Il calciatore belga che rivendica il diritto di essere per prima cosa persona e padre
La vicenda Pierron-Doku, in cui la giornalista francese ha stigmatizzato con parole dure la scelta del calciatore belga di voler assistere alla nascita del figlio, non parla solo di calcio. Parla di come definiamo il valore delle persone. Parla di come “pensiamo” il corpo, la cura, la paternità. Parla delle nostre scelte tra vita e performance. La domanda non è: Mondiale o parto? La domanda è: che tipo di società vogliamo essere? Una che misura tutto in termini di successo, o una che dà valore alla presenza, alla cura e ai legami riconoscendoli come parte essenziale della dignità umana.
Ma la frase della giornalista France Pierron, che ha definito il parto “disgustoso” e il padre “inutile”, non ha solo scatenato una indignazione enorme, ma rivelato un conflitto nascosto sul significato stesso di genitorialità e sul diritto di un uomo di essere presente alla nascita di suo figlio, di esercitare il suo diritto di padre.
Per gran parte della storia, la paternità è stata relegata ai margini del momento della nascita. Il padre “fuori dalla sala”, il padre che aspetta, il padre che arriva dopo. Oggi invece, la presenza al parto è riconosciuta come un diritto relazionale: non serve a essere presente formalmente ma a essere parte, esserci davvero. Dire che il padre è inutile significa negare questo diritto. Significa ignorare che la cura non è un compito biologico, ma un gesto di responsabilità.
C’è poi l’espressione più feroce usata da Pierron: “disgustoso”. Il parto come cosa da censurare, come eccesso corporeo, come qualcosa che non si può guardare. È un tabù antico, che sopravvive sotto forme nuove: il corpo femminile celebrato quando è estetico e patinato, rimosso quando è reale e vulnerabile. Eppure, proprio nel momento in cui la società discute di diritti riproduttivi, di maternità consapevole, di parità nella cura, definire il parto “disgustoso” non è solo una caduta di stile: è un attacco simbolico. È dire che ciò che riguarda il corpo delle donne è ancora qualcosa da nascondere, da minimizzare, da ridicolizzare.
Il calcio, soprattutto ai livelli di un Mondiale, è un sistema che promette gloria, ma pretende tutto. Pierron lo dice chiaramente: “Ci sono centinaia di calciatori pronti a uccidere per essere al tuo posto”. È la mentalità dell’usa e getta, del rimpiazzo: se non ci sei tu, ci sarà un altro. Ma questa logica è esattamente ciò che disumanizza gli atleti, trasformandoli in ingranaggi di un meccanismo che non contempla la vita reale.
La scelta di Doku rompe questo schema. Rivendica il diritto di essere prima persona e poi professionista. E questo, per il sistema, è intollerabile. Pertanto, la domanda “Mondiale o parto?” non è quella giusta. Perché riduce la vita a una scelta binaria tra pubblico e privato, tra successo e affetto, tra carriera e legami. Gli esseri umani non vivono in compartimenti stagni: la nascita di un figlio trasforma, un Mondiale raccoglie un Paese attorno a un rito collettivo che dura poche settimane. Metterli sullo stesso piano, significa non capire la complessità dell’esperienza umana.
La polemica Pierron–Doku ci ricorda che i diritti non sono solo norme scritte: sono spazi di possibilità. Il diritto di un padre di essere presente. Il diritto di una donna di non vedere il proprio corpo ridotto a un tabù. Il diritto di un atleta a non essere ridotto a un ingranaggio della performance. Il diritto di ciascuno di noi di scegliere la vita, quando questa ci chiama.
E allora sì, la domanda resta: che tipo di società vogliamo essere? Una che misura tutto in termini di produttività, o una che riconosce che la cura, anche quando non “serve a niente”, è una forma altissima di responsabilità? Forse la risposta non sta nel calcio, né nella televisione, né nelle polemiche. Sta in un gesto semplice: un uomo che vuole essere accanto alla donna che ama mentre nasce suo figlio. Il gesto di chi vuole restare umano, e di un padre che rivendica il diritto di esserci.