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Autonomia differenziata, un falso allarme? Purtroppo no. A Napoli riprende la lotta

Pre-intese e LEP ancora minacciano l'unità della Repubblica. L'assemblea dei Comitati riuniti a Napoli riapre una stagione di mobilitazione intensa fino alle elezioni del 2027
Autonomia differenziata, un falso allarme? Purtroppo no. A Napoli riprende la lotta
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I Comitati per il ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti sono nati esattamente 7 anni fa, quando ci si accorse che l’autonomia differenziata riguardava non solo la scuola, ma altre 22 materie, molte delle quali altrettanto importanti. Sono stati 7 anni di “Al Lupo al Lupo”, da quando – precisamente il 7 luglio del 2019, in una affollatissima assemblea al Liceo Tasso di Roma – sono stati fondati i Comitati? E, poi, 2 anni dopo, il 30 ottobre del 2021, il Tavolo NOAD?

No. Sono stati anni trascorsi a formarsi, formare ed informare; a inseguire – governo dopo governo – i disegni di legge in attuazione del c. 3 dell’art. 116 riformato nel 2001, con il Titolo V, quelli che cercavano di attuare l’autonomia differenziata, sempre collegati alla legge di Bilancio; sono stati anni di presìdi sotto Camera e Senato; sono stati gli anni della manifestazione di Napoli, con 6mila persone in piazza, preceduta dall’assemblea nazionale a Milano, per ricordare che l’autonomia differenziata non è solo un problema del Sud; gli anni dei flash mob, delle assemblee gremite e di quelle disertate; anni a parlare di una materia ostica, che persino i quotidiani più sensibili hanno spesso ignorati; anni in cui i Comitati sono riusciti a esprimere il proprio punto di vista, per convincere chi ne aveva la forza che fosse necessario un referendum contro la legge Calderoli, che aveva ormai bruciato le tappe dell’approvazione al Senato e poi alla Camera; gli anni in cui, pancia a terra, nell’estate più calda di sempre, in due mesi, banchetto dopo banchetto, hanno contribuito alla raccolta di quel milione e 300mila che hanno raccontato un’Italia che dice NO all’Autonomia Differenziata, al Sud come al Nord; sono stati gli anni della (S)veglia laica per la Repubblica e di tante altre iniziative che hanno tenuta desta l’attenzione su un tema difficile, sfuggente, denso di tecnicismi; chiamiamolo con il nome più riconoscibile: la secessione dei ricchi. Ritorno a quella domanda: no, non si è trattato di un al Lupo al Lupo; ma di un’allerta che era nelle cose e che – attraverso questa storia faticosa, lunga, entusiasmante – si è contribuito a smontare.

Essere un comitato di scopo vuol dire lavorare per una finalità che non conosce mezze misure o compromessi e sta scritta nel nome: Per il ritiro di ogni autonomia differenziata. Neppure oggi si tratta di un falso allarme, purtroppo. La sentenza 192/24 della Corte Costituzionale non ha messo in soffitta l’autonomia differenziata, come molti pensano, benché ne abbia segnalato numerosi profili di incostituzionalità.

Il pericolo è qui e ora, e ha due facce: presso le commissioni I Affari Costituzionali di Senato e Camera si trovano le 4 pre-intese siglate da Liguria, Lombardia, Veneto e Piemonte su 4 materie cosiddette non LEP (Protezione Civile, Professioni, Coordinamento della finanza pubblica e Sanità, Previdenza integrativa), già precedentemente approvate dalla Conferenza Unificata, con il parere negativo di 6 regioni, guidate dal PD o dal M5S, e dell’Anci. Le commissioni – presso le quali si stanno svolgendo audizioni che, come nelle precedenti occasioni, rilevano pareri negativi da parte di giuristi, economisti, esponenti della società civile, sindacati – dovranno formulare un atto di indirizzo; quindi, verranno predisposte e firmate le Intese, che il Parlamento potrà emendare: ci si augura che vengano sotterrate attraverso una valanga di emendamenti.

