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L’Upb alza la stima sul pil 2026 a +0,9% grazie a investimenti del Pnrr e export. Ma i consumi rallentano e i redditi reali tornano a scendere

Dalla Nota sulla congiuntura l'autorità indipendente emerge che la spinta è legata in buona parte a fattori temporanei. Dopo il recupero registrato negli ultimi due anni, nel 2026 le retribuzioni torneranno a crescere meno dell'inflazione. Intanto l'Istat fa sapere che a giugno le vendite sono diminuite dello 0,1% sia in valore sia in volume rispetto al mese prima
L’Upb alza la stima sul pil 2026 a +0,9% grazie a investimenti del Pnrr e export. Ma i consumi rallentano e i redditi reali tornano a scendere
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L’Ufficio parlamentare di bilancio rivede al rialzo le stime sull’economia italiana. Dopo un primo semestre migliore delle attese, grazie soprattutto agli investimenti e al rimbalzo delle esportazioni, l’Upb porta la previsione di crescita del Pil per il 2026 allo 0,9%, quattro decimi in più rispetto alle stime formulate ad aprile. Ma il miglioramento non cambia il quadro di fondo: la ripresa resta fragile. La spinta è legata in buona parte a fattori temporanei, dai progetti del Pnrr alle esportazioni limitate però ad alcuni settori, mentre i consumi delle famiglie sono “improntati alla cautela” visto che il recupero di potere d’acquisto è limitato e i rincari energetici causati dalla crisi in Medio Oriente spingono l’inflazione.

La revisione arriva dopo la diffusione dei dati preliminari dell’Istat sul secondo trimestre. Tra aprile e giugno il Pil è aumentato dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti, dopo il +0,3% registrato tra gennaio e marzo. La crescita acquisita per il 2026 è così salita allo 0,8%, livello che, considerando anche l’effetto del calendario, porta l’autorità indipendente che vigila sui conti pubblici a rivedere il quadro macroeconomico per l’anno in corso. Per il 2027, invece, le stime restano ferme allo 0,6%: segno che il miglioramento osservato nel 2026 non viene considerato sufficiente a modificare le prospettive di medio periodo.

Nella Nota sulla congiuntura l’Upb spiega che la revisione “riflette soprattutto il più favorevole profilo acquisito nella prima metà dell’anno”, cui hanno contribuito “il buon andamento degli investimenti e delle esportazioni“. A fare da motore sono soprattutto gli investimenti che nel primo trimestre sono aumentati dello 0,7%, trainati dagli impianti e macchinari e soprattutto, ancora una volta, dall’accelerazione degli interventi finanziati dal Pnrr. Per l’intero 2026 l’Upb prevede un incremento degli investimenti del 2,5%, destinato però a rallentare allo 0,9% nel 2027, con l’esaurirsi dell’effetto del programma europeo. Il comparto dell’edilizia abitativa resta più debole. E lo stesso documento precisa che il recupero dell’export dipende da “fattori temporanei” e “comparti caratterizzati da elevata volatilità” come cantieristica navale, metalli preziosi e industria farmaceutica mentre “non appare riconducibile a un rafforzamento diffuso della domanda estera”.

Anche il mercato del lavoro continua a offrire un contributo positivo. L’occupazione ha raggiunto nuovi massimi, con un tasso del 63%, mentre la disoccupazione è scesa al 5,4% nel primo trimestre e dovrebbe attestarsi intorno al 5,2% nella media del 2026. Ma la crescita dell’occupazione procede in un contesto di produttività stagnante e di progressivo rallentamento della domanda di lavoro, elementi che limitano le prospettive di espansione dell’economia.

Il punto più debole continua a essere la domanda interna. I consumi delle famiglie hanno accelerato nei primi mesi dell’anno grazie al recupero del potere d’acquisto registrato nel primo trimestre, ma il comportamento resta improntato alla prudenza. Per il biennio 2026-2027 la spesa privata è prevista in aumento di poco più di mezzo punto percentuale all’anno, un ritmo modesto che riflette il ritorno dell’inflazione, il clima di fiducia ancora fragile e l’incertezza legata allo scenario internazionale. Il deterioramento della situazione in Medio Oriente, le difficoltà nel traffico attraverso lo Stretto di Hormuz e la ripresa degli attacchi nel Mar Rosso continuano a incidere sui prezzi dell’energia, sui costi del trasporto marittimo e sulle catene di approvvigionamento. Nel 2026 le vendite all’estero sono attese in crescita dell’1,9%, molto meno del commercio mondiale (+4,6%), con una nuova perdita di quote di mercato. Il rialzo delle quotazioni energetiche, inoltre, dovrebbe peggiorare il saldo commerciale attraverso l‘aumento della bolletta delle importazioni di petrolio e gas.

In questo quadro si inseriscono anche gli ultimi dati diffusi dall’Istat sul commercio al dettaglio. A giugno le vendite sono diminuite dello 0,1% sia in valore sia in volume rispetto al mese prima. A pesare soprattutto il comparto alimentare, in calo dello 0,5% in volume, mentre i beni non alimentari hanno registrato un lieve incremento dello 0,2%. Su base annua il quadro è più favorevole: le vendite crescono del 3,1% in valore e dell’1,9% in volume, con un aumento del 4% per i beni non alimentari e una impennata del commercio elettronico, che registra un +26,7% in valore e un +28% in volume rispetto a giugno dello scorso anno. Anche il secondo trimestre si chiude in territorio positivo, con vendite in aumento dello 0,6% in valore e dello 0,2% in volume rispetto ai tre mesi precedenti.

A frenare la spesa delle famiglie è soprattutto il ritorno dell’inflazione. Dopo mesi di relativa stabilità, i prezzi hanno ripreso ad accelerare in seguito ai rincari energetici provocati dalla crisi in Medio Oriente. Nel secondo trimestre l’inflazione è salita al 3%, mentre in luglio è scesa solo lievemente al 2,8%. La componente di fondo resta contenuta, ma lo shock energetico continua a trasmettersi all’economia attraverso l’aumento dei costi di produzione e delle importazioni. I prezzi all’import hanno accelerato fino al 6,5% su base annua, mentre anche i prezzi alla produzione stanno risentendo del rincaro delle materie prime energetiche.

Il problema riguarda soprattutto i redditi. Dopo il recupero registrato negli ultimi due anni, nel 2026 le retribuzioni torneranno a crescere meno dell’inflazione. L’Upb prevede che il costo del lavoro aumenterà del 2,8%, contro un deflatore dei consumi del 3,1%, determinando una nuova erosione dei salari reali. Nonostante il recupero degli ultimi trimestri, le retribuzioni in termini reali restano inoltre inferiori dell’8,3% rispetto alla media del 2020.

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