"Vedere un futuro per mio figlio in Italia è veramente impossibile" - 3/3
“Vedere un futuro per mio figlio in Italia è veramente impossibile”
Giovanni Antonelli – Ho investito tempo e denaro per formarmi per quanto possibile nel settore che mi appassiona, ovvero quello sportivo. Triennale, due magistrali, un master, stage è così via… 10 anni di formazione accademica e mi ritrovo a lavorare come facchino d’albergo. La mia città non offre nulla per il mio settore o comunque la mentalità non è poi così aperta alle evidenze scientifiche. Ho avuto possibilità di assaporare la possibilità di entrare in classe. Supplenze di qualche settimana poi diventate mesi, “grazie” all’infortunio della docente titolare. Nel frattempo le modalità di accesso si sono articolate sempre di più e continuano a cambiare di anno in anno. Ho provato a spostarmi a nord Italia ma gli stipendi non permettono di affrontare un trasferimento, soprattutto se lo si fa per provare a restare in un posto più o meno in forma stabile.
Giovanni Venditti – Nell’ex Bel Paese, in ventisette anni di vita (ora ne ho 44) sono riuscito a fare solo il barman o il cameriere. Promesse, speranze, tempi lunghissimi e centinaia di cv a cui nessuno ha mai risposto. In Germania ho iniziato come lavapiatti, non sapendo la lingua, poi, pian piano, mi sono introdotto nel settore della vendita in negozio (settore abbigliamento) fino a dirigere negozi per un importante stilista italiano. Il campionario venivo a farlo in Italia, a Milano, ma i negozi li dirigevo in Germania. Dal 2023 al 2025 sono anche stato a capo di un’azienda leader nell’importazione ed esportazione di macchinari per lavorare il legno. Attualmente lavoro come capo area per una grande catena di abbigliamento maschile tedesca chiamata. La crisi c’è anche qui in Germania, non nascondiamoci. Eccome. Ma non venitemi a dire che l’Italia è una nazione che offre molte possibilità. Niente lavoro, zero prospettive, nessun tipo di meritocrazia a confronto con un livello di raccomandazione da Guinness dei primati. La nazione invecchia e lo sta facendo malissimo.
Massimiliano Tecce – Scrivo da prossimo pensionato e padre di un ragazzo di 14 anni. Caro ministro, se non vi chiedete come sarà l’Italia tra 10 anni, vi consiglio vivamente di farvi una passeggiata in periferia di una grande città, così potrete vedere e toccare il degrado della nostra civiltà che negli ultimi decenni è degradata agli anni 50. Vedere un futuro per mio figlio in Italia è veramente impossibile. Spero di sbagliarmi.
Dario Somma – Ho 54 anni. Sono diplomato e ho sempre lavorato nel commerciale da quando avevo 19 anni. Sono di Salerno ma vivo a Padova. Ho provato a candidarmi per tanti settori e la risposta è sempre stata “cerchiamo più giovani ” oppure ” non ha abbastanza esperienza in questo ruolo “. Le sue parole, ministro, sono un insulto a chi davvero vorrebbe guadagnarsi il pane e non ha nessuna chance.
Claudia Bosio – Cara ministra, ho fratelli e nipoti che hanno cercato altrove il loro destino. E sa che cosa ho scoperto? Che il lavoro, fuori da questo paese, nobilita e ti dà quanto necessario per vivere, anche bene! Noi qui sopravviviamo. Stipendi da fame e poche garanzie. La fatica invece è tanta. Quindi, cara ministra, sa che le dico? Che noi, quelli che non sono “scappati”, avrebbero dovuto farlo. Sapere di aver contribuito con tanta fatica a costruire un paese che persone come lei imbrattano con parole tanto superficiali, quando si parla di futuro e dignità del lavoro e della vita degli altri, è un altro motivo di rammarico.
Marco Massanelli – Ho 54 anni. Fisicamente non riesco più a lavorare ma non riesco ad andare in pensione. Le mie figlie sono cresciute con me non ho avuto mai niente dallo stato se non misere elemosine. L’Italia ha tradito ogni suo cittadino lasciandolo solo e poi lamentandosi per la mancanza di appartenenza di un popolo stanco. Sono un contribuente ignorato dalle istituzioni.
David Dell’Aglio – Ho 53 anni e da 14 vivo in Germania, in Italia ho frequentato una scuola lavoro e mia moglie infermiera lavorava in ospedale. Nonostante due lavori ben retribuiti per lo standard italiano, nel 2012 abbiamo deciso di trasferirci per dare la possibilità ai nostri due figli di completare gli studi, di usufruire di un aiuto sociale (in Italia era solo un miraggio quantificato in 36 Euro di assegno per due bambini) e di accedere al mondo del lavoro nel modo più semplice e gratificante. Quello che abbiamo desiderato per i nostri figli si è avverato. Abbiamo acquistato una casa singola e riusciamo a risparmiare, andiamo in ferie più volte in un anno. Le parole della ministra sono farneticazioni allo stato puro, senza la consapevolezza che la grande maggioranza degli italiani vive tra insicurezze, delusioni, e sotto l’oppressione fiscale con stipendi nettamente bassi. Il popolo italiano che non merita il calvario attuale.