Contestualmente, al Senato l’AS 1623 è il testo che Calderoli ha predisposto per determinare i livelli essenziali delle prestazioni, prerequisito per poter attaccare anche le cosiddette materie LEP, come la scuola. Oltre al fatto che determinare i LEP non significa garantirli (dovrebbero essere stanziati milioni di euro), numerosi sono gli elementi di incostituzionalità nei testi siglati con le regioni. Ci si augura che le regioni guidate dal PD e dal M5S, ricorrendo alla Corte costituzionale, si batteranno per impedire che le Intese, andando in porto, possano aggravare ulteriormente le disuguaglianze sociali e territoriali. E per far sì che la Repubblica, quella il cui ottantesimo anniversario abbiamo festeggiato qualche giorno fa, non sia esclusivamente una evocazione liturgica, ma lo spazio, concreto ed etimologico, della partecipazione attiva, dell’affermazione del valore supremo della pari dignità di ogni persona, dovunque risieda e da qualunque parte del mondo provenga.

La scelta di fare un’assemblea a Napoli non è stata casuale. Nel voto del 22 e 23 marzo, che ha messo in sicurezza l’attuale assetto della magistratura, allontanando da essa le ingerenze del governo, gli italiani e le italiane, le giovani e i giovani di questo Paese, con la spinta – che ha fatto la differenza – delle grandi città di quel Mezzogiorno, quel Mezzogiorno che la Riforma del Titolo V ha rimosso in un colpo solo, espungendola – di conseguenza – dalla tutela e dall’impegno dei governi, in quel voto dicevo bisogna leggere la stessa indignazione che si riscontrava nel 2024 presso i banchetti al Sud (io, oltre che a Roma, ho raccolto in Calabria), che raramente lesinavano la firma per il referendum: basta! Basta con l’affossamento, lo spopolamento, le politiche predatorie, l’assenza di speranza di emancipazione dalle attuali condizioni.

L’assemblea di Napoli ha aperto una nuova stagione di lotta e di mobilitazione, in cui siamo tutti coinvolti. L’autonomia differenziata svuoterà di senso il conflitto – il sale della democrazia – di qualunque vertenza su qualsiasi materia, parcellizzando istanze, rivendicazioni, rappresentanza. Da questa assemblea, non a caso intitolata La nostra lotta, le nostre lotte, è emersa una domanda chiara, indifferibile, rivolta soprattutto ai rappresentanti delle lotte che sono intervenuti nel pomeriggio; ci si è chiesti se ne valga la pena. Se valga la pena di tenersi stretti, di camminare insieme, di aprire insieme gli occhi, prima che sia troppo tardi; di darsi manforte, di aiutarsi, in una forma di mutualismo rinnovato, che vede l’altro, perché l’altro è come te, vuole le tue stesse cose. Insieme all’autonomia differenziata i partecipanti sono stati uniti dal il ripudio per le politiche di discriminazione razziste verso i migranti, per il suprematismo nordista, per le misure securitarie, per il bellicismo di qualsiasi matrice.

Uguaglianza, solidarietà, autonomia cooperativa: è possibile stringere un vincolo su questi 3 principi? Si pensa che ai territori e non ai tecnocrati spetti definire i propri bisogni? È possibile immaginare insieme un Paese in cui Sud – e di Sud ce n’è uno per ogni Nord – non significhi arretramento, rinuncia alle cure sanitarie o mobilità sanitaria, infrastrutture da anni Cinquanta, fuga dei e delle giovani? L’assemblea ha scommesso su questo.

Su una fase di mobilitazione intensa, che avrà infine una significativa scadenza nelle elezioni del 2027: nei programmi dei partiti, o delle liste, che chiederanno il voto per battere le destre, si è proposto di inserire l’abolizione del comma 3 dell’articolo 116 della Costituzione, strumento per minare l’unità della Repubblica. Lasciare lì quella pronuncia equivarrebbe ad una spada di Damocle perenne, con non si vuole più sentire pendere sulle nostre teste. E, insieme a questo passaggio, si è auspicato – a cominciare da un convegno che si organizzerà in autunno, grazie all’ausilio dei gruppi parlamentari di opposizione, una riflessione – per i Comitati iniziata già da due anni, grazie al sostegno di costituzionalisti, come Laura Ronchetti, Francesco Pallante, Alessandra Algostino, Gaetano Azzariti, Massimo Villone, – volta a ridisegnare i rapporti tra i vari livelli istituzionali e di governo. È necessario battersi per una società in cui non sia velleitario che la determinazione dei livelli UNIFORMI di prestazione emergano da un dibattito pubblico sui territori e non dalle segrete stanze delle tecno burocrazie. I Lep sono scritti nel c. 2 dell’art. 3.

W la Repubblica una e indivisibile!

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