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Nella giornata mondiale dell’Alzheimer voglio ricordare la mia mamma e la sua storia

È stata proprio la peculiarità di quella malattia, grave e pervasiva, a rendere il nostro legame sempre più unico e profondo
Nella giornata mondiale dell’Alzheimer voglio ricordare la mia mamma e la sua storia
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di Susanna Stacchini

Ho piacere di ricordare mamma, per la donna che è stata. Una donna dalle umili origini, ma che forse anche proprio per questo sapeva molto della vita. Sempre disponibile con tutti, incapace di dire no. Una donna in grado di ascoltare come pochi altri e per niente incline al giudizio personale, creava un’empatia fuori dal comune.

Se costretta dagli eventi ad entrare nella vita di altri, riusciva a farlo sempre e comunque rigorosamente in punta di piedi. Non ha esitato a farsi carico di una famiglia pesante, lavorando sodo per garantirci ciò di cui avevamo bisogno e un futuro dignitoso. Insomma, ha saputo approcciarsi alla vita unendo concretezza e pragmatismo a una dolcezza infinita.

Ma in questa giornata vorrei anche e soprattutto ricordarla durante gli anni della malattia. Tutto iniziò quando il dolore per un importante lutto lasciò spazio a una dilagante stramberia. Mamma lasciava mozziconi accesi di sigarette qua e là per casa. Bruciava pentole e caffettiere, dimenticate sui fornelli. Riponeva biancheria sporca nei cassetti. Metteva in bocca qualunque cosa le capitasse fra le mani. Prese a vestirsi mezza da estate e mezza da inverno, con accozzaglie di colori e fantasie improbabili. Stipulava continui nuovi contratti di telefonie, luce e gas. Tutto questo mentre lei si ostinava a rivendicare la propria autonomia.

Poi arrivò il periodo peggiore, caratterizzato da momenti in cui si rendeva conto di che cosa le stava accadendo. Ed è stato terribile. Lei spaventatissima e disperata, io con le armi spuntate, non potevo che coccolarla con abbracci, carezze e parole rassicuranti appena sussurrate, unico modo possibile per farle ritrovare un po’ di tranquillità.

Poi il paradosso. L’evoluzione della malattia fu tale che mamma smise di rincorrere la donna che era stata e potè pacificarsi. La malattia le aveva portato via il passato e tutti i suoi ricordi. Pure il presente era diventato per lei una dimensione temporale troppo ampia e il futuro il niente assoluto. Ogni posto o luogo le erano sconosciuti. Da anni non sapeva chi fosse, chi fossimo noi, figli, nipoti, fratello e nemmeno che fossimo esistiti. Chiamava solo Vera, sua sorella, deceduta anni prima, finché un giorno smise di chiamare pure lei. Insomma, aveva disimparato e dimenticato tutto.

È vero, la malattia è stata uno tsunami che nel tempo l’ha erosa, portando via tanto di lei, ma non la sua dolcezza e il suo sorriso che hanno resistito fino alla fine. La malattia aveva fagocitato la donna che tutti conoscevamo, ma ce ne aveva restituita una altrettanto speciale. La sua dolcezza, il suo sorriso, le sue risate, i suoi discorsi strampalati e senza senso sono stati irresistibili.

Mamma non conosceva più oggetti un tempo familiari, né il significato di molte parole, così ne aveva inventate delle nuove. Parlava una lingua tutta sua che negli anni ho imparato a comprendere, proprio come fanno i genitori con i figli ancora piccoli. Così anche quei dialoghi, surreali e incomprensibili ai più, per noi erano speciali e irrinunciabili. Insomma, è stata proprio la peculiarità di quella malattia, grave e pervasiva, a rendere il nostro legame sempre più unico e profondo.

Talvolta con sgomento, talvolta con malinconia e spesso pure con ironia, abbiamo accettato che i ruoli si ribaltassero e lei si è affidata completamente, lasciandosi proteggere, coccolare e accudire con ingenuità e fiducia incondizionata, tipica di una bambina con la sua mamma.

Ecco che dal giorno della sua morte, il ricordo di quei momenti, tanti dei quali molto dolorosi, altri divertenti, altri ancora surreali o semplicemente normali, sono per noi l’ennesimo suo dono da custodire con estrema cura. Un racconto intimo che scaturisce dal bisogno di vedere riconosciuto un perché anche alla vita di persone malate di Alzheimer e demenze gravi, che non sono certo esentate dal vivere emozioni e sentimenti, pur se vissuti confusamente e imprigionati nel limitato tempo di un attimo.

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