I Mondiali 2026 smontano le critiche italiane: i giornali e i commentatori rosicano
di Furio Durando
Dopo sedici partite dei Mondiali di calcio, il rodimento per la terza assenza dell’Italia da parte di certi giornali sportivi, ringalluzziti dai recenti trionfi contro Lussemburgo e Grecia, tracima. Pierfrancesco “Carneade” Archetti e poco dopo Alessandro Altobelli sulla Gazzetta straparlano frettolosamente di tante cose, oppressi dall’ipertrofia del format partorito da Infantino con 48 squadre e triplice sede e depressi dal nostro essere spettatori.
Punti dal sacrosanto sarcasmo del presidente Fifa sull’attuale difficoltà dell’Italia a qualificarsi per un mondiale con meno di 200 squadre, invece che riflettere sui fallimenti, sono in tanti – sembrano tanti Sechi in salsa sportiva – a etichettare “non all’altezza” (di chi? Dell’Italia messa sotto da Norvegia e Bosnia?) la maggior parte delle squadre in gara, a vaneggiare di “grandi assenti” (l’unica è la Russia, estromessa perché non ha la stella di David sulla bandiera; il resto è omissibile), a definire mediocre il campionato, troppe le partite e molte quelle “inutili” (???).
Partite “noiose” o “inutili”. Come se nel campionato italiano, da troppi anni appesantito da 20 squadre delle quali le solite 7-8 competitive per scudetto e coppe, 4 o 5 per salvarsi e le altre prive di ambizioni, le gare fossero tutte avvincenti e non si capisse quasi sempre dopo 12-13 giornate chi lotterà per lo scudetto e chi retrocederà, e chi galleggerà nella mediocrità, col rischio di dosare l’impegno secondo convenienza e “amicizie”: con 16 squadre, scudetto alla prima, CL alla seconda e play-offs per le coppe dal terzo all’ottavo posto, e play-outs dal nono al sedicesimo posto, il divertimento e la credibilità sarebbero altri.
E sia detto per inciso – tanto per zittire i vannacciani in crescita anche nel giornalismo gazzettaro, che prima o poi invocheranno l’autarchia anche nel calcio – la mediocrità della nazionale non è certo colpa dei “troppi” giocatori stranieri che hanno tenuto a galla i club italiani in Europa (le vittorie di Roma e Atalanta, le tre finali dell’Inter e le due della Fiorentina negli ultimi sette anni hanno fra l’altro dimostrato che c’è un calcio italiano d’élite anche senza Juventus e Milan): il problema è di sistema, di vivai, di cultura sportiva; citofonare Spagna e Francia per farsi un’idea.
Il mondiale americano sta invece mostrando un gioco spesso arioso, vario, moderno e soprattutto veloce, preparazioni atletiche sontuose a dispetto del caldo e degli orari di gara assurdi, organizzazione tattica e l’esercizio di quella gioiosa filosofia del “segnare un gol più degli altri”: roba che nelle zucche vuote del pensiero calcistico italico non entra, perso a celebrare i “corti musi” degli Allegri e le tediose costruzioni dal basso di Conte.
Salvo Curaçao, Tunisia e Paraguay, tutte le squadre scese in campo hanno dimostrato che il bel calcio dipende da talento, passione, ambizione, strategie e preparazione. Giappone, Egitto, Arabia Saudita, Marocco, Capo Verde, Australia, Messico hanno giocato alla pari o si sono imposte, mostrando che il calcio non è più da tempo un fenomeno di “scuole” europea e sudamericana, ma globale, perché da tutto il globo provengono i giocatori che rendono avvincenti i campionati nazionali.
Chi ama il calcio vuole vedere belle partite, bel gioco e attori di qualità, a prescindere dal nome e dalla geografia. Torto ha chi vorrebbe – ed è gente che neppure conosce la geografia fisica ed economica del pianeta – che i Mondiali diventassero il campionato di una superlega con “eccellenze” scelte a tavolino da una lobby, in base a blasone, ricchezza e appeal economico-commerciale in funzione del pubblico-utenza.
Scelta perdente in partenza, ma che riflette la subcultura neo feudale che improntò il progetto della Superlega europea per club di Andrea Agnelli & friends, per trasformare il “gioco più bello del mondo” in un tedioso circo con attori fissi, presenti per diritto di sangue anziché per merito. Lasciamoli piangere e recriminare.