Governo bocciato sulle preferenze, l’opposizione non esulti troppo
di Giovanni Muraca
Da ieri sera qualsiasi mezzo di comunicazione riporta la notizia di un primo affossamento della legge elettorale proposta dal governo. Nella serata, si è materializzato il primo segnale di indigestioni ancestrali all’interno della maggioranza. L’emendamento non passa per un solo voto: 187 favorevoli, 188 contrari. Un voto. Quel solo voto che ha il sapore non tanto di un sabotaggio quanto di un avvertimento, stavolta diretto alla premier. Un avvertimento che non arriva dall’opposizione, ma dall’interno. Secondo una stima approssimativa, l’emendamento a firma FdI, Noi Moderati e UDC non è stato digerito da 27 membri della compagine alla guida del paese dal 2022.
Alla fine della conta, Fabio Rampelli comunica l’esito e – tra le righe – rimane sbalordito da quello che ha appena letto. In un attimo però, tra baci e abbracci la Camera si trasforma in uno spettacolo imbarazzante dove l’opposizione, dall’altra parte dell’emiciclo, comincia a esultare a mo’ di stadio.
Posso capire il carico emotivo dell’opposizione per ciò che è appena successo: è forse un unicum quando un governo propone una legge che un partito della stessa coalizione porti in Aula un emendamento e – nonostante l’ampia maggioranza di rappresentanza – lo stesso venga affossato dall’interno; ma questo non è motivo di deturpazione delle istituzioni. Quello delle opposizioni invece è un teatrino abominevole che potevano tranquillamente risparmiarsi.
Non solo un’usurpazione agli occhi dei cittadini da parte di chi contrasta, ma anche dai vicini dinamitardi: i componenti di Futuro Nazionale. In primis, Laura Ravetto che all’uscita in piazza Montecitorio ha dichiarato di aver filmato un voto che doveva rimanere segreto e per rimarcare quanto detto, lo stesso filmato, sarà poi inviato ai cronisti tramite WhatsApp. Giornalisticamente una fonte succulenta, ma legalmente vietato. La stessa parlamentare dice che l’ha fatto proprio per far vedere che FN non ha votato contro l’emendamento fugando ogni dubbio.
Ma ora la premier Meloni ha davvero un grosso problema e quel che è successo ieri riporta alla mente un po’ il 2013 e i cosiddetti “franchi tiratori” di prodiana memoria, mettendo in luce l’evidente spaccatura della maggioranza. Dopo la débâcle di cui ne è la principale sconfitta, non ha perso tempo a esprimersi via social invitando – senza neanche nasconderlo troppo – a “uscire allo scoperto”. E questo è un chiaro segnale che ciò che finora ha costruito a qualsiasi costo e in equilibrio con gli alleati è chiaramente finito.
E bisognerà capire veramente chi ha sabotato l’operazione anche se i primi dubbi cadono sul partito meno a destra della compagine: Forza Italia. Pare che ad aver tifato contro, siano stati gli azzurri dopo che Marina Berlusconi aveva impartito ordini ai suoi. Altre voci raccontano che siano alcuni esponenti del sud dello stesso partito di Giorgia Meloni ad aver tradito, ma sono verità che come i famosi centouno del 2013 non verranno mai a galla.
Su questa frattura, l’opposizione soffia con impeto, chiedendone le dimissioni. Anche se politicamente trovo “dovute” le richieste di abdicazione, è a loro che voglio porre un paio di questioni. Qualora si materializzassero le elezioni anticipate come richiesto, cosa avrebbero preparato? Pensano che sia foto in pizzeria a far vincere le elezioni? La destra insegna: si corre divisi, si governa uniti e anche per loro vale la stessa regola. Ma se in quattro anni, più che sgambettarsi a vicenda – seppur per idee diverse – e i pensieri principali sono “Renzi sì, Renzi no” oppure chi sarebbe il leader della coalizione, non mi sorprenderei se alle prossime politiche arrivasse un governo Meloni II.
Per mancanza di idee e di un programma chiaro. Ma soprattutto perché l’elettorato glielo sta chiedendo da tempo senza che nessuno di essi lo ascolti. Qualcuno che dice di essere pronto a governare c’è, ma è colui che per le cronache fu uno dei franchi tiratori nel 2013. Tanto per rimanere in tema.