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La guerra commerciale Cina-Ue si sposta sulle leggi. E le aziende straniere si ritrovano tra l’incudine e il martello

Il ministero della Giustizia cinese ha decretato che le indagini dell’Ue ai sensi del Regolamento sulle sovvenzioni estere costituiscono “giurisdizione extraterritoriale impropria” sulla base di un regolamento varato in aprile. Quando è stata approvata anche una normativa che permette alle autorità di indagare su imprese, governi e individui stranieri sospettati di "violare i normali principi di mercato, interrompere le normali transazioni o imporre misure discriminatorie"
La guerra commerciale Cina-Ue si sposta sulle leggi. E le aziende straniere si ritrovano tra l’incudine e il martello
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Dopo il 5G, i veicoli elettrici, e le terre rare, la mini “guerra commerciale” tra Cina e Unione europea si sposta su un terreno nuovo, quello legislativo. Era nell’aria da tempo, poi venerdì 15 maggio, mentre Donald Trump volava di ritorno verso gli Stati Uniti, Pechino ha sganciato la “bomba”: il ministero della Giustizia cinese, con una nota ufficiale, ha decretato che le varie indagini dell’Unione Europea ai sensi del Regolamento sulle sovvenzioni estere (RSF) costituiscono “giurisdizione extraterritoriale impropria” e ha intimato alle aziende e agli individui cinesi di non fornire assistenza alle autorità di Bruxelles nel corso delle investigazioni.

La decisione del dicastero riguarda nello specifico il caso Nuctech, il produttore cinese di strumenti per i controlli di sicurezza finito nel mirino delle autorità comunitarie nel 2024 per aver ricevuto sussidi che “potrebbero distorcere il mercato interno europeo”. Pechino contesta che nel corso degli accertamenti i funzionari europei avrebbero “arbitrariamente imposto di fornire una vasta gamma di informazioni non necessarie relative al territorio cinese”, richiedendo un intervento a difesa della “sovranità nazionale”. La base giuridica per il provvedimento è rappresentata dal Regolamento della Repubblica Popolare Cinese sul contrasto all’applicazione extraterritoriale impropria di leggi e provvedimenti stranieri (RCIFEJ), introdotto dal Consiglio di Stato ad aprile, che conferisce alle autorità cinesi nuovi e più ampi poteri per indagare imprese, governi e individui stranieri accusati di imporre “giurisdizione extraterritoriale ingiustificata” nei confronti di entità nazionali. Stando al decreto, i trasgressori possono andare incontro al divieto di ingresso nel paese, all’espulsione e al sequestro di beni.

Non si tratta semplicemente dell’ennesimo palleggio di accuse tra Pechino e Bruxelles. Stavolta l’amministrazione di Xi Jinping è passata dalle parole ai fatti. E’ infatti la prima volta che la Cina adotta misure concrete (la “bomba”) per ostacolare un’indagine estera che considera ingiustificata. Come spiegano esperti consultati dal South China Morning Post, l’ordinanza sull’extraterritorialità è stata formulata per colmare le lacune nel quadro giuridico cinese, che fino a poco tempo fa comprendeva soltanto le tre leggi sulla Sicurezza nazionale (National Security Law), sulle Relazioni estere (Foreign Relations Law ) e sulle sanzioni straniere (Anti-Foreign Sanctions Law). Quest’ultima, pensata per respingere l’ingerenza sovrana e le sanzioni unilaterali, non bastava ad affrontare adeguatamente la “giurisdizione extraterritoriale impropria” quando la presunta violazione delle normative internazionali non costituiva espressamente una minaccia diretta alla sovranità.

Le misure contro la RSF giungono in un periodo di massima sperimentazione normativa per la Repubblica popolare che pochi giorni prima aveva attuato per la prima volta le cosiddette Blocking Rules del 2021 a tutela di cinque raffinerie cinesi sanzionate dagli Stati Uniti per via degli acquisti illeciti di petrolio iraniano. Un monito anche per l’Ue che, rompendo un vecchio tabù, ad aprile ha annunciato (e poi cancellato) provvedimenti sanzionatori contro due banche cinesi accusate di sostenere Mosca nella guerra in Ucraina. Sempre ad aprile risale il Regolamento sulla sicurezza industriale e della catena di approvvigionamento (RISCS), normativa che permette alle autorità cinesi di indagare su imprese, governi e individui stranieri sospettati di “violare i normali principi di mercato, interrompere le normali transazioni o imporre misure discriminatorie che causano danni sostanziali alla sicurezza della catena di approvvigionamento cinese”.

