Delmastro e la condanna per Cospito: i testimoni del processo a tavola con lui alla Bisteccheria. E uno è stato promosso
Il processo Cospito e le cene alla Bisteccheria. C’è un intreccio tra la vicenda per cui mercoledì è stato condannato a 8 mesi in appello Andrea Delmastro Delle Vedove e le famose cene nel locale della famiglia Carroccia. Una storia che se anche non ha rilievo penale è interessante da raccontare. Già, perché spesso chi è stato seduto al banco dei testimoni nel processo in diversi casi si è anche accomodato accanto a Delmastro al ristorante. Non parliamo di personaggi di secondo piano, ma di figure note, come Giusi Bartolozzi, ex capo di Gabinetto del ministro Carlo Nordio. E di Augusto Zaccariello, dirigente generale del Corpo di Polizia Penitenziaria. In pratica il numero uno. Ma andiamo con ordine.
Mercoledì la terza Corte d’appello di Roma ha confermato la condanna a 8 mesi per Delmastro. L’ex sottosegretario alla Giustizia era accusato di rivelazione di segreto d’ufficio nell’ambito del cosiddetto “caso Cospito”. “Ricorreremo in Cassazione”, ha commentato Delmastro. La vicenda, come ha raccontato Vincenzo Bisbiglia sul Fatto, era cominciata nel 2023 e prendeva le mosse dal caso dell’anarchico Alfredo Cospito, detenuto al 41-bis e protagonista di un lungo sciopero della fame contro il carcere duro. Il 30 gennaio 2023, durante una seduta alla Camera, il deputato Giovanni Donzelli – collega di partito, coinquilino di Delmastro e fedelissimo di Giorgia Meloni – rende pubblici alcuni contenuti di colloqui avvenuti nel penitenziario di Sassari tra Cospito e boss di mafia. Donzelli usa quelle informazioni per attaccare i parlamentari del Pd Andrea Orlando, Walter Verini, Debora Serracchiani e Silvio Lai che avevano fatto visita all’anarchico in carcere, sostenendo che la sinistra stesse facendo “il gioco della mafia e dei terroristi”.
Da qui il caso giudiziario e le condanne in primo grado e in appello, nonostante i pm avessero chiesto in entrambi i casi l’assoluzione. Insomma, si dimostra l’indipendenza del giudice dal pubblico ministero, che, per ironia della sorte, si ritorce contro un esponente della destra che l’ha sempre negata. Ma torniamo, appunto, alle famose cene alla Bisteccheria che sono costate le dimissioni a Delmastro. Accanto a lui, ricorderete, sedeva tra l’altro Giusi Bartolozzi (lei pure si è dimessa dopo lo scandalo). Bartolozzi era stata anche uno dei testimoni chiave (quindi non era indagata) del processo. Gli atti, oggi pubblici, riportano passaggi significativi e scambi talvolta molto vivaci tra Bartolozzi e i giudici. “È stato chiesto – viene riportato nelle motivazioni della sentenza di primo grado – quale fosse il senso della citazione di norme che contemplavano gli atti per i quali è escluso il diritto di accesso, ma la teste non è stata in grado, per quanto firmataria dell’atto, di dare una risposta convincente… all’incalzare delle domande del pubblico ministero che chiede conto di una incongruenza, la testa infine si rifugia in un ‘non ricordo’”.
Niente di rilevante dal punto di vista penale, appunto, ma un passaggio forse imbarazzante: in pratica si chiedeva a Bartolozzi il senso di un atto – di cui lei stessa era firmataria – ma lei aveva sostenuto di non ricordarlo. Si parlava di un atto che impediva di mostrare documenti sul caso Cospito al parlamentare Angelo Bonelli (Avs) che ne aveva fatto richiesta. In sostanza, per negare l’accesso agli atti a Bonelli il ministero aveva sostenuto che “non aveva un interesse concreto e attuale”. Ma, scrive il giudice, “nel documento non c’è alcun riferimento alla carenza di interesse personale, come poi, invece, sostenuto nella deposizione” di Bartolozzi. Oggetto del contendere, in pratica, le carte di cui Donzelli aveva parlato in aula. Il giudice, in parole semplici, sostiene: perché negarne l’accesso al parlamentare Bonelli perché “non aveva un interesse”, se poi erano state divulgate pubblicamente?
Leggendo gli atti del processo emergono, però, altri scambi piuttosto vivaci tra Bartolozzi e i giudici: dopo un battibecco durante l’esame degli avvocati di parte civile, il presidente del collegio la richiama: “Ma lei qua non è in veste di giudice, è in veste di testimone”. E nella stessa udienza il presidente ribadisce: “Innanzitutto lei non deve chiedere a me cosa c’entra, perché le domande le faccio io e lei risponde”. Ma Bartolozzi non era l’unica teste del processo contro Delmastro presente a quella tavolata. C’era anche Augusto Zaccariello che, durante il processo, era stato citato come testimone dall’accusa e dalla difesa. Al di là del contenuto della deposizione, su cui il giudizio spetta ai giudici, Zaccariello è rimasto in ottimi rapporti con Delmastro, al punto da essere accanto a lui nelle tavolate alla Bisteccheria.
Non solo: il Governo di destra lo stima al punto da averlo promosso due volte negli ultimi anni: la prima volta, nel gennaio 2024, a dirigente superiore. La seconda – nel febbraio scorso, pochi giorni prima delle dimissioni del Sottosegretario – a dirigente generale. Ultima cosa: il decreto Sicurezza, come raccontano i sindacati del corpo, prevede che il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap) abbia in futuro due vice capi presi proprio dalla stessa Polizia Penitenziaria. Zaccariello, per cui non si entra nel merito delle capacità, è in pole position anche per questo. Insomma, un potere enorme, considerando infine che, proprio al tempo di Delmastro, anche alla Penitenziaria era stato affidata la gestione delle informazioni riservate provenienti dai detenuti al 41 bis. Niente di illecito, sia chiaro, forse una questione di opportunità visto che il dirigente era testimone nel giudizio contro il Sottosegretario. Il cronista ha cercato ripetutamente Zaccariello per chiedergli se le due promozioni siano avvenute durante il processo contro il sottosegretario che aveva la delega alla Polizia Penitenziaria. E se, in questo caso, ritenesse opportuna la decisione. Zaccariello non ha ritenuto di rispondere.