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Brunson è inarrestabile, Towns è prezioso: così i Knicks si prendono a sorpresa il fattore campo | NBA Freestyle

Pensieri in libertà (con libertà di pensiero) sulla settimana NBA | Gara 1 va a New York, che vince in trasferta. Il 22enne di San Antonio chiude con 26 punti, tirando non benissimo sia dal campo (6 su 21) che da fuori (2 su 9)
Brunson è inarrestabile, Towns è prezioso: così i Knicks si prendono a sorpresa il fattore campo | NBA Freestyle
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Implacabile Jalen Brunson

Più che una mano sinistra, ha un cobra incantatore collegato al braccio. Che si piega, si attorciglia, si contorce in entrata per trovare la giusta angolazione di tiro, anche all’interno di fitte selve di braccia protese. Velenoso in palleggio arresto e tiro, velenoso in avvicinamento. In una finale NBA, non si vedeva un go to guy (giocatore a cui passare la palla quando il tiro conta per davvero…) con queste (ridotte) dimensioni dai tempi di Allen Iverson. Solo che The Answer saltava un metro e mezzo da fermo, cambiava direzione in palleggio alla velocità di uno Space Shuttle, correva i 100 metri tipo campione olimpico. Jalen Brunson invece non è particolarmente esplosivo, non ha un grande stacco da terrà, non palleggia come Kyrie Irving.

Eppure, per certi versi, è inarrestabile come marcatore. Ha esordito in finale portando i Knicks a una clamorosa vittoria in trasferta, appropriandosi del fattore campo. Sta tirando così e così in questi playoff da tre, circa 34%, cosa che non gli ha impedito di metterne 30 (con 2 su 9 da tre) in gara 1 e di decidere nei momenti finali la partita. Sa usare il piede perno quasi come un centro degli anni ’90, solo che è dotato di un senso del canestro sovraumano, che gli fa trovare comunque una soluzione accettabile, anche quando è in affanno e il difensore riesce a non farsi confondere dalle finte. Perde un po’ troppi palloni, ma dalle sue mani passa una mole di gioco impressionante. Ha un cuore grande così, per questo New York lo ama alla follia. Pensa se riuscisse a portare davvero il titolo nella Grande Mela dopo 53 anni.

Karl-Anthony Towns, era ora

Quando arrivò a Minnesota, prima scelta nel Draft del 2015, si pensava a un “modesto” incrocio tra il Chris Webber visto a Sacramento e il Brad Dougherty visto purtroppo per poco tempo a Cleveland. Ah, con l’aggiunta di un tiretto da fuori niente male, cosa buona e giusta per un lungo in una NBA già all’epoca ampiamente influenzata dagli “sparatutto” di Golden State. Invece le stagioni passavano, mentre Karl-Anthony Towns rimaneva sempre lì, in mezzo al guado. Troppo forte (e bravo tecnicamente) per essere un semplice secondo violino. Caratterialmente non adatto a fare la superstar e a trainare con sé un’intera franchigia.

Dilemmi ormai superati. Towns non è né l’una né l’altra cosa, dopo oltre dieci anni nella lega si può dire con ragionevole certezza. Towns è semplicemente un centro molto dotato, con una gran mano, che può mettere palla a terra, e che inserito in un sistema vincente, organizzato, con le giuste gerarchie, può fare spesso la differenza. In questi playoff, l’ex giocatore dei Kentucky Wildcats ha giocato un basket davvero molto solido. In gara 1 delle finali, è stato importante per la vittoria tanto quanto Brunson. Con la sua mano da fuori (46,8% in questi playoff), Wembanyama lo ha costantemente marcato faccia a faccia sul perimetro (allontanandosi da canestro). Il centro dei Knicks ha colto così tutte le occasioni che poteva per bruciare il francese in penetrazione, con partenza incrociata o stessa mano stesso piede, e finire quasi sempre al ferro. Ha chiuso la partita con 18 punti e 12 rimbalzi. Molto prezioso.

Victor Wembanyama: c’è spazio per migliorare

È lungi dall’essere ancora un giocatore completo. Ci mancherebbe, ha appena 22 anni. Ha ampi margini di miglioramento e tanti aspetti del gioco su cui deve lavorare alacramente. Proprio per questo, Victor Wembanyama fa così tanta paura. Attenzione, parliamo sempre di un giocatore che – salvo disgrazie – dominerebbe la lega nel corso dei prossimi dieci anni così com’è. Senza aggiungere una virgola. Ma perché negarsi l’opportunità di dominare anche l’Universo? Nella prima gara persa contro i Knicks, Wembanyama ha segnato 26 punti, tirando non benissimo sia dal campo (6 su 21) che da fuori (2 su 9).

Tra le cose su cui lavorare, emerse anche in questi playoff, potrebbe esserci per esempio il gioco in post basso. Al momento, il francese predilige attaccare da posizione frontale e anche quando riceve spalle a canestro sfrutta il perno per girarsi. Poi cerca di tirare in testa al difensore, fare jab step, oppure penetrare dal palleggio, quando non riceve sull’arresto a due tempi e la spara da fuori. Sviluppare un gioco più solido e meno occasionale in post, gli permetterebbe di aggiungere un’ulteriore dimensione al proprio basket, di essere meno prevedibile, di rifugiarsi (lui, che è 2.26) nei pressi del canestro tutte le volte che magari non trova ritmo al tiro.

Potrebbe studiarsi, per dire, i video di Alonzo Mourning. Capirebbe come l’ex centro di Charlotte e Miami riusciva a prendere posizione, muoversi sul perno in base alle reazioni del difensore, e tirare un semigancio di rara bellezza ed efficacia, dando un punto di riferimento costante ai passatori sul perimetro. Altro aspetto migliorabile? Beh, anche rinforzare la parte bassa del corpo non gli farebbe certo male. Talvolta, infatti, in penetrazione, se l’avversario riesce a limitarlo verticalmente, Wembanyama sembra faticare fisicamente a concludere e sembra che gli manchi un po’ di potenza nelle gambe. Dettagli, eh. Ma questo qui ha la testa, la serietà e l’atteggiamento giusto per andare avanti e non lasciare nulla al caso.

That’s all Folks!
Alla prossima settimana.

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