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L’obiettivo principale dell’Accordo di Parigi è morto, ma il rapporto che ne parla nomina poco i fossili

L'uscita del rapporto Unep che ha chiuso le porte al target di Parigi dimostra che serve una nuova narrazione della crisi climatica
L’obiettivo principale dell’Accordo di Parigi è morto, ma il rapporto che ne parla nomina poco i fossili
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Non ho visto nessuno stracciarsi le vesti. Non certo quei fenomeni dell’Ue, che strillano come aquile e convocano riunioni d’emergenza ogni volta che scorgono qualcosa svolazzare sui propri confini volendo farci credere (sperando? mah) che arrivi dalla Russia perché così possono alimentare la loro stomachevole propaganda bellicista. Con cui hanno fatto digerire le armi, i “mercanti di morte” come li chiamava Papa Francesco (ops, dimenticavo che la dizione politically correct è “settore della difesa”, se no poi Crosetto chi lo sente), anche alla finanza sostenibile o “Esg” che già stava annegando nel greenwashing e con questa bella trovata è morta e defunta.

Il rapporto Unep Limiting Overshoot del 2 settembre ha certificato quello che moltissimi scienziati del clima dicevano da un pezzo: l’obiettivo principale dell’Accordo di Parigi è morto. Riposi in pace il famoso 1.5°C di aumento della temperatura globale rispetto all’era pre-industriale. A quante ondate di calore siamo arrivati quest’anno? Quante vittime hanno provocato nella sola Europa? Quanti altri eventi apocalittici come quello in Nepal bisogna mettere in conto? Ma niente, non succede niente.

Invece bisogna che succeda molto e molto rapidamente, almeno questo Unep lo dice. Però a cominciare, dico io, dalle parole. Perché le parole sono importanti. Cambiano la narrazione. Spingono ad agire. E così facendo cambiano il mondo. Ma bisogna usare le parole giuste.

Invece: prendo la press release del rapporto e per trovare la parola fossili devo prima bermi una decina di capoversi. Prendo i key messages, e fossili non c’è! Prendo l’Executive Summary del report, e fossili non c’è!! Per trovare fossili (che in un documento di 139 pagine compare solo 17 volte) devo arrivare a pagina 14! E tutto ciò nonostante a pagina 49 si dica chiaramente: “Le infrastrutture per i combustibili fossili, sia quelle esistenti che quelle pianificate, potrebbero superare del 120% le emissioni di CO2 compatibili con un aumento della temperatura globale di 1,5°C entro il 2030”. L’autorevolissimo Climate Analytics ha bollato il report come un invito all’apatia più che una chiamata alle armi, come invece doveva essere.

Allora anche basta. Io pretendo che l’Onu inizi a dire le cose come stanno e a farlo con le parole giuste, mettendo ordine fra le priorità. È acclarato che le fossili sono di gran lunga la prima e principale causa della crisi climatica? Allora voglio che in report del genere si parli di fossili nel titolo, nella prima riga, all’inizio dell’Executive summary! E che si chiarisca che lottare contro la crisi climatica vuol dire prima di tutto lottare contro le fossili e la finanza fossile che le sostiene.

Pretendo che l’Onu dica che crisi climatica vuol dire morte, period. Il disastro è sotto gli occhi di tutti, i disastri che potranno venire terrorizzano. La temperatura nella pentola si è alzata e la rana, stupida, che pensava di poterla sopportare si è accorta invece che o spegne il fuoco sotto la pentola, oppure schiatta, perché a saltar fuori non riesce più. Pretendo che chi ha sotto mano tutti i dati che servono, e l’Onu ovviamente li ha, non solo dica le cose come stanno ma imponga anche a quegli irresponsabili dei governi del mondo, che dall’Accordo di Parigi a oggi sono stati lì a pettinar le bambole, di mettere in pista alla velocità della luce le azioni che servono.

Con il Covid ci siamo chiusi in casa e imbavagliati con le mascherine di protezione, accettando decisioni unprecedented, perché ci hanno detto chiaro e tondo che se no rischiavamo di morire. Con la crisi climatica bisogna fare anche di più, perché non esiste vaccino. Bisogna pretendere azioni radicali e urgenti e accettarne le conseguenze. Perché le conseguenze dell’inazione sono molto (ma molto!) peggiori, come stiamo vedendo. Tutto il resto viene dopo.

Sulle parole, non c’è da inventare nulla ma da fare un back to basics. Una quindicina di anni fa spiccava il volo il movimento del fossil fuel divestment che fu decisivo per arrivare alla firma dello stesso Accordo di Parigi, come dichiarò Christiana Figueres, all’epoca Segretario esecutivo di Unfccc. Lo slogan del movimento era: “Se è sbagliato distruggere il clima, è sbagliato trarre profitto da questa distruzione”. Nella conferenza Youth4Climate che si tenne a Milano prima della COP26 di Glasgow del 2021, i giovani di fronte ai “grandi” della terra (c’era Draghi) affermarono a voce alta e inequivocabilmente le priorità d’azione: “We need to abolish, abolish fossil fuels industry!”. L’equazione alla base del Fossil fuel Treaty, l’iniziativa per un Trattato internazionale di Non-Proliferazione dei combustibili fossili che ha preso a modello il Trattato di Non-Proliferazione delle armi nucleari, è che le fossili sono le armi di distruzione di massa della nostra epoca.

Se lasciamo che a influenzare le decisioni che riguardano miliardi di persone, soprattutto quelle che verranno, continuino a essere i mercanti di “armi di distruzione di massa”, non c’è speranza. È quello che vogliamo? Io no! E di sicuro I’m not the only one. Iniziamo allora noi per primi a cambiare le parole.

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