Meloni, sconfitta sulla revisione delle quote Ue di emissione, attacca i “burocrati”: “Ribaltano le decisioni del Consiglio”
A marzo ha chiesto con scarso successo di mettere mano all’Ets, il sistema europeo per lo scambio delle quote di emissione di Co2, cioè lo strumento chiave per raggiungere gli obiettivi climatici dell’Unione per il 2030, che Confindustria accusa di affossare le imprese italiane. Tre mesi dopo, con la revisione del meccanismo ormai alle porte, Giorgia Meloni scarica le responsabilità su Bruxelles andando alla carica contro i “burocrati che non devono rendere conto a nessuno”. E, nelle comunicazioni alla Camera in vista del prossimo Consiglio europeo, li accusa di ignorare il mandato ricevuto dai leader europei e “ribaltare” le decisioni prese con “interpretazioni surreali, ammantate come tecniche”. Questo perché, nella ricostruzione della premier, le conclusioni approvate dai capi di Stato e di governo a marzo avevano indicato “una direzione chiara e pragmatica” per ridurre i prezzi dell’energia, contenere la volatilità e attenuare l’impatto dell’Ets. Sarebbe dunque colpa della Commissione europea e dei suoi “burocrati” se ora, in vista dell’aggiornamento di luglio, diventa palese che i risultati sperati da viale dell’Astronomia non stanno arrivando.
Il fatto è che su questo fronte il governo italiano è uscito sostanzialmente sconfitto. Nelle settimane precedenti al vertice di marzo, Roma aveva chiesto una revisione profonda del meccanismo e sostenuto la necessità di intervenire per ridurne l’impatto sui prezzi dell’energia. Ma durante il confronto tra i leader Meloni si era ritrovata isolata. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz aveva difeso apertamente l’Ets definendolo uno strumento efficace e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen aveva ribadito che il vero responsabile dei prezzi elevati dell’elettricità resta la dipendenza europea dal gas: sulla “bolletta” totale la voce costo dell’energia pesa in media per il 56%, contro l’11% di sono responsabili le quote di emissione, il 18% dei costi di rete e il 15% delle imposte. Il sistema di scambio delle quote serve semmai a rendere più conveniente investire nelle tecnologie pulite e ridurre quella dipendenza. O almeno: andrebbe così se l’Italia utilizzasse i proventi come previsto dalla direttiva europea in materia, cioè destinandoli all’abbattimento delle emissioni dei gas a effetto serra e all’adattamento agli impatti dei cambiamenti climatici. Il che non accade.
Tornando alla riunione di marzo, alla fine il Consiglio non aveva accolto nessuna delle richieste più radicali avanzate da Roma: no alla sospensione del sistema né a un’accelerazione della revisione e nessun rinvio delle scadenze già previste. L’unico risultato che Meloni aveva potuto vantare era stato l’inserimento nelle conclusioni di un generico riferimento alla necessità di valutare misure per mitigare l’impatto delle diverse componenti del prezzo dell’elettricità, Ets compreso, e limitare l’eccessiva volatilità del mercato del carbonio. Immutati comunque i tempi per le nuove regole: estate 2026 come già previsto.
Ora la scadenza si avvicina e Meloni mette nel mirino l’atto delegato con cui Bruxelles ha aggiornato i benchmark Ets, cioè i parametri utilizzati per determinare quante quote gratuite di emissione spettano alle industrie europee esposte alla concorrenza internazionale. Il tema è molto tecnico ma, semplificando, i nuovi benchmark riflettono i progressi compiuti dai settori industriali più efficienti nella riduzione delle emissioni e, per alcune imprese, possono comportare una diminuzione dei permessi a inquinare gratis, senza acquistare permessi sul mercato. In generale, però, l’atto è tutt’altro che severo: basti dire che nel complesso assegna all’industria circa 4 miliardi in più di quote gratuite. In compenso la Commissione punta a estendere l’Ets anche ai voli extraeuropei e sta valutando la graduale inclusione degli inceneritori di rifiuti. E dall’ultimo confronto tra i commissari Ue sul tema è emerso anche che potrebbe arrivare l’obbligo per gli Stati membri di destinare una quota maggiore dei ricavi nazionali dalle aste Ets (43 miliardi complessivi solo nel 2025) agli investimenti nella decarbonizzazione dei settori coperti dal sistema di scambio quote di emissione. L’Italia, che dal 2010 in base a una norma voluta dall’allora ministro Giulio Tremonti destina il 50% del gettito alla riduzione del debito pubblico, dovrebbe adeguarsi.
Il governo è dunque alle strette, anche perché nel frattempo le imprese – via Sole 24 Ore – nei giorni scorsi hanno recapitato un lungo elenco di richieste che va dalla limitazione del prezzo delle quote agendo sulla riserva per la stabilità del mercato “anche fissando un tetto al prezzo della Co2” all’esclusione degli operatori finanziari dalla partecipazione alle aste per evitare la “deriva speculativa”, fino all’ulteriore rinvio oltre il 2028 dell’Ets 2 che si applicherà a trasporti su strada ed edifici. Di qui la narrazione che individua la burocrazia comunitaria come capro espiatorio responsabile di decisioni in realtà condivise dalla maggioranza dei leader comunitari.