La compravendita dei senatori, la casa di Montecarlo, il ricatto a Berlusconi: chi è Valter Lavitola | la scheda
La casa di Montecarlo, la latitanza del 2011, le accuse di corruzione internazionale e truffa ai fondi pubblici, la “compravendita di senatori”, la condanna a 2 anni e 8 mesi per tentata estorsione a Silvio Berlusconi e ancora la richiesta della Corte dei conti di restituire i 23 milioni di contributi pubblici ottenuti negli anni. Ora il faccendiere Valter Lavitola – imprenditore ed ex giornalista-editore – è indagato nel procedimento sull’attentato a Sigfrido Ranucci avvenuto nell’ottobre scorso a Roma. In base a quanto si apprende, Lavitola è stato oggetto di una perquisizione da parte dei carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma e Frascati su mandato dei pm della Dda. Secondo gli elementi raccolti, l’imprenditore – già in passato coinvolto in varie vicende giudiziarie – sarebbe il mandante dell’attentato.
Nel settembre 2010 L’Avanti!, quotidiano diretto appunto da Valter Lavitola, pubblicò in esclusiva un documento ufficiale del governo dello Stato caraibico di Saint Lucia, poi rilanciato da altri quotidiani. Il documento sosteneva che il reale proprietario della società offshore costituita sull’isola, creata per celare l’identità dell’acquirente dell’appartamento nel Palais Milton, al civico 14 di Boulevard Princesse Charlotte, a Montecarlo, acquistato a un prezzo ritenuto inferiore al valore di mercato, fosse Giancarlo Tulliani, cognato dell’allora presidente della Camera Gianfranco Fini, ex leader di Alleanza Nazionale e successivamente fondatore di Futuro e Libertà (FLI). Il documento, redatto dal ministro della Giustizia di Saint Lucia, con il quale Lavitola aveva stretti rapporti personali, anziché rimanere riservato fu pubblicato proprio dal quotidiano diretto dallo stesso Lavitola.
Ma sono appunto diverse le vicende giudiziarie in cui Lavitola è stato coinvolto. A partire dal settembre 2011, quando il GIP emise un mandato di cattura nei suoi confronti. Lavitola risultò irreperibile e rimase latitante per circa otto mesi. Nell’ottobre dello stesso anno anche la Procura di Bari chiese il suo arresto e il 16 aprile 2012 rientrò in Italia, si consegnò alle autorità e venne arrestato nel carcere di Poggioreale.
Dopo il suo arresto fu coinvolto in diverse altre inchieste giudiziarie. La Procura di Napoli lo indagò insieme a Gianpaolo Tarantini per una presunta tentata estorsione ai danni di Silvio Berlusconi. Dalle indagini emerse inoltre il suo ruolo di intermediario in numerosi affari internazionali, circostanza che lo portò anche alla sospensione dall’Ordine dei giornalisti del Lazio. Contestualmente gli furono notificate due nuove ordinanze di custodia cautelare.
La prima fu quella per corruzione internazionale in Panama. Secondo l’accusa, Lavitola fece da mediatore nel pagamento di tangenti a esponenti del governo panamense, tra cui il presidente Ricardo Martinelli, per favorire l’assegnazione di un appalto da 176 milioni di dollari relativo alla costruzione di carceri. L’inchiesta ipotizzava anche l’esistenza di pagamenti in nero e di un contratto di consulenza con Finmeccanica utilizzato come copertura della sua attività nel Paese.
La seconda fu quella di truffa ai danni dello Stato sui fondi all’editoria: Lavitola era accusato di aver organizzato, insieme ad altri, un sistema che consentì al quotidiano “L’Avanti!” di ottenere indebitamente circa 23,2 milioni di euro di contributi pubblici tra il 1997 e il 2009. Il 9 novembre 2012 patteggiò una pena di 3 anni e 8 mesi. L’11 marzo 2015 la Corte dei conti del Lazio condannò lui e Sergio De Gregorio a restituire allo Stato circa 23,2 milioni di euro, ritenuti appunto indebitamente percepiti come finanziamenti pubblici all’editoria. L’8 luglio dello stesso anno l’ex giornalista fu anche condannato a tre anni di carcere per concorso in corruzione, in relazione alla cosiddetta “compravendita dei senatori“.
Il 4 marzo 2013 fu poi condannato, con rito abbreviato, a 2 anni e 8 mesi per tentata estorsione ai danni di Silvio Berlusconi. Secondo i giudici, aveva richiesto cinque milioni di euro per non divulgare informazioni riguardanti l’inchiesta barese sul cosiddetto “caso escort”. Nel gennaio 2013, invece, la sua posizione fu archiviata nell’indagine relativa a presunte tangenti per una commessa di fregate in Brasile collegata a Finmeccanica, ma nel 2014 gli furono inflitti ancora tre anni di reclusione al termine del processo per la tentata estorsione ai vertici di Impregilo veicolata attraverso una telefonata del premier Silvio Berlusconi.
Nel marzo 2016, dopo circa quattro anni di detenzione, lasciò il carcere di Secondigliano per essere posto agli arresti domiciliari nell’ambito delle procedure relative alle condanne per tentata estorsione e per la truffa dei fondi destinati all’editoria.