal 2025 la compatibilità tra il corso e l’incarico convenzionato è diventata strutturale. La ratio è evitare che il medico, ancora impegnato nelle attività formative, si trovi a gestire un carico eccessivo, con conseguenze sia sull’assistenza sia sul suo percorso di preparazione.
In Lombardia, l’Accordo integrativo regionale ha previsto alcune possibilità aggiuntive: i corsisti con un massimale di mille possono acquisire, in determinati casi, ulteriori scelte entro il 20%. E quelli iscritti al terzo anno possono chiedere di elevare il massimale fino a 1.500 assistiti. Ed è proprio il caso in cui si è trovata la signora Marcon. La dottoressa di famiglia è al terzo anno di formazione e ha già raggiunto la quota massima di assistiti. Come spiegato a ilfattoquotidiano.it dall’Asst Sette Laghi, per un medico ancora in formazione questo diventa un “limite assoluto”: 1.500 e non uno di più. Il sistema informatico utilizzato per la scelta e la revoca del medico blocca materialmente l’inserimento di un ulteriore nominativo. Nemmeno nel caso di richiesta di ricongiungimento familiare per un figlio minorenne. Una volta raggiunto quel tetto, per prendere in carico un nuovo assistito, il medico deve obbligatoriamente terminare il percorso di formazione.
La situazione del ragazzo, nel frattempo, è stata presa in carico dall’Asst, che ha proposto alla famiglia un altro medico. L’Azienda spiega, inoltre, che il consiglio dato alla signora Marcon in una prima fase, di “rivolgersi alla guardia medica”, è frutto di un errore di comunicazione allo sportello. Il caso specifico, dunque, è destinato a risolversi. Ma resta emblematico per raccontare una delle conseguenze meno visibili della carenza di medici di famiglia. Per reggere, la rete territoriale – così come avviene ovunque negli ospedali con gli specializzandi – utilizza sempre più spesso professionisti ancora in formazione per tappare i buchi di organico di un sistema sanitario nazionale definanziato che, altrimenti, farebbe fatica a stare in piedi.