Ora Meloni dovrebbe salire al Quirinale: la bocciatura sulla legge elettorale non è un incidente
di Paolo Gallo
La prima cosa che Giorgia Meloni dovrebbe è salire al Quirinale. Non per consumare un rito, ma per onorare il principio cardine di ogni democrazia parlamentare: quando un governo viene battuto dalla propria stessa maggioranza su un emendamento presentato dal partito della Presidente del Consiglio, non è il momento delle minimizzazioni, bensì quello della responsabilità politica. Rimettere il mandato nelle mani del Capo dello Stato significherebbe verificare se esista ancora quella fiducia sostanziale che precede perfino quella numerica.
C’è una differenza profonda tra un incidente d’Aula e un sintomo di sfaldamento. La bocciatura dell’emendamento di Fratelli d’Italia sulla farsa delle preferenze nella legge elettorale appartiene alla seconda categoria. Non perché un singolo voto determini automaticamente la caduta dell’Esecutivo, ma perché incrina il presupposto sul quale Meloni ha edificato la propria leadership: l’immagine di una maggioranza monolitica, disciplinata, impermeabile alle crepe. Quando è il partito di governo a non riuscire a governare se stesso, il problema non è procedurale. È politico.
La storia repubblicana è ricca di episodi che, all’apparenza marginali, hanno anticipato crisi ben più profonde. Il secondo governo Prodi fu preceduto da una lunga sequenza di sconfitte parlamentari liquidate come fisiologiche. Negli anni della Prima Repubblica, Presidenti del Consiglio ben più solidi compresero che perdere il controllo dell’Aula significava aver già iniziato a perdere quello della propria maggioranza. La politica vive di simboli prima ancora che di aritmetica. E i simboli, quando si spezzano, raramente tornano integri.
Colpisce soprattutto il contrasto tra l’energia profusa nel ridisegnare gli equilibri istituzionali e l’inerzia mostrata sui problemi che gravano sulla vita quotidiana degli italiani. Mentre Palazzo Chigi continua a coltivare una sorta di “riformismo scenografico“, le famiglie fanno i conti con carburanti sempre più cari, con un carrello della spesa che si alleggerisce mentre il conto cresce e con una pressione fiscale che, tra imposizione diretta e indiretta, continua a comprimere salari, pensioni e consumi. È una forma di “governocrazia narrativa”: il primato del racconto sull’efficacia dell’azione.
Il consenso, però, non è una rendita perpetua. È un capitale fiduciario che si consuma ogni volta che la propaganda pretende di sostituire i risultati. La sconfitta parlamentare certifica l’inizio di quella che potremmo definire una “entropia del potere”: il progressivo dissolversi della forza coesiva di una maggioranza che, dietro la rappresentazione dell’unità, manifesta crepe sempre più evidenti. È la parabola di ogni leadership che confonde l’autorevolezza con l’autosufficienza.
Per questo non bastano dichiarazioni rassicuranti sui social né il consueto tentativo di archiviare l’accaduto come una distrazione. Le istituzioni esigono ben altro. Presentarsi al Colle dovrebbe essere il primo atto della Presidente del Consiglio. Se il Capo dello Stato dovesse riscontrare la permanenza della fiducia parlamentare, il governo potrebbe riprendere il proprio cammino con una legittimazione rinnovata. Se così non fosse, sarebbe giusto aprire una nuova fase politica.
Continuare invece a fingere che nulla sia accaduto significherebbe trasformare un campanello d’allarme in un precedente pericoloso. Perché nessun Presidente del Consiglio è proprietario del Parlamento e nessuna maggioranza può considerarsi intangibile. La forza delle istituzioni non risiede nell’ostinazione di chi governa, ma nella capacità di riconoscere il momento in cui il rispetto delle regole vale più della conservazione del potere. Ed è precisamente questo il passaggio che oggi distingue uno statista da un semplice occupante di Palazzo Chigi.