Omicidio Diabolik, sette arresti: per il gip di Roma fu un delitto “con metodo mafioso” e contribuì a “clima di omertà”
“Una complessa e premeditata organizzazione del delitto”, compiuta in pieno giorno e qualificabile come un’azione “con metodo mafioso”, finalizzata ad agevolare il clan Senese. È questa la valutazione del gip del Tribunale di Roma nell’ordinanza che ha portato all’arresto di sette persone, gravemente indiziate, a vario titolo, di essere coinvolte nella regia dell’omicidio di Fabrizio Piscitelli, l’ultrà della Lazio conosciuto come Diabolik, ucciso il 7 agosto 2019 al Parco degli Acquedotti. L’ordinanza di custodia cautelare in carcere è stata emessa dal gip su richiesta della Procura di Roma-Direzione distrettuale antimafia ed eseguita nelle prime ore della mattinata dai carabinieri del Nucleo investigativo di Roma e dagli agenti della Squadra mobile.
Il clan
I sette arrestati sono gravemente indiziati, a vario titolo, di omicidio aggravato dal metodo mafioso, estorsione con armi da guerra, tentato omicidio e associazione finalizzata al narcotraffico. L’inchiesta punta a ricostruire la presunta regia criminale che avrebbe portato all’esecuzione di Piscitelli, assassinato in pieno giorno all’interno del parco romano. Tra le figure indicate dagli investigatori come centrali nella vicenda c’è Michele Senese, storico capo dell’omonimo clan. Secondo la ricostruzione accusatoria, sarebbe stato il mandante apicale e avrebbe fornito un assenso preventivo ritenuto determinante per l’uccisione di Piscitelli. L’azione punitiva, secondo gli inquirenti, sarebbe servita anche a riaffermare il potere del clan nei confronti di un proprio affiliato.
Contesto criminale
Per il gip, però, la portata dell’omicidio va oltre la sola eliminazione della vittima. Il delitto, si legge nella ricostruzione contenuta nell’ordinanza, avrebbe contribuito a generare “un diffuso clima di assoggettamento e omertà” sul territorio romano. Un effetto che il giudice individua anche nell’“evidente reticenza” manifestata dai testimoni oculari e da alcuni dei sodali più stretti di Piscitelli. Secondo il gip, l’omicidio si inserirebbe dunque in un contesto criminale più ampio, caratterizzato dall’egemonia del clan Senese nell’area in cui venne consumato l’agguato e dall’uso di modalità capaci di produrre un effetto intimidatorio ben oltre il singolo obiettivo dell’azione.
Le indagini, condotte attraverso intercettazioni telefoniche e ambientali e l’analisi di chat criptate, hanno inoltre consentito agli investigatori di raccogliere, secondo l’accusa, gravi elementi indiziari sull’esistenza di un accordo criminoso tra diverse compagini delinquenziali operanti a Roma. Un’intesa che sarebbe stata finalizzata a tutelare e regolare i rispettivi interessi nel lucroso mercato del narcotraffico. È in questo scenario che gli inquirenti collocano la presunta decisione di eliminare Piscitelli e la successiva organizzazione dell’agguato.
I pm: “Senese mandante apicale”
Nella ricostruzione della Procura, i gravi indizi raccolti riguarderebbero in particolare tre esponenti di primo piano della criminalità romana, indicati come presunti promotori e mandanti dell’omicidio. Senese è indicato come presunto mandante apicale. Secondo gli investigatori, avrebbe fornito l’assenso preventivo ritenuto determinante per l’eliminazione di Piscitelli. Il delitto, nella ricostruzione dell’accusa, avrebbe avuto anche una funzione punitiva: riaffermare il potere del clan su un proprio affiliato che, dopo essersi reso autonomo nel traffico di stupefacenti insieme a Fabrizio Fabietti, avrebbe smesso di corrispondere al gruppo la quota ritenuta dovuta sui profitti delle attività illecite. Le somme versate, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, sarebbero state nell’ordine di 2-3 mila euro al mese, a fronte di ingenti quantitativi di droga commercializzati.
