Curva Nord e omicidi, alla sbarra la stagione di sangue ultras. Beretta: “Giravo armato, ero entrato in guerra”
Sono tutti qua i protagonisti della stagione di sangue della Curva nord interista. Nell’aula della Corte d’assise di Milano. Si processa l’omicidio del capo ultras nerazzurro Vittorio Boiocchi. Cinque colpi di calibro 9 sotto la pioggia del 29 ottobre 2022, davanti alla sua casa in via Fratelli Zanzottera nel quartiere del Figino. I killer colpiscono pochi minuti prima dell’inizio di Inter-Sampdoria.
L’afa inaspettata di questo fine maggio entra dai finestroni semichiusi dell’aula. Sulle panche dietro a pm e avvocati siede la famiglia di Boiocchi, le figlie e la moglie Giovanna Pisu. Accanto le siede Franco Caravita capo storico che con Vittorio Boiocchi detto lo Zio sul finire degli anni Sessanta fondò i Boys San, primo gruppo storico della Nord. Cappellino e polo della curva, osserva un uomo nel gabbione. “Ci fissa – dice alla Pisu – ormai si sente il boss”.
Camicia Burberry, scarpe Gucci, jeans strappati, Marco Ferdico sta nel gabbione da solo. Portato qua dal carcere di Rovigo. Ha lo sguardo teso e gli stessi tatuaggi di sempre, una lacrima nera sotto l’occhio. E’ qui da imputato. Lui ha organizzato l’omicidio di Boiocchi, ha pianificato ogni dettaglio, i sopralluoghi, i telefoni criptati, l’arma, il motorino e i killer. Sopra di lui pesa il rischio di un ergastolo, nonostante abbia reso ampia confessione davanti al pm Paolo Storari. Altro non poteva fare visto la collaborazione del mandante di quell’omicidio: Andrea Beretta, ex capo e socio, prima di Boiocchi e poi di Ferdico assieme ad Antonio Bellocco (rampollo di ‘ndrangheta), è in collegamento da una località segreta. Sta di spalle, mostrando il solito taglio di capelli, rasati sui lati. Nel video collegamento c’è anche Gianfranco Ferdico dal carcere di Tolmezzo, e poi c’è Pietro Andrea Simoncini, suocero di Marco che nel frattempo dal gabbione saluta e manda baci alla moglie Aurora.
Ultimo da Cagliari, ristretto alla sezione protetti, Daniel D’Alessandro, detto Bellebuono, colui che quei cinque colpi li ha esplosi e fino a ieri mai aveva confessato come gli atri. Lo fa ora in diretta, leggendo un breve memoriale. “Nemmeno lo conoscevo Boiocchi, l’ho ucciso per 15mila euro, chiedo scusa alla famiglia”, dice Bellebuono. Poi inizia a riavvolgere il nastro di quei giorni di sangue. Spiega del suo rapporto con Ferdico: “Quello che mi diceva facevo”. A sua completa disposizione. Per i soldi e per un grammo di cocaina in più. Ammette le sue dipendenze. Spiega di avere partecipato ai summit per la pianificazione: “Ero presente quando Beretta ci diede l’arma”. E’ lui che raccoglie da Mauro Nepi, altro ultras a processo per omicidio ma in abbreviato, il borsone con i soldi dato da Beretta, 50mila per fare fuori lo Zio. Quale fosse il giorno x poi lo scoprì poche ore prima: “Dalla sera prima dell’omicidio usavo cocaina e quella mattina mi hanno detto che era arrivato il giorno e mi misi a disposizione: andammo in taxi io e Simoncini (altro esecutore, ndr) in una casa dove trovammo abiti e pistola e tutto il necessario per l’azione. Non conoscevo la persona, mi hanno detto solo dove arrivava, davanti casa sua e che arrivava in moto”. Entra nei dettagli dell’agguato: l’arrivo con lo scooter attraverso i campi, la pistola fatta scarrellare da Simoncini, il passo rapido vicino ai portici e poi gli spari. “Ero in confusione, ero sveglio da un giorno, messo male dalla cocaina e vidi incerto Simoncini e quindi presi in mano la situazione, gli dissi ‘scarellami la pistola che vado io’ e purtroppo ho esploso i colpi”. Poi, “ho avuto un choc per quello che avevo fatto, siamo saliti su un furgone e scesi solo per gettare la pistola in un laghetto”.
