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T&E: “Con la guerra già 18 miliardi di extraprofitti per le compagnie petrolifere. Vanno tassati per sostenere i vulnerabili e ridurre la dipendenza energetica”

Se la guerra in Iran continua, stima l'organizzazione, entro fine anno si arriverà a 24 di utili straordinari in Ue per le attività di downstream e altri 67 miliardi che finirebbero ai produttori di greggio e ai Paesi esportatori attraverso le attività upstream. Di cui 4 a spese degli automobilisti italiani
T&E: “Con la guerra già 18 miliardi di extraprofitti per le compagnie petrolifere. Vanno tassati per sostenere i vulnerabili e ridurre la dipendenza energetica”
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Che i consumatori europei stiano pagando cara la crisi in Medio Oriente scatenata dagli attacchi di Usa e Israele contro l’Iran è ormai palese. E dalle trimestrali pubblicate nei giorni scorsi è emerso quanto le major europee delle fonti fossili abbiano al contrario tratto enormi benefici dall’aumento dei prezzi del petrolio. Ma quanta parte di quei profitti record deriva meramente dalla crescita delle quotazioni e quanta, invece, da un’espansione dei margini non giustificata? Secondo un’analisi di Transport & Environment, principale organizzazione europea di promozione della decarbonizzazione dei trasporti, gli extraprofitti lungo la filiera dei carburanti stradali hanno già toccato quota 4,9 miliardi per le attività di downstream, cioè raffinazione e distribuzione, e altri 13,3 miliardi sono stati intascati dai produttori di greggio e dai Paesi esportatori attraverso le attività upstream, cioè di estrazione e vendita. Andando avanti di questo passo, entro fine anno si arriverà rispettivamente a 24 e 67 miliardi. Di cui 4 a spese degli automobilisti italiani.

Perché serve una tassa

Di qui l’appello al governo italiano – dopo quello lanciato a metà aprile alla Ue insieme ad altre 30 organizzazioni tra cui Oxfam, Wwf, Can-Europe, Legambiente, Cittadini per l’Aria e Kyoto Club – perché vari a livello nazionale un’imposta sugli extraprofitti. Del resto Roma, con Spagna, Germania, Portogallo e Austria, aveva chiesto di agire proprio in quella direzione come aveva fatto nel 2022 con il “contributo di solidarietà” lanciato dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Salvo frenare dopo che Bruxelles ha deciso di non inserire l’ipotesi nel piano contro l’emergenza energetica Accelerate Eu chiarendo però che i Paesi favorevoli avrebbero potuto muoversi da soli. “Agire subito invierebbe un segnale di equità“, sottolinea la federazione. “Cioè che quando le compagnie petrolifere traggono profitto dai conflitti, quei profitti vengono condivisi con il pubblico che ne sopporta il peso”.

I proventi potrebbero poi essere usati per “sostenere le famiglie vulnerabili e garantire risorse per elettrificare i consumi energetici, a partire da quelli per la mobilità”, propone Andrea Boraschi, direttore di T&E per l’Italia. Secondo cui “il governo italiano deve smettere di spendere indiscriminatamente per sterilizzare il prezzo dei combustibili“, come sta facendo con il taglio delle accise: “È una politica che avvantaggia iniquamente la classi più abbienti. Dovrebbe piuttosto investire in misure strutturali per la riduzione dell’import di petrolio”.

I prezzi e i margini

Dopo l’inizio del conflitto, il 28 febbraio, il petrolio ha registrato il rialzo più rapido proprio dai tempi della guerra in Ucraina mentre, come annunciato dall’Agenzia internazionale per l’energia, le scorte mondiali si stanno esaurendo a un tasso record. Secondo il tracker elaborato da T&E sulla base dei dati del bollettino petrolifero settimanale della Commissione europea, da i prezzi medi europei alla pompa sono saliti a 1,98 euro per il diesel e 1,84 per la benzina, dai circa 1,6 del periodo pre-conflitto. L’impatto maggiore riguarda il gasolio e anche i margini sul diesel sono aumentati più di quelli della benzina perché l’Europa resta strutturalmente dipendente dalle importazioni di distillati medi, spiega l’analisi, e il Medio Oriente è tra i principali fornitori a basso costo.

L’organizzazione sostiene che una parte rilevante del rincaro dei carburanti non dipenda soltanto dall’aumento del prezzo del petrolio, ma dall’espansione dei margini nella raffinazione e nella distribuzione. Stando ai suoi calcoli, nella settimana precedente il 4 maggio (ultimo aggiornamento) per quanto riguarda il diesel 31 centesimi di rialzo dipendevano dai prezzi internazionali e 13 da un ampliamento dei margini. Per la benzina, le cifre sono rispettivamente di 18 e 1 cent. In Italia la ripartizione per il gasolio è sovrapponibile, mentre per la benzina i margini risultano negativi.

Le stime, va detto, dipendono da dati e ipotesi utilizzate. T&E ha di recente modificato il proprio modello sostituendo il Brent “front-month”, cioè i contratti future, con il Dated Brent, il prezzo dei carichi fisici destinati all’Europa. Il risultato è stato una sensibile riduzione delle stime degli extraprofitti downstream, mentre quelle upstream sono salite. C’è poi un’altra importante area di incertezza: non è dato sapere nel dettaglio quali strategie di copertura finanziaria stiano adottando le raffinerie europee per proteggersi dall’aumento del costo del greggio. I profitti effettivi potrebbero quindi risultare superiori oppure inferiori alle stime elaborate dal tracker.

Che cosa si può davvero tassare

Non tutti gli extraprofitti stimati da T&E sarebbero comunque concretamente tassabili in Europa. L’organizzazione distingue tra gli extra ricavi upstream, legati all’aumento del prezzo del greggio e destinati soprattutto ai Paesi produttori e alle compagnie petrolifere attive nell’estrazione, e quelli downstream, generati dall’espansione dei margini nella raffinazione e distribuzione. Solo questi ultimi sono considerati realmente alla portata di un eventuale prelievo europeo. I circa 67 miliardi di extra profitti potenziali upstream finirebbero in larga parte fuori dalla giurisdizione fiscale Ue. Anche sul downstream, però, la capacità di prelievo sarebbe parziale: T&E ricorda che circa il 20% del diesel consumato nell’Unione viene importato già raffinato, per cui una quota dei margini extra finisce a operatori esterni all’Europa.

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