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L’integrazione delle forze armate Usa con quelle israeliane procede in assenza di dibattito pubblico

Così l’assistenza Usa verrà occultata e trasformata in cooperazione: una mossa necessaria davanti a una opinione pubblica sempre più scettica
L’integrazione delle forze armate Usa con quelle israeliane procede in assenza di dibattito pubblico
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di Giacomo Gabellini

Il National Defense Authorization Act per l’anno fiscale 2027 redatto dalla Camera dei Rappresentanti contiene una sezione specifica, la 219, intitolata United States-Israel Defense Technology Cooperation Initiative, che “richiede al Segretario della Difesa (della Guerra) di designare un agente esecutivo responsabile del coordinamento degli sforzi di cooperazione tra gli Stati Uniti e Israele, compresa la ricerca, lo sviluppo, la sperimentazione, la valutazione, l’integrazione e la cooperazione industriale bilaterale in materia di tecnologie della difesa”.

L’autorità che la Sezione 219 propone di conferire all’agente esecutivo delinea un livello di cooperazione notevolmente superiore a quello stabilito dai comuni accordi di cooperazione tecnologica con partner stranieri. Le deliberazioni emanate dall’agente esecutivo hanno la precedenza rispetto a quelle provenienti dagli altri uffici del Dipartimento della Difesa, ai sensi della direttiva 5101.01 che dota l’agente esecutivo della facoltà di annullare provvedimenti varati da altre agenzie facenti capo al Pentagono che svolgono funzioni e hanno responsabilità correlate. A partire dalla Defense Technology Security Administration, preposta alla gestione dei rischi derivanti dal trasferimento di tecnologie di difesa e informazioni critiche all’estero.

I promotori del National Defense Authorization Act per l’anno fiscale 2027 sostengono che la disposizione avvantaggerà le forze armate statunitensi, perché assicurerà loro pieno accesso alle tecnologie militari israeliane. Il punto è che gli Stati Uniti sono già nelle condizioni di procurarsele in base a normative come la 22 U.S.C. §2767 dell’Arms Export Control Act, che autorizza il presidente a estendere gli accordi di cooperazione in materia di ricerca, sviluppo e collaudo a Paesi stranieri amici non inquadrati nella Nato.

Segno che la Sezione 219 persegue un disegno di maggiore portata, che verte sostanzialmente sulla piena e strutturale integrazione di Israele nelle catene di approvvigionamento della difesa statunitensi, affidata a una figura burocratica – l’agente esecutivo – assolutamente non contemplata da alcun altro accordo di cooperazione bilaterale vigente e titolare della prerogativa di guidare il processo indipendentemente da eventuali resistenze istituzionali da parte degli uffici competenti del Pentagono.

Si tratta, in altri termini, di approfondire e allargare il perimetro della relazione strategica tra Stati Uniti e Israele in assenza di alcun dibattito pubblico e contestuale processo deliberativo che hanno caratterizzato l’integrazione dei Paesi dell’“anglosfera” nella National Technology Industrial Base.

Questo cambiamento “priverebbe Israele dei meccanismi di controllo politico e diplomatico che rendono la relazione trasparente e responsabile nei confronti del Paese, spostandone il fulcro dall’approvazione di un bilancio annuale per le sovvenzioni, visibile a tutti, all’opaco sistema degli appalti per la difesa, dove la supervisione è limitata e la responsabilità politica minima. Il risultato sarebbe una relazione di difesa più profonda ma anche meno trasparente”.

Nell’ottica dei promotori dell’iniziativa, consolidare il sodalizio israelo-statunitense attraverso l’allestimento di una corsia preferenziale di natura squisitamente “procedurale-esecutiva”, in grado di occultare l’assistenza Usa trasformandola in cooperazione, risultava assolutamente necessario alla luce degli orientamenti di senso contrario che stanno prendendo piede in seno all’opinione pubblica statunitense. Compresa quella di fede repubblicana, sempre meno incline al pari di quella democratica a “digerire” l’erogazione sistematica a beneficio di Israele di assistenza militare ed economica per un ammontare di quasi 4 miliardi di dollari all’anno, come previsto da un memorandum d’intesa di durata decennale siglato nell’anno fiscale 2019.

Lo certificano i risultati di un sondaggio condotto dal New York Times verso la metà di maggio, da cui è emerso che soltanto il 30% degli interpellati riteneva che il presidente Trump avesse preso la decisione giusta ordinando l’Operazione Epic Fury contro l’Iran, a fronte del 64% collocato su posizioni fortemente critiche.

Una rilevazione parallela realizzata dall’Institute for Global Affairs dell’Eurasia Group ha acclarato che “soltanto il 16% degli statunitensi ritiene che gli Stati Uniti dovrebbero continuare a fornire armi a Israele senza nuove restrizioni. Il 38% vorrebbe interrompere completamente le forniture e un altro 24% vorrebbe che le consegne fossero condizionate al loro utilizzo”.

Sulla base di queste tendenze popolari, il deputato repubblicano del Kentucky Thomas Massie e il suo collega democratico della California Ro Khanna avevano presentato un emendamento implicante l’abrogazione della Sezione 219, che è stato tuttavia dichiarato inammissibile al dibattito dall’House Rules Committee per un vizio procedurale.

“Il Congresso ha bloccato l’emendamento che io e il deputato Thomas Massie abbiamo presentato per impedire l’integrazione delle nostre forze armate con quelle israeliane. È inconcepibile non aver nemmeno votato. Continueremo la nostra battaglia e non ci lasceremo intimidire dalla lobby filo-israeliana”, ha scritto il deputato Khanna sul suo profilo X.

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