L’aula ascolta in silenzio. E’ l’ultimo del commando a confessare. Bellebuono parla bene, non fa errori, si comprende che in carcere ha smesso con la droga. Entra nel merito degli spifferi fatti a Beretta, quando il duo Ferdico-Bellocco aveva deciso di farlo fuori. Racconterà tutto per il timore di essere ucciso. “Lo avevo capito, volevamo farmi fuori”. E così parla. Prima con Beretta, poi dopo che Beretta ha ucciso Bellocco il 4 settembre 2024, lo confida alla Questura. E ieri in aula dipinge il quadro completo.
Marco Ferdico osserva dal gabbione. Mani dietro la schiena va avanti e indietro, prende una cartella blu, chiama il suo legale Jacopo Cappetta, fa ampi gesti con le mani, poi alza la voce, dice di aver sentito degli insulti e aver visto qualcuno fargli delle foto. Chiede rispetto nonostante tutto. Nonostante le accuse e il risarcimento di 150mila euro ai familiari di Boiocchi. Sulle panche la signora Pisu, il cui fratello fu uno storico capo ultras interista, osserva tutto da dietro gli occhiali da sole, le due figlie le sono accanto. Chiuso un poco interessante intermezzo con l’audizione di un agente della Digos, è la volta di Beretta, il grande accusatore e pentito. Pentito per paura di essere ucciso, dice così. Ma in fondo il suo modo di parlare e di rispondere alle domande incalzanti degli avvocati fa comprendere che proprio il taglio con il passato non c’è stato.
Il Berro inizia a riannodare la storia già messa nero su bianco in decine di verbali. Quando nel 2018, dopo la morte di Dede Belardinelli in seguito alla guerriglia di Santo Stefano contro i tifosi napoletani, prende il comando con Boiocchi. Anzi è lo zio che lo chiama a sé. Il Berro è uno bravo negli affari e Boiocchi, sempre a caccia di soldi dopo quasi 30 anni di galera filata, vuole guadagnare subito e tanto. Col potere in mano Beretta non vede altro. Niente più amicizia o fratellanza nerazzurra. Solo affari. “Spesso – dice – andavo in giro armato, era come se fossi entrato in guerra contro chi voleva portarmi via il dominio della curva. Ero in una spirale di violenza e di cose indicibili. Ho messo in serio pericolo me e i miei familiari, ero in una strada senza uscita”. Beretta farà tutto per i soldi, e per i soldi finirà nei guai con Boiocchi che vuole spartire i guadagni ma non si fida più dell’ex socio.
“Lui – dice il Berro – voleva farmi fuori. Voleva dominare lui la Nord e basta, non gli interessava nulla. Gli altri mi dicevano ‘ritirati’ perché Vittorio è persona di azione”. Da qui la scelta finale, il consiglio dell’amico Maurino Nepi di sentire Ferdico “che ti può risolvere il problema”. E allora “io ho trovato i mezzi, l’arma e i soldi, 50mila euro per l’azione, e da lì è partito il progetto”. A tardo pomeriggio l’udienza si conclude. Il quadro è stato tracciato. Per la prima volta, una delle vicende più sanguinarie che abbiano riguardato il mondo ultras è stata narrata in un’aula di tribunale. Ma non è finita. Domani si replica. Parlerà Marco Ferdico che promette sorprese da aggiungere alla sua confessione. Poi toccherà al padre e al suocero.