E’ attraversata da un filo conduttore, la guerra, la quinta stagione de Il Fattore Umano in onda da martedì 21 luglio in seconda serata su Rai 3. Non solo la guerra combattuta con le armi, ma quella che si insinua nella società, nei linguaggi, nelle immagini, nelle scelte individuali. Una presenza costante, un clima che attraversa il nostro tempo, e che lascia profonde “Impronte di guerra”. Perché ogni guerra lascia tracce. Anche in chi non la combatte. La prima puntata, Dieci minuti a Beirut – di Chiara Avesani e Matteo Delbò, con montaggio ed edizione Duilio Francioli e Alice Vivona – racconta quel terribile 8 aprile 2026 nella capitale libanese sconvolta dalla pioggia di bombe delle forze armate di Israele che fecero quasi 400 morti e almano mille feriti.
Il reportage ricostruisce i dieci minuti di terrore vissuti nella capitale del Libano e racconta la Beirut di oggi, diventata un immenso campo profughi, dove hanno trovato rifugio gran parte del milione di sfollati in fuga dai bombardamenti. In questa clip, che ilfattoquotidiano.it pubblica per gentile concessione della Rai, parla Rabie, padre di sette figli e da 50 anni residente nel quartiere di Beirut Ain El Mreisseh quando sono arrivati i bombardamenti. Oggi la sua casa è distrutta: nel bombardamento ha perso la moglie e la mamma. Jaafar e Ali, due dei suoi figli, sono rimasti gravemente feriti. Il più piccolo, di soli 40 giorni, è rimasto illeso. Quel giorno era a tre minuti di distanza da casa, per un lavoro da elettricista. “Nessuno pensava potessero bombardare qui”, racconta a Il Fattore Umano: “Questa zona è considerata di pertinenza dell’Università Usa e del suo ospedale universitario”. Quello che segue è il racconto degli autori del reportage, Chiara Avesani e Matteo Delbò.
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Era una giornata normalissima, nel quartiere di Ain El Mreiseh di Beirut, un’area del centro città, vicina all’Università Americana. Uno di quei luoghi che in genere vengono risparmiati dai bombardamenti anche in tempo di guerra. Era, anzi, una giornata un po’ migliore di tante altre perché quel giorno, l’8 aprile 2026, Trump aveva appena annunciato il cessate il fuoco temporaneo tra Stati Uniti e Libano.
In un bar della zona, Hassan Badawi, trentatré anni, stava servendo un cliente quando ha sentito una forte esplosione vicinissima e la terra ha tremato. Il missile aveva centrato la casa dove suo padre viveva con la seconda moglie e i suoi tre fratellini. Hassan è corso lì davanti nello stesso momento in cui arrivava suo padre, Abbas, che lavorava come elettricista in quelle strade.
In appena dieci minuti, l’8 aprile, il mercoledì nero del Libano, l’aviazione israeliana ha sganciato 160 bombe su oltre cento obiettivi nella capitale e nel sud. Un atto dimostrativo di Netanyahu per dichiarare che, per lui, la tregua tra Usa e Iran non includeva il Libano. L’incursione ha colto la popolazione nella più totale quotidianità. Le squadre di soccorso si sono trovate a dover affrontare il panico in una città in cui gli edifici esplodevano uno dietro l’altro e tantissimi civili sono rimasti intrappolati sotto le macerie dei palazzi abbattuti.
Hassan e il padre Abbas ricordano quel giorno portandoci davanti all’edificio sventrato: un’intera ala del palazzo è ridotta in macerie e possiamo vedere le stanze aperte di ogni piano dalla sezione laterale. “Siamo saliti di corsa per le scale pericolanti. Ho tirato fuori mia madre, e poi anche mia moglie, che purtroppo era già morta. Mi sono messo a cercare per terra i miei figli piccoli. A quel punto abbiamo sentito il pianto del più piccolo, di soli 40 giorni, nella stanza più interna. L’appartamento è grande, ha cinque stanze. Il missile ha centrato le prime 3, ma lui si trovava lontano dal punto in cui è caduto, ed uscito illeso. Un miracolo!”, dice Abbas. Hassan continua: “Mi sono avvicinato e ho visto mio padre che stringeva il mio fratellino Youssef. Mi ha passato il neonato e l’ho portato sotto in salvo per tornare a cercare i miei altri due fratelli di 6 e 4 anni. Sopra di loro erano crollati dei blocchi di cemento grandi come un tavolo”.
Abbas abbassa lo sguardo: “Ogni volta che tiravo fuori qualcuno, il suo sangue mi restava addosso, sui vestiti. C’era il sangue di mia madre, il sangue di mia moglie, il sangue di mia sorella, il sangue di mio figlio. Quando sono entrato in casa, c’erano i resti straziati dei vicini sparsi dentro la mia abitazione. Non riuscivo più a distinguere i miei familiari”. Tutto questo è successo in 17 minuti: subito dopo che Hassan e Abbas hanno tirato fuori chi ancora potevano salvare, sono usciti dal palazzo ed è in quel momento l’edificio è crollato.
Conosciamo anche Nata, l’ex moglie di Abbas, separata da lui da oltre dieci anni. “Con Abbas ho quattro figli, il più grande ha 32 anni e la più piccola ha 26 anni”, spiega la donna. “Lui poi si è risposato, da circa sette anni e ha altri tre figli: il più grande ha sei anni e il più piccolo 40 giorni”. La vita di Nata è capovolta, si è ritrovata addosso il peso di una responsabilità improvvisa ed enorme: prendersi cura dei tre bambini rimasti orfani di mamma. “Ai bambini ho dovuto dire come è caduto il missile e che i medici hanno cercato di aiutare la mamma proprio come stavano aiutando loro, ma non ci sono riusciti perché la sua ferita era troppo grave, ed è morta. I bambini pagano il prezzo più alto in questa guerra”.
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Il Fattore Umano è una serie ideata da Raffaella Pusceddu e Luigi Montebello, prodotta da Rai-Direzione Approfondimento, giunta alla sua quinta stagione in onda su Rai 3. Un progetto che, negli anni, ha costruito uno sguardo riconoscibile e necessario sui diritti umani nel mondo. Attraverso reportage di circa 45 minuti, dal respiro internazionale, la serie indaga i luoghi in cui la libertà viene messa in discussione e i diritti fondamentali vengono compromessi — non solo nei regimi autoritari, ma anche nelle democrazie occidentali, dove nuove forme di esclusione e marginalizzazione colpiscono comunità vulnerabili e minoranze. Al centro del racconto non ci sono solo gli eventi, ma le persone. Le conseguenze intime, spesso traumatiche, delle decisioni politiche. Il costo umano della storia mentre accade.