Caso Regeni, il diritto non può fermarsi davanti agli interessi
Dieci anni dal ritrovamento del corpo, per arrivare ad una prima verità giudiziaria sul caso di Giulio Regeni. Dieci anni è anche la condanna inflitta dalla Corte d’Assise di Roma a tre appartenenti ai servizi di sicurezza egiziani per il sequestro del ricercatore italiano.
Non si conosce ancora la motivazione della sentenza, né è possibile attribuire una responsabilità penale all’intero apparato egiziano. Ma una cosa è ormai accertata: tre colonnelli dei servizi egiziani sono stati condannati per il sequestro di un cittadino italiano. E adesso la domanda riguarda la politica: che cosa significa questa sentenza per i rapporti tra Roma e il Cairo?
L’Italia ha con l’Egitto rapporti economici, energetici e strategici, oltre a una cooperazione nel settore della sicurezza e della difesa. Una sentenza, peraltro non definitiva, non può certo giustificare l’interruzione di ogni rapporto con l’Egitto, ma nemmeno la mera presa d’atto della condanna. E la domanda è ineludibile: può essere tutto come prima, dopo una condanna della Corte di assise a dieci anni di reclusione, che riconosce il sequestro di un cittadino italiano ad opera di appartenenti ai servizi di sicurezza egiziani?
Ed è qui che il caso Regeni incontra, seppure su un terreno completamente diverso, la vicenda di Ustica. La strage del 27 giugno 1980, costata la vita a 81 persone, resta una delle ferite più profonde della storia della Repubblica. Per decenni la ricerca della verità è stata ostacolata da silenzi, versioni contraddittorie e difficoltà nell’accesso alla documentazione.
Ora, però, si apre uno spiraglio. La Francia ha manifestato la disponibilità a trasmettere all’Italia documenti relativi alla strage, compresi atti del ministero della Difesa francese, e a rispondere a ulteriori richieste italiane. La Procura di Roma intende proseguire gli accertamenti. Tutto ciò non significa che la verità su Ustica sia stata raggiunta, ma dimostra che la collaborazione di uno Stato può contribuire concretamente a riaprire una ricerca rimasta per decenni incompiuta.
È proprio questa collaborazione che l’Italia deve pretendere anche dall’Egitto.
La differenza è evidente: davanti a una richiesta di verità, un alleato può scegliere di mettere a disposizione documenti e collaborazione. Nel caso Regeni, invece, le autorità egiziane hanno contestato la legittimità del processo italiano e non hanno fornito quella cooperazione giudiziaria che Roma avrebbe richiesto.
Sono vicende diverse e non vanno sovrapposte. Ma pongono una questione comune: quanto vale la collaborazione tra Stati quando è la giustizia a chiederla?
L’Italia deve difendere i propri interessi energetici, economici e strategici, anche in Egitto, ma deve anche stabilire quali siano i limiti oltre i quali quegli interessi non possono prevalere sui principi stabiliti dallo Stato di diritto e dalla Costituzione repubblicana.
Per questo il governo dovrebbe chiarire quali conseguenze politiche e diplomatiche intenda trarre dalla sentenza Regeni e se la cooperazione nel settore della sicurezza e della difesa debba prevalere sugli altri principi, cancellando il diritto ad avere giustizia. Perché non c’è necessità che tenga in grado di giustificare il coinvolgimento dei servizi segreti di uno Stato nel sequestro e, forse – questa è l’ipotesi che aleggia, sebbene non riscontrata sul piano giudiziario – nell’assassinio di un giovane ricercatore italiano.
La coscienza di chiunque, qualunque sia la fede politica professata, si ribella al solo sospetto che dietro la tragica fine di Giulio Regeni possa celarsi un “delitto di Stato”.
Ustica dimostra che una collaborazione internazionale può riaprire una porta verso la verità. Regeni dimostra quanto sia difficile arrivarci quando quella collaborazione viene negata. La richiesta deve essere semplice e inequivocabile: giustizia e collaborazione non possono essere subordinate agli interessi economici, energetici o militari.
Perché la vicenda di Giulio Regeni non può avere lo stesso valore di una commessa, ovvero di un investimento economico importante, né può essere considerata una variabile diplomatica. Si tratta dell’omicidio efferato di un giovane cittadino italiano. E lo Stato italiano deve dimostrare con i fatti, non solo con le doverose attestazioni di solidarietà verso i familiari, che la tutela dei propri cittadini viene prima degli interessi.