Sull’attentato a Ranucci mi pare scontato che vi siano ‘altri livelli’: ecco perché
Grazie all’operazione coordinata dalla Distrettuale antimafia della Procura di Roma ed eseguita dai reparti speciali e territoriali dei Carabinieri, è stato individuato e arrestato il commando pesantemente indiziato di aver realizzato l’attentato contro Sigfrido Ranucci del 16 ottobre scorso.
Adesso che i riflettori si riaccendono su una delle vicende più inquietanti degli ultimi mesi conviene richiamare alla memoria il quadro di insieme nel quale si collocò l’esplosione e per ciò va assunta come stella polare la dichiarazione odierna di Ranucci raccolta dalle agenzie: “Bisogna capire se ci sono altri livelli”.
In verità pare scontato che vi siano “altri livelli” dal momento che i magistrati che hanno provveduto agli arresti parlano esplicitamente di una squadra che avrebbe operato su commissione, dietro pagamento e che avrebbe, nel periodo successivo all’esecuzione dell’attentato, posto in essere specifiche condotte volte a depistare eventuali indagini.
Attorno al “cratere” di quella notte, che avrebbe potuto essere molto più devastante visto che le auto coinvolte erano alimentate a gas, si possono utilmente ordinare gli elementi emersi durante l’audizione in Commissione parlamentare antimafia del 4 novembre 2025, pure in parte secretata.
Ranucci in quella sede aveva raccontato che l’attentato era avvenuto pochi giorni dopo l’annuncio fatto attraverso i social dei contenuti della puntata che stava per andare in onda e che tra questi ci sarebbe stato il servizio sul cantiere navale di Rovigo, dove era stata trovata la “mitraglietta” (il cantiere navale tanto caro al governo Meloni).
Ranucci aveva anche spiegato che in quei giorni era stato fuori casa per lavoro e che nessuno poteva sapere che proprio quella sera sarebbe effettivamente tornato a casa: soltanto all’ultimo infatti Ranucci aveva richiesto alla scorta di andare a prenderlo e aveva di conseguenza avvisato casa.
Durante l’audizione il senatore Scarpinato aveva chiesto a Ranucci di spiegare cosa il giornalista avesse saputo di un presunto pedinamento a cui sarebbe stato sottoposto per ordine del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari a seguito del lavoro fatto sulle stragi di mafia (risposta segretata).
Ancora il senatore Scarpinato aveva ricordato che in prossimità dell’attentato a Ranucci un incendio aveva devastato la sede romana di 42° parallelo, società che ha prodotto Magma, il docufilm sull’omicidio di Piersanti Mattarella (non acquistato dalla Rai).
Riguardare oggi l’audizione del 4 novembre è utile anche per lo scambio tra Ranucci e il senatore Maurizio Gasparri che, dopo aver “lasciato agli atti” che la pista nera sulla strage di Capaci, tanto cara a Report, era finita archiviata (oggi sappiamo che la vicenda è più articolata di come la volle liquidare Gasparri allora), aveva aggiunto in maniera sibillina di sapere che erano in corso delle indagini riguardanti Sigfrido Ranucci, provocando l’immediata protesta della deputata dem Debora Serracchiani.
Ancora colpisce che per ben due volte la presidente Colosimo prendesse la parola per ipotizzare un collegamento tra l’esplosione (derubricata a possibile “fuoco d’artificio”!) e i turbolenti delinquenti operanti sul litorale di Ostia (dove “girano anche molte armi”).
A rendere questa cornice ancora più grave ci sono gli attacchi che, in barba alla retorica solidaristica, Report ha continuato a subire proprio dagli ambienti legati alla maggioranza meloniana: la Rai che lascia Ranucci senza assistenza legale per la vicenda Minetti, la gravissima precarizzazione progressiva del rapporto che lega la Rai alla redazione di Report (una colonna come Paolo Mondani pagato, dalla prossima stagione, un tanto al pezzo), i ritardi nei pagamenti stessi.
Insomma: l’attentato a Ranucci è un episodio grave che non può essere scollegato dal collasso del servizio pubblico radiotelevisivo, dall’occupazione della Rai da parte di fedelissimi meloniani che non fanno mistero di essere “di destra”, dall’allontanamento di voci libere e soltanto per questo scomode.
Di più: credo che l’attentato a Ranucci non possa essere letto prescindendo da quella che appare come una partita per il potere dai contorni oscuri che riguarda pezzi di apparati di sicurezza, di componenti investigativo-giudiziarie, il “mercato” delle informazioni riservate (mi riferisco alle vicende Equalize, Squadra Fiore, “Striano/Laudati”) e i rapporti osceni tra mafie e politica. Quelli affiorati con la vicenda che ha travolto l’ex sottosegretario alla Giustizia, l’on. Andrea Delmastro di Fratelli d’Italia, quelli che affiorano dall’inchiesta Hydra a Milano dove vengono depositati a tambur battente verbali in gran parte omissati, quelli dei quali aveva cominciato a parlare Bernardo Pace, mafioso trapanese condannato nell’abbreviato di Hydra, pentito, trovato impiccato nel carcere di Torino il 16 marzo scorso.
Quelli dei quali avrebbe dovuto occuparsi la presidente Colosimo, assecondando l’auspicio manifestato solennemente alla Camera da Giorgia Meloni all’indomani dello scandalo delle “5 forchette” (Delmastro-Caroccia), per una immediata e severa inchiesta sulle “infiltrazioni della mafia nella politica” (sic) e che invece ha prodotto ad oggi soltanto una imbarazzante audizione dello stesso Delmastro, mentre la Camera si appresta persino a negare ai magistrati romani l’acquisizione dei messaggi che si sono scambiati Delmastro e Caroccia. Gli stessi magistrati che però oggi verosimilmente hanno un quadro più dettagliato su quegli “altri livelli”.