E’ il segno di come Pechino sia sempre più determinato a utilizzare strumenti legali per difendere i propri interessi. Utilizzando un’espressione popolare oltre la Muraglia, potremmo definirlo un approccio “occhio per occhio”. Sebbene l’intensa operosità degli organi normativi sia un tratto distintivo dell’amministrazione Xi Jinping fin dagli albori, è difficile non notare come la recente offensiva giudiziaria coincida con i piani in corso a Bruxelles per finalizzare l’Industrial Accelerator Act (IAA) e potenziare il Cybersecurity Act. Nessuna delle due leggi cita espressamente la Cina. Ma nella sostanza se approvata la prima imporrebbe condizioni rigorose alle aziende cinesi che investono nei settori high-tech europei obbligandole, tra le altre cose, a creare joint venture con aziende locali e a trasferire know-how; la seconda limiterebbe l’accesso di Pechino ai mercati, dalle telecomunicazioni e i semiconduttori al cloud computing e ai veicoli connessi. Il tutto mentre la Commissione europea punta entro l’estate a ottenere l’approvazione degli Stati membri per dotare il blocco di un nuovo strumento normativo teso ad affrontare la sovraccapacità produttiva cinese. Secondo il Financial Times, tra le proposte figurano limiti sulle forniture straniere – intorno al 30-40% per un singolo paese – a sostegno dei settori colpiti da un’impennata delle importazioni cinesi a basso costo, quali i comparti chimico e dei macchinari industriali.

Come spesso avviene nella Repubblica popolare, le preoccupazioni sono legittime ma le modalità dell’intervento della leadership comunista non brillano per trasparenza. I chiarimenti restano inadeguati e il linguaggio dei regolamenti ambiguo. “In questa fase, le misure sono rivolte principalmente alle aziende cinesi”, spiega a Ilfattoquotidiano.it Henry Gao, docente della Singapore Management University – “detto questo, vista l’ampiezza e la vaghezza delle disposizioni, non sarebbe sorprendente se in futuro venissero estese anche alle aziende straniere”. Secondo l’esperto, la preoccupazione centrale di Pechino consiste nella regolamentazione dei dati. “Nuctech non è una normale impresa di beni di consumo, bensì un’azienda impegnata in apparecchiature di sicurezza e servizi correlati”, spiega Gao che ricorda il recente divieto cinese imposto all’acquisto di Manus da parte di Meta. “L’ultima frontiera della competizione geopolitica tra Cina, Stati Uniti e Unione Europea è rappresentata dai dati”, conclude il professore.

Per le aziende straniere si profila il classico scenario dell’incudine e del martello: se continuano a fare affari con partner cinesi per evitare le sanzioni di Pechino, potrebbero violare le norme Ue. Se rispettano le restrizioni di Bruxelles, rischiano di infrangere la legge cinese con la minaccia incombente di sanzioni amministrative, l’esclusione dagli appalti pubblici nonché limitazioni su import/export, trasferimento di dati, o persino di ingresso/uscita e soggiorno in Cina per i responsabili legali. Non siamo troppo distanti da un “decoupling giuridico”, dove ogni blocco economico punisce le imprese che rispettano le regole dell’altro. Il risultato è un aumento delle incertezze legali e dei costi di conformità normativa.

Secondo un recente rapporto della Camera di Commercio dell’UE in Cina, dal 2020 Pechino si è affidata con una frequenza senza precedenti a “controlli geoeconomici“, ovvero misure di natura economica volte a raggiungere obiettivi geopolitici – compresi trenta episodi di restrizioni alle esportazioni tra il 2021 e il 2025, di cui dieci hanno riguardato segmenti critici delle catene di approvvigionamento globali, come le esportazioni cinesi di terre rare. Dallo scorso anno anche l’export di prodotti stranieri è sottoposto alle leggi di Pechino se coinvolge componenti o tecnologie di origine cinese. Il summit tra Xi Jinping e Donald Trump, terminato con una sostanziale vittoria diplomatica della Cina e pochi risultati economici concreti, complica enormemente la posizione di Bruxelles. Se cedono gli americani, non si mette bene per i 27 paesi che da anni faticano a concertare una strategia coerente con cui affrontare la Cina.

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