Ho già visto succedere a molti quel che sta subendo Sigfrido Ranucci
Ciò che sta subendo Sigfrido Ranucci (e Report), l’ho visto capitare molte volte ed è uno spettacolo meschino figlio di due pulsioni distinte: la vendetta ed il narcisismo.
Ho incontrato il funzionario pubblico che fa letteralmente la storia nella prevenzione della infiltrazione mafiosa nelle concessioni rurali, che per questo subisce un attentato potenzialmente letale e c’è chi comincia a insinuare il dubbio che quell’attentato, di cui il funzionario è sicuramente vittima, non lo abbia voluto la mafia ma qualche amico senza pudore che intenda farci sopra una speculazione politica.
Ho incontrato il testimone di giustizia che con le sue denunce ha mandato a processo non soltanto boss di ‘ndrangheta di quattro province, ma anche altissimi e blasonati magistrati, che per questo ha perso tutto imboccando con l’intera famiglia una vita esiliata, senza scampo e c’è chi comincia a dire che lo ha fatto soltanto perché era già fallito e troppo compromesso con la medesima mafia a cui per anni aveva fatto concessioni.
Ho incontrato il giovane giornalista di periferia che si incaponisce nello scrivere male di mafiosi locali che non interessano a nessuno, che per questa sfrontatezza viene massacrato di botte e successivamente posto sotto scorta e c’è chi sussurra che in realtà le botte fossero men che simboliche e che la scorta è soltanto uno status immeritato, conseguenza di antichi lignaggi.
Ho incontrato il giornalista scomodo e sboccato, con un centinaia di querele sulle spalle perché in un buco di Mondo abbandonato dalla storia, anziché farsi i fatti propri ed usare la sua piccola emittente indipendente per arricchirsi con qualche televendita, testardamente denuncia il malaffare e c’è chi difronte ad una accusa infamante di estorsione scagliatagli addosso come un meteorite, grida allo scandalo e si affretta a marcare la lontananza siderale tra quel giornalismo-impostura ed il giornalismo-giornalismo.
Ad ognuna di queste storie potrei mettere nome e cognome naturalmente.
Ogni volta, per ciascuna di queste storie, ho visto lo stesso triste spettacolo: quelli che hanno approfittato della debolezza di un “avversario” per sparare ad alzo zero, sperando di essersi tolti definitivamente dai piedi un ingombro irriducibile (la vendetta) e quelli che per difendere una propria presunta alterità hanno immediatamente preso le distanze per evitare che gli schizzi li sporcassero (il narcisismo).
Io, probabilmente ingenuamente viste le conseguenze a cui sono andato incontro, ho sempre scelto di restare dove ero un momento prima che lo “scandalo” scoppiasse e cioè al loro fianco. E questo non per dabbenaggine e tanto meno per familismo amorale tra amici, ma perché ho imparato (a mie spese) che nessuno è riducibile all’errore che eventualmente ha commesso e che il valore di una vita si comprende guardandola dall’alto, tutta insieme, perché soltanto così si apprezza la direzione che ha scelto di percorrere, gli ostacoli che ha affrontato, le fatiche che talvolta l’hanno fatta incespicare.
La vita di Sigfrido Ranucci parla chiaro e merita rispetto, così come il lavoro di scavo che da anni porta avanti Report e che in tanti vorrebbero annientare in ossequio al progetto di una democrazia svuotata, buona soltanto ad ammantare il ritorno del “principe”. D’altronde siamo in una stagione di inaudito revisionismo storico e di depistaggi sistematici dell’opinione pubblica, non c’è da stupirsene dunque.
C’è chi dice che il sospetto è l’anticamera della verità e chi dice che il sospetto è la morte della democrazia: dipende. Se il “sospetto” è l’atteggiamento di chi non si ferma davanti a ciò che appare nella immediatezza o nella narrazione ufficiale, ma pretende di verificare apparenza e narrazione sottoponendole al fuoco rigoroso dell’accertamento scomodo, allora il “sospetto” è ciò che ti fa girare “l’armadio della vergogna” ed aprire gli occhi sul primo (riuscito) compromesso storico che ha contribuito a fondare la Repubblica italiana. Se il “sospetto” è l’ingrediente sapientemente sparso in giro da chi vuole minare la credibilità di qualche testimone scomodo, allora il “sospetto” è ciò che sussurra all’orecchio e scrive in certe relazioni di servizio che Peppino Impastato è un terrorista rosso morto mentre cercava di apparecchiare un attentato dinamitardo.
Per capire di quale natura sia il “sospetto” che ci bussa alla coscienza spesso è utile farsi una domanda: dove sta il manico del coltello?