La satira è intelligenza, Vannacci invece fa bullismo: terribile pensare che ci si possa divertire offendendo
di Samanta Di Persio, scrittrice
Non volevo credere ai miei occhi. Ho pensato davvero a un fake o a un profilo falso, quindi sono andata a verificare sulla pagina ufficiale di Roberto Vannacci. Invece, come San Tommaso, ho constatato che era stata davvero pubblicata la foto della giornalista Marianna Aprile, definita “meticcia” con la seguente didascalia: “Persona che, essendo di sinistra, non si sente abbastanza italiana da dirlo chiaramente e per non rischiare di sembrare di Destra”. Quest’ultima parola era scritta con la maiuscola, come se fosse ormai diventata un nome proprio per Futuro Nazionale. Del resto si vanta di aver inaugurato il dizionario della lingua italiana che a fine giornata dispensa definizioni di cui tutti gli italiani non potevano fare a meno.
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Dopo il video riprovevole in cui i leader dell’opposizione venivano rappresentati come condannati a morte sotto il pollice verso dell’imperatore Vannacci, ormai sembrerebbe lecito qualsiasi insulto che nulla ha a che vedere con la satira. La satira è intelligenza. La vera satira è sottile, graffiante, utilizza il sarcasmo per denunciare vizi, difetti e abusi di potere. Nacque come genere letterario indipendente nel mondo romano con autori come Lucilio e Orazio.
Ma sicuramente in serbo ci sono tanti vocaboli, al momento dedicati alle donne. L’ultima definizione è arrivata per Lilli Gruber, femminista: “Colei che accusa costantemente l’Italia di maschilismo e patriarcato, per poi schierarsi con coloro che provengono da culture ancor più maschiliste e patriarcali”. Forse si aspettano un appoggio dalla giornalista, perché con maschilismo e patriarcato sono sulla strada giusta.
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In quest’ultima estate, alle porte della campagna elettorale per le prossime elezioni parlamentari, stiamo assistendo a uno sfoggio di violenza verbale e di bullismo. Dietro la comunicazione del partito dell’ex generale, che cresce ogni giorno nei sondaggi, sembra nascondersi un atteggiamento fatto di risentimento e rivalsa. Come se alcuni fossero rimasti fermi alla propria adolescenza e potessero finalmente consumare la propria vendetta nei confronti di chi li prendeva in giro ai tempi della scuola.
Insomma, invece di evolverci e crescere, assistiamo a un’involuzione del linguaggio pubblico e, di conseguenza, della democrazia e della libertà. Fra i temi di civiltà, e sottolineo civiltà, che non appartiene né alla destra né alla sinistra, dovrebbe esserci il riconoscimento dell’altro in quanto individuo, indipendentemente – per esempio – dal suo orientamento sessuale.
Continuare a etichettare le persone non fa altro che frammentare la società, ampliando il divario tra individui che già oggi vivono una condizione di individualismo esasperato. Leggo sulla pagina di quello che spero non diventi mai un partito di maggioranza nel mio Paese che una delle priorità sarà proteggere le nuove generazioni dalla visione di trasmissioni che promuoverebbero il gender e i contenuti Lgbt. Come se fosse possibile reprimere la fame semplicemente ignorandola. Se una persona non si riconosce nel proprio sesso biologico o vive una diversa identità di genere, non lo scopre certo grazie a una trasmissione televisiva. Al contrario, attraverso testimonianze e racconti può sentirsi meno sola, meno diversa, meno sbagliata.
Il dialogo e il confronto sono gli strumenti che hanno sempre arricchito l’essere umano. Eppure sembra che si stia preparando un terreno favorevole all’annichilimento del dissenso e alla limitazione della libertà di espressione. Con questi mezzi, Futuro Nazionale rischia di contribuire alla diffusione di un clima di ostilità e contrapposizione.
È terribile pensare che ci si possa divertire offendendo qualcuno o, peggio ancora, augurandogli di finire in pasto ai leoni. Sono sentimenti di cui non abbiamo bisogno, soprattutto dopo le immagini delle guerre che ogni giorno scorrono davanti ai nostri occhi, conseguenza di decisioni che ricadono sulle persone pur essendo prese lontano da loro. E comunque, anche l’Impero Romano alla fine è caduto.