Sorprende vedere Renzi accreditare Conte come interlocutore naturale: un bel cortocircuito
C’è un problema che nel centrosinistra si continua a fingere di non vedere: nel cosiddetto “campo largo” lo spazio per una cultura moderata, liberale, riformista e garantista si sta restringendo fino quasi a scomparire. E sorprende vedere Matteo Renzi, che per anni ha costruito la propria identità politica contro il populismo e il giustizialismo grillino, cercare oggi di convincerci che Giuseppe Conte sia diventato un interlocutore naturale.
L’intervento pubblicato ieri su Repubblica è emblematico. Il titolo è già un programma: “Conte ha ragione, sul ceto medio si gioca il voto”. Renzi sostiene che la sinistra debba superare gli eccessi woke, tornare alla questione sociale e parlare al ceto medio. Fin qui si può persino essere d’accordo. Il problema arriva subito dopo: per sostenere questa tesi Renzi finisce per accreditare proprio Conte, il leader di quel Movimento 5 Stelle contro il quale ha combattuto alcune delle sue battaglie politiche più nette.
È questo il cortocircuito. Non si può denunciare l’ideologia e poi dimenticare l’ideologia grillina. Non si può invocare il merito e archiviare il reddito di cittadinanza nella sua versione originaria, il Superbonus, il populismo fiscale e anni di propaganda contro le competenze. Non si può rivendicare il garantismo e far finta che non sia esistita una stagione segnata dal giustizialismo e dalle gogna mediatiche. Soprattutto non si può spiegare per anni che Conte incarnava una concezione opposta alla propria e poi presentarlo quasi come il compagno di viaggio necessario per “battere la destra”.
Il punto non è Conte in sé. È il prezzo politico e culturale che i riformisti stanno accettando di pagare pur di restare dentro il campo largo.
Renzi ha ragione quando scrive che bisogna occuparsi di scuola, sicurezza, innovazione, ambiente, costo della vita e ceto medio. Ha ragione anche quando critica una sinistra prigioniera di battaglie identitarie e linguaggi incomprensibili alla maggioranza. Ma allora dovrebbe portare questa critica fino in fondo. Perché il problema italiano non è il “woke” in senso americano. È una sinistra radical chic che troppo spesso parla a se stessa, mentre commercianti, professionisti, partite Iva, famiglie e lavoratori chiedono meno tasse, servizi migliori, sicurezza, sanità che funzioni e stipendi dignitosi.
Dentro questo perimetro convivono sensibilità molto diverse: Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni sul piano politico; e, nell’ecosistema culturale e mediatico che ruota attorno alla sinistra, figure come Francesca Albanese o Sigfrido Ranucci, ciascuno naturalmente con ruoli completamente diversi. Il problema non è censurare nessuno. È chiedersi se questo insieme di parole d’ordine, posture e battaglie sia davvero compatibile con un elettorato moderato, garantista, europeista e riformista.
Ed eccoci alla Leopolda. Renzi ha annunciato che la prossima edizione sarà dedicata a Itaca. La metafora è suggestiva. Ma se Renzi vuole indossare i panni di Ulisse, dovrebbe ricordare anche un dettaglio meno poetico: Ulisse arriva a Itaca da solo. I suoi compagni non ce l’hanno fatta.
Politicamente è una metafora fin troppo facile: in questi anni l’esercito riformista si è disperso, pezzo dopo pezzo, anche per errori di leadership, cambi di linea, rotture e ripensamenti.
Itaca dovrebbe essere non il racconto dell’ennesima alleanza, ma il luogo della verità. Tornare a casa significa tornare alle proprie idee, non adattarle all’alleato del momento.
C’era una vecchia formula: “un uomo, un’idea”. Applicarla oggi a Renzi è diventato difficile, almeno sul rapporto con Conte. Perché l’idea è cambiata troppo. E quando la politica cambia posizione può essere pragmatismo; quando cambia identità rischia di diventare irriconoscibile.
Il campo largo può forse sommare voti. Ma una coalizione non vive di aritmetica. Vive di una visione comune dello Stato, della giustizia, dell’economia, dell’Europa e della politica estera. Se su questi temi le distanze restano enormi, il centro riformista rischia di diventare il semplice correttivo elettorale di una coalizione la cui direzione culturale è altrove.
Prima di chiedersi come tornare a Itaca, dunque, Renzi dovrebbe rispondere a una domanda più semplice: qual è oggi la sua Itaca? Quella riformista, garantista e anti-populista che aveva promesso di costruire, oppure quella in cui, pur di restare nel campo largo, bisogna spiegare ogni giorno perché Conte, in fondo, aveva ragione?