I ruoli
Leandro Bennato è invece indicato come presunto mandante e organizzatore. Secondo l’impostazione investigativa, sarebbe stato al vertice di un gruppo criminale attivo in diverse aree della Capitale, dalla periferia sud-est, con riferimento a Tor Bella Monaca, fino alla zona nord-ovest di Casalotti e Primavalle. Bennato avrebbe deliberato l’eliminazione di Piscitelli anche per estrometterlo dal mercato della cocaina, considerandolo un concorrente scomodo, e conquistare il controllo criminale della zona della Tuscolana. Sempre secondo la ricostruzione degli inquirenti, Bennato avrebbe curato anche alcuni aspetti logistici dell’agguato, effettuando sopralluoghi preliminari e fornendo, il giorno dell’omicidio, supporto diretto a Raul Esteban Calderon, indicato come il presunto esecutore materiale. I due si sarebbero mossi a bordo di uno scooter rubato.
Un ruolo diverso, ma ritenuto decisivo nella preparazione dell’agguato, viene attribuito ad Alessandro Capriotti, indicato come presunto “gancio” e mandante. Broker di cocaina, secondo gli investigatori avrebbe concordato la trappola contro Piscitelli e fissato con lui un appuntamento apparentemente innocuo per le 19 del 7 agosto 2019, su una panchina del parco di via Lemonia. L’incontro, nella ricostruzione accusatoria, sarebbe servito ad attirare Diabolik nel raggio d’azione del sicario, che si sarebbe già trovato sul posto travestito da runner.
Il contrasto per la droga e l’escalation prima dell’omicidio
Per gli investigatori, dietro la decisione di uccidere Piscitelli ci sarebbe anche un precedente contrasto legato al traffico di cocaina. L’antefatto risalirebbe a due vicende che coinvolsero Capriotti e fornitori albanesi nel 2016 e nel 2018. Nel primo caso si sarebbe trattato dell’acquisto di 14 chili di cocaina, per un valore di circa 420 mila euro; nel secondo di un ulteriore carico di 10 chili. Piscitelli, storicamente collegato ai broker albanesi, si sarebbe inserito nella controversia per ottenere il pagamento di un debito che, secondo la ricostruzione investigativa, ammontava a circa 300 mila euro. Il contrasto sarebbe progressivamente degenerato fino a un episodio particolarmente grave avvenuto il 23 febbraio 2019 a Rocca di Papa.
Quel giorno, secondo gli elementi raccolti nell’indagine, Arindi Boci ed Enea Carka avrebbero agito su mandato di Piscitelli esplodendo quattro colpi con un fucile d’assalto AK-47 contro la porta d’ingresso della villa di Capriotti. All’interno dell’abitazione si trovava anche la figlia minorenne dell’uomo. L’attentato intimidatorio avrebbe rappresentato, secondo gli investigatori, un punto di svolta nella contrapposizione. Capriotti, sempre secondo la ricostruzione della procura, avrebbe quindi cercato protezione rivolgendosi a Giuseppe Molisso, al quale avrebbe consegnato anche orologi di lusso, e avrebbe maturato la decisione di eliminare il rivale.
Dopo l’agguato, la nuova spirale di violenza
L’uccisione di Piscitelli, secondo la ricostruzione contenuta nell’indagine, non avrebbe chiuso il conflitto ma dato avvio a una nuova fase della contrapposizione tra gruppi criminali. Subito dopo l’omicidio, i fedelissimi di Diabolik riconducibili alla fazione albanese guidata da Elvis Demce avrebbero avviato una serie di attività di ricerca e pedinamento per individuare i responsabili dell’agguato. Negli ambienti criminali, secondo gli investigatori, i sospetti sui mandanti si sarebbero concentrati in particolare su Giuseppe Molisso e Leandro Bennato.
L’attività investigativa avrebbe consentito di ricostruire, secondo l’accusa, una serie di “propositi omicidiari” maturati all’interno delle due fazioni contrapposte. Tra gli episodi al centro degli accertamenti figurano il tentato omicidio di Bennato, i tentativi di uccidere Fabrizio Fabietti e Matteo Costacurta e il progetto di eliminare Giuseppe Molisso, che sarebbe stato pianificato dall’albanese Elvis Demce insieme ad alcuni suoi sodali e allo stesso Costacurta. A completare il quadro della successiva spirale di violenza c’è infine l’aggressione avvenuta in carcere ai danni di Raul Esteban Calderon, indicato dagli investigatori come il presunto esecutore materiale dell’omicidio di Piscitelli e destinatario, secondo la ricostruzione accusatoria, della reazione degli albanesi. È un quadro che, secondo gli inquirenti, restituisce l’immagine di una guerra criminale combattuta attraverso alleanze, regolamenti di conti, intimidazioni armate e progetti omicidiari, con il traffico di stupefacenti come uno dei principali interessi economici in gioco.