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La Trave nel piatto – Per raccogliere l’eredità di Carlin non serve un altro Petrini, non può esistere: ci vuole una “moltitudine”

Adesso abbiamo molti “compiti a casa” da fare e fare bene: cambiare il mondo, a partire dal cibo, e farlo con gioia. Perché la comunità, la dimensione collettiva, è la forza di Slow Food
La Trave nel piatto – Per raccogliere l’eredità di Carlin non serve un altro Petrini, non può esistere: ci vuole una “moltitudine”
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“Mai prendersi troppo sul serio, Barbara!” questo mi ha detto Carlin più di una volta. Quella furbizia buona che aveva nello sguardo, quell’attitudine scanzonata in ogni situazione, anche le più solenni, si condensano in quel “mai prendersi troppo sul serio”. Quanto mi servono adesso queste parole, adesso che ci si confronta con una mancanza che è persino “difficile da nominare”, come mi scrive un amico. Per raccoglierne l’eredità non serve un altro Carlin, non può esistere, ma serve una “moltitudine”: quella che è tenuta insieme, in Italia e nel mondo, dall’amore per le idee, le parole e le azioni di Petrini. Ho scelto la parola amore, perché era certamente amore quello che migliaia di persone hanno portato a Pollenzo per la cerimonia funebre di domenica 23 maggio, espressione di quell’innamoramento che ci ha fatto cadere tutti e ciascuno, come folgorati, la prima volta che lo abbiamo sentito parlare.

Adesso abbiamo molti “compiti a casa” da fare e fare bene: cambiare il mondo, a partire dal cibo, e farlo con gioia. Così, ancora con gli occhi arrossati e il viso gonfio, abbiamo lavorato sugli Atlanti regionali dell’Arca del Gusto, progetto a cui teneva tantissimo e che oggi assume un significato ancora più intenso, e profondo: per ogni regione italiana (diciotto volumi in totale) una fotografia dell’agrobiodiversità a rischio scomparsa nel 2026, un riferimento non solo per il settore agroalimentare, un importante strumento divulgativo e promozionale. E poi abbiamo la Terra Madre più speciale di sempre da mettere in piedi: dal 24 al 27 settembre a Torino, dove presenteremo quegli Atlanti dell’Arca del Gusto. Sarà la Terra Madre dei nostri primi quarant’anni e anche la prima senza Carlin, che la guarderà e sbotterà in qualche rimprovero. O almeno ci piace pensare che sia così. E gli orti in Africa: a tutti quelli che chiedevano se c’era la possibilità di donare in questa circostanza di dolore, abbiamo risposto “facciamo orti in Africa”! In quel progetto c’è molto di Slow Food: la Terra (Madre), c’è l’agricoltura artigianale, c’è la sovranità alimentare, la comunità, la prospettiva locale e globale a un tempo e la fratellanza: parola, quest’ultima, che negli ultimi anni ricorreva sovente, nei suoi interventi. La meno frequentata rispetto a “egalité” e “fraternité”.

Infine, la rete, quella che lui ha creato e curato perché la comunità, la dimensione collettiva, è la forza di Slow Food: proprio quella moltitudine che deve raccogliere e far vivere il suo lascito. La comunità è il luogo in cui ognuno è a casa, ognuno è importante proprio nella sua differenza, ognuno è meno solo e meno indifeso, ognuno sente che davvero le idee e le azioni degli esseri umani possono incidere nel corso degli eventi. “Non cercate Carlin nelle ceneri, cercatelo nella vita!”, così ci ha esortati Don Ciotti, nel suo toccante elogio funebre. Così facciamo: lo cerchiamo nella vita vissuta con pienezza, senza rinunciare al pensiero, all’umanità, al sogno, alla vitalità, all’azione, alla gioia, ma sempre “senza prendersi troppo sul serio”.

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