Auto, ponti, lampadari, manichini, Statua della Libertà, bambole, gru e perfino mezzi di trasporto, possono diventare per certe persone (gli oggettofili, od oggettosessuali) i loro partner. È il caso della francese Sandra Rahm, che su TikTok ha raccontato i suoi sei anni di storia d’amore con il tram 3013, scoccata nel 2020 e coronata dalle nozze nel 2024. Una storia ripresa pochi giorni fa dal magazine francese Destination Santé.
Il recente video in cui la quarantaquattrenne Sandra racconta la propria storia d’amore è accolto da commenti non proprio benevoli. Ma lei, che assicura di avere “comunque i piedi per terra”, non si scompone. Sostiene che tra lei e la sua beneamata carrozza – riprodotta su cuscini e in una foto che immortala la coppia sui binari con la sposa in bianco – c’è un vero e proprio feeling. Lei parla al suo tram, pur ammettendo che “non risponde come un essere umano, ma ci sono altre sensazioni”; addirittura lo percepisce in casa dietro di sé. Potrà sembrare incredibile, ma Sandra non è l’unica ad aver trasformato un oggetto della quotidianità in compagno d’amore, anche se è difficile quantificare un fenomeno che la scienza sta cercando di inquadrare solo da pochi anni. Non esistono statistiche, ma certo i pochi oggettofili che si dichiarano fanno molto scalpore…
Matrimoni insoliti
È il caso della svedese Eija-Riitta Eklöf, maritatasi nel 1979 con il Muro di Berlino. Ma anche dell’americano ventisettenne Nathaniel, innamorato della sua Chevrolet Monte Carlo Rossa. Dal canto suo, la brasiliana Rocha Moraesi si è fatta conoscere su TikTok per le nozze con un manichino, da cui avrebbe avuto due figli. C’è chi ama dei palloncini colorati, come un ventottenne indiano, e chi propende per un lampadario, come Amanda Liberty (che ha assunto il “cognome” dopo essersi innamorata della Statua della Libertà). E non mancano baci, abbracci, carezze e talvolta atteggiamenti osé, come quelli dell’americana Erika con una cancellata o con la torre Eiffel, sposata nel 2007. Sono tutte relazioni che rispecchiano quelle umane, pervase allo stesso modo di romanticismo, attrazione sessuale, ricerca dell’intimità, sofferenza per il distacco. Si va dunque ben al di là di un semplice interesse estetico o utilitario di un oggetto, magari anche di affezione perché ricorda certi eventi della propria vita. Come specifica la dott. Carmen Di Muro, psicologa e psicoterapeuta: “L’oggettofilia rientra nei disturbi della parafilia”, cioè tutti quei comportamenti o fantasie che comportano eccitazione sessuale e sono diretti verso oggetti, situazioni o – peggio – animali, bambini o adulti non consenzienti. “Si tratta di una sfumatura di tutti quei disturbi che conosciamo e che molti cercano di interpretare”. Certo, desiderare sessualmente un oggetto non è dannoso in sé e, come rivendica Sandra Rahm, ognuno ha il diritto di vivere come crede senza essere giudicato. Ma certamente si tratta di atteggiamenti fuori dagli schemi e socialmente difficili da accettare. Per la psicologa e sessuologa Amy Marsh, che per prima se ne è occupata nel 2010, si tratta di un seppur raro orientamento sessuale da capire e valutare senza pregiudizi. Ma cosa porta a preferire un oggetto a una persona in carne e ossa?
Una profonda paura
All’origine dell’oggettofilia si ipotizzano anche possibili connessioni neurologiche, ma secondo Di Muro le evidenze scientifiche sono ancora poche: lei preferisce orientarsi verso la “neurobiologia della sofferenza. Grazie alle nostre conoscenze nel campo delle neuroscienze, sappiamo che il cervello è molto plastico, si modella e si adatta alle esperienze. Se queste sono negative, qualcuno cerca alternative meno dolorose”. Di fatto tra gli oggettofili emergono traumi, timore di essere rifiutati, isolamento sociale. Quando sembra impossibile rapportarsi con un essere umano e misurarsi in una relazione vera, ecco che “l’oggetto diventa un punto di riferimento: non abbandona, non tradisce. Più che innamorarsi dell’oggetto, ci si innamora di come l’oggetto ci fa sentire”, precisa la psicoterapeuta. “L’oggetto diventa un contenitore affettivo con una sua funzione emotiva, quasi sempre per dare senso a un vuoto profondo nelle relazioni. È una soluzione emotiva per riempire un vuoto senza rischiare nuove ferite”. Ed ecco che il ponte o la torre, con la loro solidità, sembrano offrire protezione, ma lo stesso possono fare le bambole, i palloncini, i manichini o i modellini di Boeing che attendono fedelmente a casa, sempre disponibili per un abbraccio e un conforto. “Offrono una parvenza di interezza in un mondo percepito come caotico. È un tentativo di curare la propria solitudine cercando risposte che non si è riusciti a trovare in altre persone”.
L’oggetto dunque come una bolla che protegge, ma isola sempre di più. Mentre rapportarsi con una relazione umana comporta confronti a volte difficili, ma capaci anche di favorire la crescita personale, relazionarsi con l’oggetto implica una sconnessione dal proprio mondo emotivo: occorre dunque ripristinare i giusti collegamenti. “L’oggettofilia è il sintomo, non la causa. Occorre insegnare alla persona a riconoscere le emozioni, anche quelle che spaventano, perché questo significa imparare a gestirle. La nostra vulnerabilità non è un pericolo, ma la nostra più grande forza, la nostra essenza che sostiene la guarigione e ci fa sentire umani e integri”, conclude la psicoterapeuta.