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Dan Peterson: “Coloro che aiuteranno Nba a metter piedi in Europa saranno i primi a sparire. E le promozioni in A si conquistano sul parquet: a Brescia cancellato un lavoro di 20 anni”

IL FATTO A SPICCHI | L'intervista al Coach per antonomasia che dall'Illinois venne a insegnare pallacanestro in Italia e a vincere tutto tra Bologna e Milano: "Non si può fare una massima competizione europea cancellando la storia, cioè senza Virtus e Olimpia, non avrebbe senso". E poi il ricordo della sua partita più importante, la rimonta contro Salonicco, e quella proposta di Berlusconi: passare al calcio e allenare il Milan: "Avrei accettato, ma..."
Dan Peterson: “Coloro che aiuteranno Nba a metter piedi in Europa saranno i primi a sparire. E le promozioni in A si conquistano sul parquet: a Brescia cancellato un lavoro di 20 anni”
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“Il Fatto a spicchi” è la rubrica dedicata a chi ama il rumore dei rimbalzi e il fischio delle suole sui parquet dei templi del basket o sul cemento dei campetti di quartiere, a chi non rinuncia a giocare con gli amici neppure se più vecchio e meno tutto di Lebron o a chi vorrebbe farlo senza rompersi le ossa, a chi sogna di diventare campionessa o campione, a chi si commuove quando la figlia o il figlio fanno canestro in palestra e poi nella vita. Perché il basket può essere una scuola di vita. Vediamo come con grandi personaggi che ne hanno fatto e ne fanno la storia in Italia. Undicesima puntata

Prima puntata: Gigi Datome
Seconda puntata: Andrea Capobianco
Terza puntata: Giorgia Sottana
Quarta puntata: Giuliano Bufacchi
Quinta puntata: Linton Johnson
Sesta puntata: Luca Banchi
Settima puntata: Valerio Bianchini
Ottava puntata: Gianni Petrucci
Nona puntata: Alessandro Onorato
Decima puntata: Peppe Poeta

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Amici sportivi e non sportivi, se si parla di pallacanestro in Italia forse l’unica personalità a cui non servono presentazioni, anche per chi di basket non ne mastica, è Dan Peterson, ragazzo di 90 anni dell’Illinois (con un sessantaquattresimo di sangue Cherokee, come ama ricordare), arrivato a Bologna all’inizio degli anni Settanta per legare la sua vita prima alla Virtus e poi, per sempre, all’Olimpia e alla città di Milano. É persino inutile e superfluo ripercorrere qui la storia leggendaria di questo piccolo (solo di statura) americano arrivato dagli Stati Uniti dei giganti del grande basket – dopo un anno passato nel Cile alla vigilia di quel terribile 11 settembre 1973 del golpe di Pinochet e della morte di Allende – per insegnare la pallacanestro agli italiani. Accolto dallo scetticismo generale è divenuto mito, il “nano di ghiaccio” della panchina, il Coach per eccellenza, l’istrionico commentatore tv capace negli anni Novanta di rendere cult anche il circo, per noi italiani senza senso, del wrestling. Unica avvertenza: leggete l’intervista immaginando la voce di Dan Peterson sulle risposte.

Coach, qual è il valore che il basket le ha dato?
La mia vita. Ho cominciato a giocare a otto anni. In questo momento le parlo dal Jam Camp, a cui partecipo tutte le estati con ragazzi dagli otto ai sedici anni, da vent’anni sempre a Marina di Carrara, prima si faceva a Giardini Naxos. Ho cominciato a fare l’allenatore quando avevo 15 anni, allenavo ragazzi di 11 anni. Era il 1951.

Quindi, il valore che le ha dato è il futuro…
Esattamente.

Questa è una estate particolare per la pallacanestro italiana. Ottimi risultati per la nazionale. Ma una Serie A che ripartirà senza squadre storiche e con due nuove squadre romane. Cosa ne pensa, intanto, della compravendita dei titoli sportivi e dei trasferimenti in altre città?
Prima di tutto voglio dire che mi dispiace per Brescia, Quindici, venti anni di lavoro buttati via in un secondo. La mia idea è che in Serie A ci devi arrivare conquistandoti le promozioni sul campo, non in uno studio legale per mezzo di un bonifico.

Tutto questo succede perché all’orizzonte c’è Nba Europe… che ne pensa?
Sono molto scettico su Nba Europe. Può anche andare alla fine per carità perché se ci metti i soldi fai funzionare tutto. Prendiamo l’esempio della Wnba, perde milioni e milioni di dollari ogni anno ma hanno deciso di continuare a sostenerla… In ogni caso sono scettico, anche perché che cosa significa Nba Europe? Che i Los Angeles Lakers vengono a giocare a Milano contro l’Olimpia? No, non significa questo ma solo che l’Nba gestirà una lega in Europa. Ecco, qualcuno ricorda l’esperienza di Nba China? Nel 2008 c’erano le Olimpiadi di Pechino: per la nazionale cinese in quattro Olimpiadi fino a Pechino otto vittorie e sedici sconfitte. Dopo Pechino cinque perse e zero vinte, cinque perse e zero vinte, non qualificati, non qualificati. Nba in Cina ha fatto terra bruciata, impatto devastante e negativissimo per la nazionale cinese di pallacanestro. Voglio dire, Nba ha già portato via cento fuoriclasse europei. Poi ci vengono a dire che il prodotto del basket europeo non è di grande qualità… bene, ridateci Jokic, Doncic e Giannis. Poi ripeto, se investono tanti soldi e vogliono far funzionare la cosa potrà anche andar bene ma le mie perplessità rimangono per adesso enormi. Però, ecco, un’altra cosa voglio dire: se fossi la Fiba, se fossi la Fip… sarei molto cauto su questo, perché coloro che aiuteranno Nba a metter piedi in Europa saranno i primi a sparire.

