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Non c’è piano Mattei senza onde corte Rai: perché l’Italia deve tornare a parlare al Mediterraneo

Oggi circa il 25% della popolazione mondiale non ha accesso stabile a internet. Il ripristino delle onde corte non è una questione nostalgica: è politica estera
Non c’è piano Mattei senza onde corte Rai: perché l’Italia deve tornare a parlare al Mediterraneo
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di Roberto Spiezio

Mentre scrivo, il Sahel brucia, politicamente e letteralmente. Il Mali, il Niger e il Burkina Faso hanno espulso le missioni occidentali e aperto le porte alla Russia, Wagner prima e adesso Africa Corps. In Libia la frammentazione continua. Sulle rotte migratorie che attraversano il deserto verso le coste italiane, centinaia di migliaia di persone si muovono in un vuoto informativo totale, senza accesso a notizie affidabili, esposti alla disinformazione di chi quelle frequenze le presidia da anni.

Nel frattempo, fin dal gennaio 2024, il governo italiano discute di “proiezione mediterranea” e di “Piano Mattei” come priorità strategica, ma continua a farlo senza uno strumento di comunicazione capace di raggiungere il pubblico a cui quel piano è destinato. La contraddizione è evidente, e penso non sia più rinviabile.

Per oltre sette decenni, la radio internazionale italiana fu uno strumento di presenza culturale e diplomatica: voci in arabo, francese e italiano raggiungevano il Nord Africa, il Medio Oriente e le zone di conflitto. Poi, il 1° ottobre 2007, RAI International cessò le trasmissioni in onde corte dopo 72 anni di servizio ininterrotto. A mio avviso, un atto di contabilità travestito da modernizzazione. La logica era semplice: perché mantenere costose infrastrutture trasmittenti quando chiunque poteva connettersi online? Era una logica seducente, condivisa da altri paesi ancora adesso (pensiamo ad ABC in Australia, le cui frequenze in onde corte sono adesso in parte occupate da Radio Cina Internazionale, CRI) ma secondo me profondamente sbagliata.

Oggi circa il 25% della popolazione mondiale non ha accesso stabile a internet, secondo il rapporto dell’ente internazionale per le telecomunicazioni ITU. In gran parte del Nord Africa rurale, ma anche per esempio nell’Africa centrale della nuova emergenza Ebola, la radio rimane un mezzo essenziale e spesso insostituibile di informazione. In contesti di crisi o repressione, i governi bloccano le piattaforme digitali: è successo in Iran di recente, in Sudan nel 2024, ma non solo. E succederà ancora. Le onde corte non si bloccano facilmente: attraversano i confini senza chiedere il permesso e non richiedono infrastrutture locali.

Nel frattempo, altri hanno occupato quelle frequenze. La cinese CRI trasmette in arabo verso il Maghreb con potenze documentate fra i 100 ed i 250 kW. La francese RFI non ha mai smesso. La Russia ha rafforzato la presenza in Africa subsahariana. L’Italia, che ha firmato accordi con Algeria, Tunisia e Libia, e ha lanciato il Piano Mattei per l’Africa, resta muta su quelle frequenze dove ogni sera la propaganda altrui parla a milioni di ascoltatori.

Un servizio minimo è realizzabile rapidamente. Un trasmettitore da 100 kW di nuova generazione costerebbe circa 2–2,5 milioni di dollari, supporta sia AM tradizionale sia il formato digitale DRM (Digital Radio Mondiale), e coprirebbe con continuità tutta la sponda sud del Mediterraneo. Un’installazione in Sicilia o Sardegna sarebbe geograficamente ideale. Nel breve periodo, l’Italia potrebbe ad esempio contrattare capacità con IRRS-NEXUS IBA, l’associazione milanese che già irradia verso Africa e Medio Oriente con potenze tra 150 e 300 kW. I costi operativi annui per 4–6 ore quotidiane in arabo, francese e italiano si aggirerebbero tra i 2 e i 5 milioni di euro, con una stima basata su operazioni simili nel broadcasting internazionale; a mio parere, una frazione irrisoria rispetto al costo politico dell’invisibilità.

Il ripristino delle onde corte non è una questione nostalgica. È politica estera, è soft power ed è public diplomacy. In un’epoca di guerra dell’informazione e competizione geopolitica nel Mediterraneo, la voce di un paese vale quanto una flotta navale. Il “Piano Mattei” del governo ha bisogno di un megafono che arrivi dove i server non arrivano. Ritengo quindi che Farnesina, RAI e Parlamento dovrebbero (ri)aprire questo dossier come investimento nel presente, più che come mero esercizio di memoria.

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