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L’ascensore sociale? In discesa: per i figli degli anni ’80 stare peggio dei genitori è più probabile che salire di classe

I dati del rapporto annuale dell'Istat. Per chi è nato tra il 1980 e il 1994, la mobilità discendente raggiunge il 27,1% mentre quella ascendente si ferma al 25,1%. Solo per le donne continua un processo di avanzamento relativo
L’ascensore sociale? In discesa: per i figli degli anni ’80 stare peggio dei genitori è più probabile che salire di classe
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L’Italia novecentesca in cui grazie a crescita economica, industrializzazione e diffusione dell’istruzione superiore i figli riuscivano spesso a migliorare la propria posizione rispetto a quella dei genitori è un ricordo sbiadito. Dire che l’ascensore sociale è bloccato sarebbe però un eufemismo: in realtà si muove, ma in discesa. Per chi è nato tra il 1980 e il 1994, certifica il rapporto annuale Istat pubblicato giovedì, ritrovarsi più in basso nella scala sociale rispetto al punto di partenza è diventato più probabile che salire. Tra gli occupati tra i 32 e i 46 anni, trova l’istituto di statistica esaminando i dati più aggiornati, la mobilità discendente raggiunge il 27,1%, mentre quella ascendente si ferma al 25,1%.

Vale a dire che per i trentenni e quarantenni con genitori liberi professionisti o colletti bianchi il rischio di scivolare verso lavori a bassa qualificazione e poco pagati è maggiore rispetto alla probabilità di riuscire a salire di un gradino. Una tendenza che aveva iniziato ad emergere da studi precedenti, come Millennium aveva raccontato nel 2019, per i nati dagli anni Settanta, ma che si sta accentuando. È un’inversione netta rispetto alla dinamica prevalente per le generazioni del dopoguerra, nelle quali i passaggi verso classi sociali più elevate erano più frequenti di quelli verso il basso. E si registra in un Paese che pure, in assoluto, continua a mostrare livelli relativamente elevati di mobilità sociale “assoluta”. Il 73,6% degli occupati nati tra il 1980 e il 1994 a trent’anni appartiene infatti a una classe occupazionale diversa da quella dei genitori, contro il 70,8% tra i nati prima degli anni Cinquanta. Ma cambiare non vuol dire necessariamente migliorare.

Osservando la posizione lavorativa – sempre all’età di 30 anni per rendere solido il confronto – dei nati prima del 1950, tra ’50 e ’64, tra ’65 e ’79 e tra ’80 e ’94, quel che è emerge è che la classe dei medi dirigenti e professionisti, che tra le generazioni dei genitori era passata dal pesare il 5,4% a valere ben il 17,7%, ha una crescita molto più contenuta tra i figli (dal 15,5 al 19,2%). All’estremo opposto diminuiscono gli operai mentre aumentano i lavoratori a bassa qualificazione nei servizi, che risultano in tutte le generazioni “circa il doppio rispetto ai genitori” e toccano il 20% in quella nata tra 1980 e 94.

Il paradosso è che se si guarda alla mobilità relativa, che dice quanto l’origine familiare continui a influenzare le opportunità di vita e di carriera, si scopre che nel lungo periodo l’ereditarietà sociale è in effetti diminuita. Oggi il peso delle origini conta leggermente meno che in passato: l’indicatore usato per stimare quanto la posizione dei genitori condizioni quella dei figli passa da 2,2 per la generazione più anziana a 1,7 per quella più giovane. Il problema è che nel frattempo si sono ridotte le opportunità disponibili ai piani alti della struttura occupazionale.

Arrivarci è quindi più difficile. Mentre rimanerci, per chi ci è nato, resta probabile: per i figli dei grandi imprenditori e degli alti dirigenti, la possibilità di rimanere nella stessa classe è ancora di oltre 10 volte più elevata rispetto a chi proviene da altre origini. Al contrario, “per i figli degli operai non qualificati le probabilità di raggiungere la classe più elevata sono molto basse”, attesta l’Istat.

Salire di classe è diventato arduo anche per chi studia di più. Il rapporto mostra infatti un progressivo indebolimento della capacità dell’istruzione di garantire protezione sociale. Tra i laureati nati prima del 1950, oltre otto su dieci finivano nelle classi sociali più elevate — grandi imprenditori, dirigenti e professionisti — mentre nella generazione più giovane la quota scende a circa il 60%. Anche tra i diplomati aumenta fortemente la presenza nei lavori a bassa qualificazione del terziario: dal 12,1% delle generazioni più anziane al 26,7% di quelle nate tra il 1980 e il 1994.

C’è però chi, per ora, si salva. Perché sta recuperando decenni di disuguaglianza pregressa. In tutte le generazioni considerate dall’Istat le donne mostrano livelli di mobilità ascendente superiori a quelli degli uomini. Tra le nate tra il 1980 e il 1994, il 78,6% occupa a trent’anni una posizione diversa da quella della famiglia di origine, contro il 69,8% degli uomini. E, mentre tra gli uomini la mobilità discendente supera quella ascendente, tra le donne accade ancora il contrario, anche se con margini ridotti. Pesa il fatto che le donne partivano storicamente da livelli occupazionali molto più bassi e hanno beneficiato più degli uomini dell’espansione dell’istruzione e dell’accesso alle professioni qualificate e impiegatizie.

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