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Prima del prezzo viene il rapporto: cosa fare se vedete insistenza dai venditori nei mercati africani

Le ricerche nei suq del Maghreb o nei grandi mercati mostrano che dove i prezzi non sono scritti la contrattazione è un investimento
Prima del prezzo viene il rapporto: cosa fare se vedete insistenza dai venditori nei mercati africani
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Marché Sandaga, Dakar. Un venditore di tessuti mi ferma davanti al banco e mi offre la sua merce, rispondo gentilmente “no, grazie”. Faccio due passi e lui è ancora lì. Mi chiede come mi chiamo, da dove vengo, se mi piace il Senegal. Poi abbassa il prezzo, sorride, rilancia. Io, invece, vorrei soltanto curiosare. È una scena che si ripete un po’ ovunque nei mercati africani e in tutti i luoghi dove si intravede anche solo l’ombra di un turista.

Ma quello che sta succedendo non è quello che sembra. Anche il saluto funziona così. Il saluto in wolof o in swahili non è un ciao. È una sequenza lunga di domande e risposte: come stai, come sta la famiglia, come va la casa, la salute, il lavoro. Nessuna di queste domande cerca davvero informazioni, ma tutte cercano un’altra cosa: stabilire chi sei tu, chi sono io, che rapporto c’è tra noi. In questa logica, se fate attenzione, un incontro che si chiude in pochi secondi è di fatto un’interazione fallita. Anche congedarsi richiede tempo: chi tronca un saluto con un no grazie dichiara, senza volerlo, che l’altro non conta.

Gli antropologi hanno osservato da tempo che in molte culture l’insistenza non è una mancanza di educazione. È esattamente il contrario: insistere significa mostrare che l’offerta è autentica, che non è una formula di cortesia pronunciata per convenzione. La madre che riempie il piatto dopo il terzo “basta così!”, la zia che si offende per un rifiuto, il nonno che ti accompagna al cancello allungando il saluto il più a lungo possibile: è la stessa logica. Se la viviamo in famiglia la chiamiamo affetto ma quando la incontriamo a Dakar la chiamiamo strategia commerciale.

Per un turista del Vecchio Continente quel “no grazie” significa una porta che si chiude. Per gran parte del mondo invece è una porta che si apre. Tutto quello che viene dopo — l’offerta ripetuta, il venditore che segue, il piatto riempito di nuovo — nasce da questo malinteso. Nelle culture del Sahara rifiutare accoglienza a un viaggiatore significava condannarlo, e anche per questo l’ospite è diventato sacro. In Africa, ma non solo, il mercato non è un luogo dove i prezzi sono scritti e i rapporti sono anonimi. I prezzi si costruiscono parlando, e parlando si costruisce qualcosa di più duraturo dello scambio: si stabilisce la relazione tra chi vende e chi compra. È il modo in cui due sconosciuti diventano qualcos’altro.

Le ricerche nei suq del Maghreb o nei grandi mercati come quello di Kumasi in Ghana mostrano che dove i prezzi non sono scritti la contrattazione è un investimento: venditori e clienti si coltivano per anni, si fanno credito, si chiedono dei figli. Prima del prezzo viene il rapporto, perché è il rapporto a garantire che nessuno verrà imbrogliato. Gli antropologi l’hanno chiamata funzione fàtica della parola (che non c’entra nulla con la fatica) e in molte società è la funzione dominante.

Il conio è del grande antropologo Bronisław Malinowski, che nel 1923 inventò l’espressione inglese phatic communion, “comunione fàtica”. Studiando le isole Trobriand, in Papua Nuova Guinea, si accorse che moltissimi scambi verbali — i saluti, i commenti sul tempo, le chiacchiere apparentemente vuote — non trasmettevano alcuna informazione ma creavano il legame sociale attraverso il semplice fatto di parlarsi. Alcune ricerche condotte in Nigeria hanno mostrato che tra gli igbo molte azioni che noi viviamo come vere e proprie intrusioni — chiedere dettagli privati sulla famiglia, interessarsi degli affari economici altrui — non sono percepite come tali. Perché lì l’identità è prima di tutto collettiva: contano le norme della comunità, non lo spazio privato dell’individuo. La categoria stessa di invadenza cambia da una cultura all’altra.

Che cosa dovrebbe fare, allora, il viaggiatore assediato? Non fingete che il venditore non esista. Piuttosto prendetevi un po’ di tempo: salutate e provate a chiedere informazioni su di lui, da dove viene, come sta la sua famiglia, insomma state al gioco della chiacchiera senza sentirvi in obbligo di comprare, e poi congedatevi con calma. Un no detto dentro la relazione vale più di dieci no gridati camminando (asterisco: quel venditore del Marché Sandaga è diventato poi uno dei miei amici senegalesi).

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