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In Yemen, il reparto pediatrico di Haydan ha cambiato rumore. Lo racconta la nostra Elisa Manzini

Spesso immaginiamo la pace come assenza di rumore, come silenzio. In realtà, nei luoghi in cui ho lavorato con MSF, la pace ha quasi sempre avuto un suono: quello di un bambino
In Yemen, il reparto pediatrico di Haydan ha cambiato rumore. Lo racconta la nostra Elisa Manzini
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di Elisa Manzini, pediatra di Medici Senza Frontiere

Nel reparto pediatrico di Haydan, nel nord dello Yemen, a un certo punto il rumore più forte non era più quello dei pianti, dei passi veloci nel corridoio o delle voci dei medici. Era quello delle bottiglie di plastica riempite di sassolini. Maracas improvvisate con quello che c’era. Le agitavano bambini malnutriti che fino a pochi giorni prima non avevano nemmeno la forza di stare seduti, madri che finalmente li vedevano reagire a qualcosa. Il primo suono della vita che tornava.

Sono i primi oggetti che hanno composto la nuova stanza della neuropsicomotricità dell’ospedale, pensata per bambini malnutriti, che per questo motivo non sono riusciti a sviluppare abilità motorie. Era un caos assoluto. Ma era un caos bellissimo.

Sono arrivata in Yemen nell’aprile 2024, appena finita la specializzazione. Sei mesi in un ospedale al confine con l’Arabia Saudita, in un paese che porta addosso dieci anni di guerra. I miei pazienti erano bambini piccolissimi. Malnutriti, fragili. Molti arrivavano completamente apatici, senza forza nemmeno per piangere. Alcuni non avevano mai imparato a stare seduti, a gattonare. Quando manca l’energia, quando manca proprio la benzina, un bambino non cresce. Non gioca. La guerra se la porta addosso fin dalla nascita. C’è un bambino che non dimentico: è arrivato in coma, con convulsioni continue. Non avevamo strumenti per una diagnosi certa, l’abbiamo curato come potevamo. Dopo giorni ha aperto gli occhi. Dopo settimane, i primi passi. La madre mi chiedeva ogni giorno quando sarebbe tornato come prima. Alla fine, l’ho visto sorridere di nuovo.

La guerra resta ovunque: fuori dall’ospedale e dentro la vita delle persone. La vedevo negli occhi delle donne, madri che non possono decidere nemmeno per la propria salute.
Haydan è un villaggio isolato tra le montagne, con pochissima connessione internet e nessuna possibilità di uscire dall’ospedale o dalla casa condivisa. Dopo il primo mese, l’obiettivo era solo arrivare al giorno dopo. Mi aggrappavo ai dettagli: la moka della mattina, il “gelato” improvvisato dal collega iracheno con latte e cioccolato congelati, le colazioni tra donne ogni due settimane, tè e dolci nascosti sotto gli abiti. Piccoli momenti di felicità rubati alla guerra.

Quando sono tornata in Italia, ho partecipato al lancio della campagna “La pace suona qui” e ho pensato subito a quel reparto lontano. L’idea è semplice, ma potente: un video-manifesto di Medici Senza Frontiere e AssoConcerti, che porta un messaggio di pace nei maxischermi dei concerti. Fra i volti del video, quelli di Sonia Bergamasco, Neri Marcoré e Pierpaolo Spollon. Insieme a quello dei miei colleghi e colleghe di MSF. Insieme al mio.

Perché spesso immaginiamo la pace come assenza di rumore, come silenzio. In realtà, nei luoghi in cui ho lavorato con MSF, la pace ha quasi sempre avuto un suono: quello di un bambino che torna a piangere dopo giorni di apatia. Di una madre che ricomincia a fare domande sul futuro del figlio. Di una stanza che si riempie di voci, di giochi, di confusione. Il suono di quelle maracas.

Forse è per questo che mi colpisce l’idea di portare questo messaggio nei concerti. Perché la musica ci ricorda una cosa semplice: ascoltare è una scelta.

Ogni giorno siamo raggiunti dal rumore delle guerre. Dai numeri, dalle immagini, dalle notizie che scorrono veloci. Eppure, dietro tutto questo, esistono persone che continuano a vivere, a curare, a crescere figli, a cercare un futuro. Esistono suoni che rischiamo di non ascoltare più: il rumore di un generatore che permette a un ospedale di continuare a funzionare. Le voci di chi aspetta una visita medica. Il primo respiro di un neonato. Una risata. Sembrano cose piccole, ma dopo mesi passati in un paese segnato dalla guerra, ho imparato che spesso è proprio da lì che si misura la differenza tra sopravvivere e vivere.

E che, a volte, la vita torna a farsi sentire attraverso il rumore più semplice del mondo: quello di un bambino che gioca.
Il suono di chi continua a vivere quando tutto crolla.

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