L’Iran impicca altri due ragazzi in piazza: siamo tutti complici di questa barbarie
Sono di nuovo qui a dover contare i corpi sospesi nel vuoto. Di nuovo costretta a pronunciare la parola più antica, crudele e disumana che la storia conosca: impiccagione pubblica. I mesi passano, gli anni passano. Il mondo vuole correre verso l’intelligenza artificiale e il futuro, ma in Iran il tempo resta fermo a un’epoca buia, prima di ogni segno di civiltà. Alle tre e quaranta del mattino del 28 luglio 2026, mentre dalle moschee si sentiva il richiamo alla preghiera dell’alba, la Repubblica Islamica dell’Iran ha alzato ancora una volta il braccio meccanico del boia. Nel centro di Piazza Alikhani a Isfahan. Proprio nello stesso luogo dove l’otto gennaio si erano svolte le proteste contro il regime.
Due giovani sono stati impiccati insieme, sospesi a gru montate su camion usati come forche di fortuna. Abolfazl Sepahi Badjani aveva 25 anni. Suo cugino Alireza è ancora chiuso in una cella, in attesa dello stesso destino. Amirhossein Safari Hosseinabadi aveva 28 anni e aveva una disabilità fisica, dato che aveva perso l’uso della mano sinistra in un incidente anni prima. La loro colpa? Aver partecipato alle grandi manifestazioni che tra dicembre e gennaio hanno scosso il Paese.
Pensare che nel 2026 due ragazzi possano essere tolti alla vita e appesi a una corda davanti agli occhi della folla non è solo un tragico errore della giustizia. È un insulto diretto alla civiltà, alla dignità umana e a tutta l’umanità. Dietro queste due morti non c’è stato alcun processo. C’è stata una farsa teatrale ideata da uno Stato canaglia. Abolfazl e Amirhossein facevano parte di un gruppo di sessantadue persone arrestate la notte dell’8 gennaio.
Per tre mesi sono stati sottoposti a interrogatori serrati e torture sistematiche. Sono rimasti isolati dal mondo. Le aule di tribunale non sono mai esistite. I dibattimenti si sono svolti in videochiamata dallo smartphone in carcere. Sono durati pochi minuti, senza la presenza di un legale, neanche di ufficio. C’erano soltanto l’imputato, due guardie e un giudice dall’altro lato dello schermo. Il 23 gennaio la TV di Stato ha trasmesso il documentario di propaganda “Shock Documentary: The Events of Dey 1404” in cui ha mostrato i volti sfocati dei ragazzi costretti ad autoaccusarsi di inimicizia contro Dio e corruzione sulla Terra. Poi le Sezioni 9 e 39 della Corte Suprema hanno avallato le condanne a morte in serie. Hanno rigettato ogni appello. Queste non sono sentenze. Sono esecuzioni scritte a tavolino prima ancora che gli imputati varcassero la soglia del carcere.
La parte più dura di questa storia è che la gente di Isfahan ha cercato di fermare il boia. Nella notte tra lunedì e martedì, quando sui social si è diffusa la notizia che in Piazza Alikhani stavano montando i tralicci e sistemando le gru, centinaia di cittadini sono scesi in strada. Hanno sfidato il coprifuoco. Si sono mossi a mani nude contro le forze di sicurezza per circondare la piazza e provare a fermare il massacro. Il regime ha risposto in modo crudele. Gli agenti hanno inseguito donne, uomini e ragazzi nei vicoli della città, sparando e arrestando a caso chiunque si avvicinasse. Non hanno avuto pietà nemmeno per le madri che piangevano ai margini della piazza. Speravano fino all’ultimo secondo che non arrivasse mai l’alba.
Con l’esecuzione di Abolfazl e Amirhossein il numero dei manifestanti giustiziati dal 19 marzo ad oggi per le proteste dell’inverno scorso sale a ventisei. L’uso dell’impiccagione pubblica non ha niente a che vedere con la giustizia. È puro terrorismo di Stato. Riprendere la pratica medievale del patibolo in piazza serve al regime per mettere paura alla società e per mostrare forza dopo mesi di proteste che hanno scosso le basi della Repubblica Islamica. La risposta della comunità internazionale resta fatta di condanne di facciata, silenzi di comodo e calcoli geopolitici. Ancora oggi, nel mondo occidentale e nelle sedi diplomatiche, c’è chi cerca di dare credito a questo regime, chi vuole portare avanti accordi e chi sceglie volontariamente di chiudere gli occhi per non mettere in discussione i propri equilibri di potere.
Siamo tutti complici di questa barbarie. Lo siamo ogni volta che accettiamo come normale un regime che impicca i suoi ragazzi sulle gru. Lo siamo quando la diplomazia si gira dall’altra parte e mette il realismo politico davanti alla vita di un giovane disabile di ventotto anni, la cui unica colpa è stata chiedere di poter respirare. Il popolo iraniano non ha più paura nemmeno delle forche. Spetta a noi smettere di restare spettatori muti di questo scempio e chiedere che l’Iran risponda di ogni singola vita spezzata in nome di una tirannia, a mio avviso senza precedenti.