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I piani di Trump per Washington vanno a ramengo: vedremo come andrà il voto di midterm

LE STORIE DEGLI ALTRI - I tentativi di Trump di lasciare un segno a Washington sono numerosi: alcuni già abortiti, altri tenuti sotto traccia, tutti controversi
I piani di Trump per Washington vanno a ramengo: vedremo come andrà il voto di midterm
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Le guerre di Trump vanno a ramengo, quelle che lui ha iniziato e quelle che prometteva di chiudere in un battibaleno. E le sue paci non se la passano meglio: quando ne annuncia una – un giorno sì e l’altro pure – riceve un coro di smentite, più o meno educate. Così, il magnate presidente si trastulla con diversi progetti architettonico-monumentali: nelle sue intenzioni, il suo lascito a Washington, se non all’America. E i media, soprattutto il Washington Post che gioca in casa, gli stanno dietro, più increduli e talora divertiti che scandalizzati.

Le due storie principali di questo filone sono quella della ‘reflecting pool’, lo specchio d’acqua artificiale lungo e stretto che va dal Lincoln Memorial al Washington Monument, l’obelisco che sta a metà del Mall, la spianata davanti al Campidoglio; e quella della sala da ballo della Casa Bianca, un’aggiunta ingombrante, ma – a detta del presidente – necessaria perché senza un salone delle feste non si può proprio stare.

Progetti grandiosi e/o campati in aria, tutti controversi
Ma i tentativi di Trump di lasciare un segno a Washington sono più numerosi: alcuni già abortiti, altri tenuti sotto traccia, tutti controversi. Bocciata, pare definitivamente, è l’idea di cambiare nome al Kennedy Center, il centro per le arti e gli spettacoli della capitale federale, facendone il ‘Trump Kennedy Center’. Un giudice ha sancito che il nome era stato deciso dal Congresso e può essere cambiato solo dal Congresso e ha ordinato di rimuovere la scritta ‘Trump’ già apposta – l’operazione è avvenuta senza pubblicità alcuna, mentre l’aggiunta era stata fatta in pompa magna.

Sono, invece, in pausa il progetto di un arco monumentale le cui dimensioni dovrebbero sormontare il Lincoln Memorial, su cui manca l’autorizzazione del Congresso – il tentativo di contrabbandare come tale l’ok a un progetto di oltre cento anni or sono, mai realizzato, di aggiungere due colonnine all’estremità del ponte che scavalca il Potomac al fondo del Mall, pare puerile – e l’idea d’abbattere gli alberi su Lafayette Square, la piazza antistante la Casa Bianca, per piantarne 47 nuovi, in onore – ovviamente – di Trump che è il 47esimo presidente degli Stati Uniti.

Lo stato dei progetti è difficile da stabilire con precisione, perché i ricorsi giudiziari si succedono, sul merito delle iniziative, sugli abusi di potere spesso impliciti e sulle procedure di assegnazione dei lavori spesso discutibili: di sentenza in appello, Trump spera sempre di trovare comprensione nella Corte Suprema, dove sei dei nove giudici sono conservatori (anche se il collegio gli ha già inferto qualche sconfitta, ad esempio sull’abolizione dello ‘ius soli’ e sul licenziamento arbitrario d’una governatrice della Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti, Lisa Cook).

La saga della ‘reflecting pool’ di MLK e Forrest Gump
Inaugurata nel 1922, lunga quasi 620 metri e larga poco più di 50, la ‘reflecting pool’ è la ‘piscina’ davanti a cui Martin Luther King pronunciò il 28 agosto 1963 il suo discorso ‘I have a dream’ (ed è quella dove Forrest Gump avanza con l’acqua alle ginocchia per andare incontro alla sua Jenny): un’icona di Washington, non particolarmente ‘glamour’.

A Trump, il colore non piaceva e lo stato delle acque, rese opache da alghe e sporcizie, neppure: ci voleva una bella pulizia, del resto periodicamente operata; ma il presidente ha voluto fare rifare tutta la pavimentazione, affidando i lavori a una ditta di sua fiducia – con costi a consuntivo ben superiori al preventivo.

Risultato: appena consegnata, la ‘reflecting pool’ s’è riempita di alghe come mai in passato. Colpa, probabilmente, di lavori fatti male e in fretta, lasciando spore che si sono rapidamente moltiplicate, complice l’estate torrida. Trump, che non riconosce mai d’avere sbagliato qualcosa, sostiene però che si tratti di sabotaggio: qualcuno ha inquinato le acque.

Ci sono stati anche degli arresti, fra cui quello di un ciclista ex olimpionico, ma alla fine la magistratura federale di Washington, guidata da Jeanine Pirro, una commentatrice giudiziaria di Fox News da lui messa a capo della procura della capitale federale, non ha incriminato nessuno, perché non si tratta di sabotaggio, ma di lavori mal fatti. E adesso Trump ce l’ha con Pirro, che rischia il posto, come tutti quelli che non s’adeguano ai capricci del presidente despota.

La sala da ballo dove nessuno, forse, mai danzerà
I lavori per la sala da ballo della Casa Bianca sono invece fermi, dopo che una Corte d’Appello federale ha confermato una sentenza di primo grado: per decidere di alterare in modo così importante il profilo e la struttura della Casa Bianca ci vuole un voto del Congresso.

Trump ha già dato disposizione di ricorrere alla Corte Suprema: la sua tesi è che lui non spende denari pubblici, bensì denari da lui personalmente raccolti grazie a generosi donatori. Il che è in buona parte vero, anche se i costi del progetto stanno lievitando. Quel che Trump non dice è che, però, i generosi donatori gli danno i soldi per la sala da ballo sperando – certo – di essere invitati alla prima festa, ma soprattutto aspettandosi che lui restituisca il favore con qualche suo ordine esecutivo, sull’energia, l’ambiente, le infrastrutture, o con qualche commessa sugli armamenti.

Il Washington Post avrà da scriverne ancora per mesi. Ma se il voto di midterm cambierà i rapporti di forza nel Congresso fra repubblicani e democratici, molte delle idee di Trump resteranno, o torneranno, nei cassetti. E la capitale federale degli Stati Uniti non si trasformerà in ‘Trump city’.

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