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“Non si può essere femministi o ambientalisti se si mangia carne”: Anna Dalton e il nuovo libro sull’alimentazione vegetale. L’intervista

Allevamenti intensivi, tasse sui cibi veg e l'ipocrisia di chi difende solo alcuni diritti: in libreria "È facile smettere di mangiare carne se sai perché farlo"
“Non si può essere femministi o ambientalisti se si mangia carne”: Anna Dalton e il nuovo libro sull’alimentazione vegetale. L’intervista
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“Il fatto che alle COP per il clima servano carne a tutto spiano può essere la ragione per cui falliscono”. Comincia con una battuta ironica il colloquio con Anna Dalton, scrittrice, traduttrice e autrice di È facile smettere di mangiare carne se sai perché farlo (Fuori Scena editore). Un libro appassionato e brillante dove si mettono in fila tutte le ragioni che dovrebbero rendere inevitabile la scelta di non mangiare carne. Eppure, spiega Dalton, siamo ancora indietrissimo, “basti pensare che in tutti gli eventi culturali i panini sono quasi esclusivamente con gli affettati, penso al Salone del Libro, ad esempio. E mi chiedo, ma che senso ha invitare scrittori e intellettuali a parlare di sostenibilità se poi si serve la mortadella?”.

Ogni capitolo del suo libro si apre con una ricetta di carne di cui lei racconta l’”antefatto”, ovvero la macellazione dell’animale. Perché questa scelta?

Sì, questo libro lo chiamo anche “le ricette oneste”, perché penso che in tutte le ricette di carne manchi qualcosa: c’è scritto di prendere il pollo, il maiale etc. Ma la carne non è un ingrediente come il sale, in questo modo viene “oggettificato”.

Non mancano ovviamente nel libro, oltre a quelle etiche, le ragioni pratico-razionali per scegliere carne.

Oltre le ragioni etiche ce ne sono molte altre: smettere di mangiare carne fa bene alla salute, contrasta l’antibiotico resistenza ma anche le future pandemie, così come la crisi climatica.

Un tema centrale sono i dialoghi e le discussioni tra chi consuma la carne e chi no. Quali argomentazioni trova più contraddittorie?

Anche se sono già vent’anni che non mangio carne, mi fa riflettere il fatto che quando, ad esempio al ristorante, dico di non mangiare carne questa scelta venga sminuita, magari prendendomi in giro, come se non avesse senso o valore. Per questo nel libro ipotizzo l’introduzione di una sorta di “assistente morale” per le persone timide, per aiutarle nelle discussioni.

Lei nota come possa accadere che nelle coppie lui contrasti le scelte “veg” di lei.

Ci sono molti studi che dimostrano come a livello sociologico e psicologico il consumo di carne venga associato alla mascolinità, e quindi non mangiarne è percepita come una perdita di virilità. I “veri uomini mangiano bistecche” è una delle cose più stupide mai sentite.

Lei afferma che non si può essere davvero femministi, antirazzisti o ambientalisti se si mangia carne. È una frase forte.

Credo che sia abbastanza ipocrita preoccuparsi dei diritti di alcuni e non di altri. I diritti devono valere per tutti, soprattutto per chi non si può difendere da solo. Io trovo ad esempio abbastanza assurdo partecipare alle “pastasciutte antifasciste” in ricordo dei Fratelli Cervi e trovare solo condimenti di carne. Ripeto, o si difendono tutti o nessuno.

Altro tema chiave: la tassazione come bene di lusso di alimenti vegetali.

In Italia il latte vaccino è tassato al 4% come i beni di prima necessità mentre quello di soia è tassato al 22% come i prodotti di lusso. E non si può nemmeno più chiamare “latte” altrimenti si va incontro a sanzioni. La cosa triste è che al Parlamento Europeo molti esponenti del Pd si sono schierati insieme all’estrema destra per proibire l’utilizzo di denominazioni di origine animale per prodotti di origine vegetale. Mi sembra una cosa grave da parte di quello che si definisce “centrosinistra”.

Nel libro c’è anche una parte sul “vegging out”, quando su come decidere di comunicare che si è vegani.

C’è ancora molto giudizio, e a volte anche preoccupazione. Per questo sarebbe meglio, e più semplice, essere “nativi vegetali”, cioè esserlo fin da piccoli invece che “immigrati vegetali” cioè diventarlo nel tempo. I bambini vivono felicemente senza mangiare carne e la medicina moderna lo afferma con chiarezza.

A suo avviso non esistono allevamenti felici o migliori di altri?

Per me gli allevamenti non dovrebbero esistere. Ma dato che esistono è ovvio che bisogna puntare a rendere meno infernale la vita degli animali che ci vivono. In Italia però, ad esempio, il 95% della carne di maiale consumata proviene da allevamenti intensivi. Se gli allevamenti intensivi sono così tanti come è possibile che tantissime persone affermino che il proprio macellaio prenda la carne dal contadino che lascia liberi di pascolare i suoi animali nei prati verdi e poi aspetta che muoiano pacificamente di vecchiaia?

Nel libro lancia alcune proposte. Ce le spiega?

La prima riguarda la scuola. Credo che introdurre l’educazione alimentare a scuola sia importantissimo, molti bambini non hanno idea da dove venga il cibo e della sua importanza. In secondo luogo sarebbe fondamentale che la scuola pubblica avesse una mensa a base vegetale. Seguiti da medici nutrizionisti i bambini si abituerebbero così a mangiare legumi fin da piccoli ed evitare sprechi di carne. Almeno un pasto al giorno su due sarebbe equilibrato. L’ultimo punto è la chiusura progressiva di tutti gli allevamenti intensivi, insostenibili da un punto di vista ambientale nonché luoghi di tortura e morte che non dovrebbero avere posto in un paese civile.

Lei è a favore, comunque, di un vero e proprio ‘boicottaggio’ contro la carne.

Lo trovo un ottimo metodo non-violento per ottenere le cose. Dobbiamo chiudere i rubinetti dei soldi a chi inquina la terra e l’acqua, sfrutta gli animali e ci avvelena. L’industria della carne muove interessi enormi e come sempre i soldi vengono messi al di sopra di tutto.

Per concludere, ci racconta il sogno di cui parla nel libro?

Mi piacerebbe che diventasse la normalità andare in un qualsiasi ristorante con gli amici e vedere uno di loro chiedere: “Scusi, ma in questo posto avete anche opzioni carnivore?”. Ci vorrà ancora tanto, ma è l’unica alternativa che abbiamo. Ci vuole l’impegno dei singoli, ci vuole una politica che dimostri – per una volta – coraggio, ma si può fare.

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