Caos nei soccorsi in Venezuela, burocrazia e mancanza di una regia comune rallentano le operazioni: “Impossibile comunicare, non abbiamo neanche gli interpreti”
Nessuna tregua. Scosse, giorno e notte. La terra tremava anche stamattina, a Caracas e a Guanare, alle 7.01 ora locale. Resta elevato (84%) il rischio di un’altra forte scossa. Tensioni e incertezze salgono insieme alla cifra dei dispersi, ora a quota 50mila, secondo il portale Venezuelareporta.org, mentre la conta ufficiale dei morti è ferma a quasi 1.500. Cifra che in realtà potrebbe essere ben più alta. I soccorritori sono finalmente arrivati nelle zone più colpite, tra cui La Guaira e San Bernardino. Ma non c’è una regia comune. E parlando con ilfattoquotidiano.it denunciano assenza di strumenti, barriere linguistiche e ostacoli burocratici che rallentano le operazioni salvavita. “La prima barriera che abbiamo trovato non era fatta di cemento, bensì di parole. Nel mio team parliamo francese e un po’ di inglese scolastico, ma lì nessuno lo parlava”, racconta il soccorritore francese Jean-Pierre Dubois. “C’era una donna in preda al panico – ha lamentato -. Ci indicava una Palazzina crollata. Non riuscivamo a capire se ci stesse dicendo che i suoi figli erano intrappolati in una stanza specifica, se c’erano bombole di gas instabili all’interno, o se l’edificio fosse già vuoto”.
Il soccorritore, coinvolto nelle operazioni a La Guaira, sostiene di aver perso “minuti preziosi, che in questo lavoro fanno la differenza tra la vita e la morte”, provando a individuare un interprete. Lo Stato, in preda al disordine, non ci aveva neppure pensato. Spunta poi l’annuncio, tardivo, su un portale creato ad hoc dalla società civile: “Cercasi interpreti per comunicazioni con i soccorritori stranieri”.
Ma l’effetto Babele è in tutte le cose, e non solo nella confusione delle lingue. Pesano gli ostacoli burocratici posti da Palazzo di Miraflores che, per ragioni di sicurezza nazionale, ha bloccato gli accessi a La Guaira, rallentando il flusso di aiuti verso la regione. “Non ci fanno passare. Siamo soccorritori e un generale (dell’esercito, ndr) vuole impedirci l’accesso al luogo del disastro. Dov’è il governo in questo momento?”, denuncia il soccorritore locale Jason Martínez, rivendicando: “Siamo noi, professionisti, che salviamo le persone. Non la polizia né i militari”.
Per partecipare alle operazioni soccorso nelle zone più colpite, occorre recarsi al Poliedro di Caracas. L’iscrizione sarebbe gratuita e volontari, ma dilaga la corruzione. “Ci chiedono da 50 a 100 euro per poter diventare volontari”, denuncia Carolina Esparta, in fila per le iscrizioni.
Altre richieste sono bloccate, senza motivo, dalle Forze dell’ordine. “Ci sono più fucili che pale in questo Paese. Vergogna!”, grida uno dei giovani in fila. È scontro anche tra vigili del fuoco e corpi di polizia. “Ecco, vi siete fatti vivi dopo cinque giorni. Ora osate ostacolare il transito ai pompieri e anche al loro direttore, intenti a soccorrere la popolazione”, denunciano i pompieri de La Guaira, in una discussione accesa con gli agenti. E ancora: “Cosa fate per i morti? Niente. È un abuso di potere“.
Episodio di tensione si è verificato anche tra il ministro dell’Interno, Diosdado Cabello, e diversi contractor impegnati nelle operazioni di soccorso. Ma la dinamica non è stata chiarita dalle autorità locali. Ad agitare le acque sono le immagini emerse dai luoghi del disastro e che svelano le lacune dell’asse Caracas-Washington nella gestione dell’emergenza umanitaria. Tra le più strazianti: i corpi in fila, nudi e seminudi, abbandonati nel parcheggio dell’obitorio di Pariata, e diversi cadaveri sottratti alle macerie ma lasciati per ore sui marciapiedi.
Di qui l’intervento muscolare dei marines, sbarcati a La Guaira. “È una follia, da ogni prospettiva possibile. L’odore dei cadaveri è nell’aria”, sostiene a Ntn24 John Wilson, tra i soccorritori: “Ci viene insegnato ad aiutare le persone, ma nessuno ti forma all’interazione con il sangue né con la putrefazione dei corpi”. Wilson, che ha operato in almeno trenta edifici, racconta: “Non ho trovato nessun superstite. Soltanto dei corpi senza vita, almeno cinque o sei al giorno”. Altri soccorritori, un gruppo di 22 uomini, provenienti da Medellín (Colombia), hanno denunciato ostilità da parte del governo venezuelano al loro arrivo. “Li hanno trattenuti, almeno cinque ore, senza motivo“, denuncia il sindaco della città colombiana Federico Gutierrez. In diverse città si registrano anche cenni di disobbedienza civile: cittadini, che rompono il cerchio delle Forze dell’ordine, criticate per la loro inerzia di fronte al dramma. “State solo facendo operazioni di parata. E mettete a repentaglio migliaia di vite”, lamentano i volontari a Tucacas, altra località colpita dal sisma.
Ci son inoltre polemiche sulla gestione degli aiuti umanitari e il clima di impunità di fronte a episodi di sciacallaggio in attività commerciali e case colpite dal sisma. Contro le Forze dell’ordine insorgono anche gli stessi volontari, con un pensiero sempre più ricorrente: “Sapete solo sparare chi manifesta. Ma non sapete salvare vite”.