Poi alcune grandi piazze perché non dovrebbero accedere alla massima competizione europea? In Italia pensiamo soprattutto a Bologna…
Sì, loro dicono che servono città con almeno un milione di abitanti e un impianto da 20 mila posti e la garanzia di quindicimila abbonamenti. Prova a fare questo in Europa con squadre senza tradizione. Addirittura in Nba sono scettici su squadre come Partizan e Stella Rossa, pubblici troppo caldi. La Virtus Bologna fuori, ma anche sull’Olimpia Milano sentivo ci sarebbero dei dubbi, pare che sia in vantaggio RedBird di Jerry Cardinale, la proprietà dell’Ac Milan, per realizzare una franchigia con Pallacanestro Varese. A me sembra che tutto questo abbia poco senso. Invece sarebbe bello un campionato Nba dove Boston Celtics giocano contro Virtus Bologna. Bologna è basket city, anche la seconda squadra, la Fortitudo, riempie sempre il palazzetto. Non si può cancellare la storia.

Bologna per lei è il primo approdo in Italia, che cosa significa Bologna per lei?
Non ero nessuno, c’era molto scetticismo su di me. Poi, però, primo anno vinciamo la Coppa Italia. Il terzo lo scudetto e ho lasciato una bella eredità, perché poi hanno vinto altri due scudetti dopo di me. Ho lasciato una squadra forte. E, soprattutto, quando sono arrivato su 15 derby nove li aveva vinti la Fortitudo, solo sei la Virtus. Con me la Virtus uno perso e nove vinti. Ettore Messina ne vince poi diciotto ma ne perde sedici. Mi tengo il mio novanta percento.

E che cosa significa Milano?
Milano, sapevo quando decisi di andare all’Olimpia che si trattava della New York d’Italia. Una società di grande tradizione cestistica, l’Olimpia, abbiamo vinto tutto quel che si poteva. Grazie all’Olimpia sono nell’Hall of fame della Fiba. Non posso che ringraziare Milano e l’Olimpia.

L’allenatore avversario più importante?
Non è uno, su tutti però Valerio Bianchini, abbiamo giocato contro trentotto partite. Ma ne dovrei citare tanti. Sandro Gamba, Arnaldo Taurisano, Dido Guerrieri, Tonino Zorzi, Giancarlo Primo… e molti altri davvero. E, lui, ovviamente: Bogdan Tanjevic. Mai una partita facile con loro, mai pensato “sono meglio io”.

La partita che ancora ricorda come la più importante della sua carriera?
La famosa rimonta contro Salonicco in Coppa Campioni nel novembre 1986. Perso in Grecia di 31 punti, giochiamo a Milano sette giorni dopo. E vinciamo di 34. Rimane ancora la più grande rimonta in una sfida andata e ritorno di massima competizione europea.

In quei sette giorni, lei che è un grande comunicatore, si chiuse nel più assoluto silenzio.
Silenzio stampa, silenzio con la società, zitto la domenica in Serie A, parlai solo ai giocatori prima di entrare sul parquet per il ritorno. Dissi: “Voglio vincere questa partita, anche di un solo punto”. Perché non volevo vedere la mia squadra guardare il tabellone, volevo vederli giocare a pallacanestro. Poi aggiunsi: “Se proprio volete ribaltare il risultato basta recuperare un punto al minuto”. Recuperammo 14 punti nel primo tempo e 20 nel secondo. Poche parole, ma furono quelle giuste. E poi vincemmo a fine stagione quella Coppa Campioni portando a casa un grande slam: Coppa Italia, Serie A e titolo europeo.

Leggenda vuole che nel 1987 Silvio Berlusconi la volesse sulla panchina del Milan per la nuova stagione.
Non è una leggenda. Lavoravo per le sue tv. A gennaio, era il 9 gennaio, giorno del mio compleanno, stavo conducendo l’Oscar dello sport al Teatro Manzoni di Milano. Sul palco c’erano Pelè e Maradona quella sera. Venne Adriano Galliani con il mio manager durante una pausa e mi disse che Berlusconi voleva parlarmi per offrirmi la panchina del Milan. Io ero concentrato sulla stagione dell’Olimpia e risposi che non avrei potuto parlarne fino al termine dell’annata, la stessa del triplete di cui raccontavo prima. Ma sappiamo come va il mondo, loro non potevano aspettare e poi presero Arrigo Sacchi. Cosa che fu la fortuna del Milan, di Sacchi e quindi tutti contenti.

Ma se avessero aspettato avrebbe accettato?
Certamente.

Anche in uno sport, il calcio, che conosceva senz’altro meno del basket?
Sì, mi sarei circondato di uno staff di persone che conoscevano bene il calcio, di geni di quello sport.

Coach, qual è l’errore che un genitore non deve fare portando i figli e le figlie al minibasket?
Sono contrarissimo a sgridare i bambini. Sui loro volti ci deve sempre essere il sorriso e la gioia nel cuore a fine di ogni allenamento. Questo vale sia per i coach sia per i genitori. Ci sono tre livelli: fino a 14 anni è gioco e solo gioco e gioia deve essere. Da 14 a 19 è sport giovanile, dopo i 19 può anche essere una professione. Di questo bisogna tenere sempre conto.

Prima delle vacanze ancora un po’ di camp, poi Coach?
Libri, podcast, ho già tanti progetti da portare avanti.

Sua moglie, la signora Laura Verga, si è ormai arresa al suo non fermarsi mai?
Mia moglie è molto più impegnata di me se è per questo.

Adesso allora possiamo salutarci Coach e possiamo dirlo: “Mamma, butta la pasta!”.

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