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L’India non c’è, ma ci sono gli indiani: le storie dei quattro calciatori ai Mondiali

È l'unica potenza globale a non aver mai partecipato a una Coppa del Mondo di calcio. Questa volta però è "rappresentata" in quattro Nazionali diverse: da Singh a Velupillay, da Moutoussamy a Jamshid
L’India non c’è, ma ci sono gli indiani: le storie dei quattro calciatori ai Mondiali
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Delle dieci potenze mondiali l’unica a non aver mai giocato una Coppa del Mondo di calcio è l’India. Per la verità una volta era anche riuscita a qualificarsi: per il mondiale brasiliano del 1950, visto il ritiro di tutte le altre nazionali della sua area, ma alla fine anche l’India si ritirò e per un motivo singolare. La Fifa, infatti, comunicò a tutte le squadre che non ci sarebbero state deroghe alle… scarpe. Già, era il 1950, molti calciatori indiani abituati a giocare scalzi comunicarono che se non a piedi nudi non avrebbero preso parte alla competizione. Secondo indiscrezioni però dietro la motivazione ufficiale c’era il timore di fare una figuraccia, visto il calibro delle avversarie (l’India avrebbe giocato la prima gara contro l’Italia, che aveva vinto le ultime due edizioni della Coppa).

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Di fatto nuove occasioni di partecipare alla massima competizione calcistica non ci sono state da allora. Il massimo risultato raggiunto è un secondo posto in Coppa d’Asia nel 1964. Il calcio, insomma, non fa breccia nel cuore degli indiani, più affezionati al cricket, e poi al badminton, alla lotta o all’hockey sul prato. Tuttavia, se anche al Mondiale 2026 in Stati Uniti, Canada e Messico l’India non c’è, ci sono gli indiani.

Sono quattro infatti i calciatori d’origine indiana che partecipano, con quattro nazionali diverse, alla competizione. Nella Nuova Zelanda c’è Sapreet Singh, le cui radici sono inequivocabili già dal cognome: centrocampista offensivo di grande talento, è stato anche il primo calciatore di origini indiane a giocare in Bundesliga: vanta due presenze nel Bayern Monaco (e due ottime stagioni al Bayern Riserve) e oggi gioca in Australia.

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E proprio nell’Australia gioca in attacco Nishan Velupillay, padre originario dello Sri Lanka e madre anglo-indiana, cresciuto nel Melbourn Victory dove gioca tutt’ora come ala sinistra: con i Socceroos ha avuto un impatto importante fin dall’esordio, con un gol importantissimo messo nella gara di qualificazione contro la Cina, dopo pochi secondo dal suo ingresso in campo.

E nel centrocampo del Congo sarà schierato Samuel Moutoussamy, mediano ormai trentenne che gioca nell’Atromitos in Grecia. Moutoussamy arriva dalla Francia, la mamma è congolese mentre il padre è franco-guadalupense ma di origine tamil. Cresciuto nel vivaio nel Lione, si è affermato in particolare al Nantes: gioca nella nazionale congolese ormai dal 2018.

Il talento più interessante di origine indiana gioca nel Qatar, ed è Tahsin Mohammed Jamshid, un 2006 che gioca come ala sinistra, attaccante che può giocare sia come seconda punta che come ala, visto che è molto bravo nell’uno contro uno. Il padre e la madre arrivano dal Kerala e si trasferirono a Doha nel 1996: anche il papà è stato un buon calciatore a livello universitario.

L’India evidentemene dovrà ancora aspettare per vedere la propria bandiera sventolare in un Mondiale di calcio. Intanto, però, milioni di indiani sparsi per il mondo possono riconoscersi nelle storie di Singh, Velupillay, Moutoussamy e Jamshid. Quattro maglie diverse, quattro percorsi differenti, ma un filo comune che attraversa continenti e generazioni. Perché forse nel 2026 la storia (calcistica) di un Paese non si racconta soltanto attraverso la sua nazionale, ma anche attraverso i figli e i nipoti che ne portano le radici sui palcoscenici più importanti del mondo.

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