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Giacomo Turra, ucciso a 24 anni dalla polizia colombiana: dopo 30 anni lo Stato riconosce le sue responsabilità

Il giovane era andato nel 1995 a Cartagena per studiare le culture indigene. La polizia, che lo ha pestato a morte, ha sempre sostenuto la tesi dell'overdose e dell'autolesionismo. Il 20 maggio lo Stato firmerà un accordo formale con la famiglia davanti alla Cidh
Giacomo Turra, ucciso a 24 anni dalla polizia colombiana: dopo 30 anni lo Stato riconosce le sue responsabilità
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Giacomo Turra avrà 24 anni per sempre, ma a trent’anni dal suo omicidio otterrà quantomeno giustizia. Era uno studente di filosofia e antropologia all’Università di Padova e nel 1995 era andato in Colombia per studiare le culture indigene. È il 3 settembre quando, a pochi giorni dal rientro in Italia, entra in un ristorante cinese a Cartagena des Indias. Il giovane si trova in stato di forte agitazione, ha forti dolori allo stomaco. I gestori però, invece di aiutarlo, chiamano la polizia nazionale. Gli agenti, cinque in tutto, lo bloccano a terra e lo colpiscono violentemente, poi lo caricano su una camionetta verso l’ospedale. Viene visitato all’interno del veicolo e gli viene fatta un’iniezione: morirà poche ore dopo. Dopo anni di battaglie giudiziarie, accuse respinte e depistaggi arriva la svolta sul caso: lo Stato colombiano riconoscerà ufficialmente la propria responsabilità nella morte del giovane.

Il 20 maggio il governo e la famiglia Turra firmeranno un accordo formale, insieme alla Commissione interamericana dei diritti umani, che sancisce un risarcimento economico e un atto pubblico di riparazione morale, ovvero una targa in memoria dello studente a Cartagena. “Se la giustizia non è solo vendetta, – ha detto la famiglia – questo atto è per noi più importante della condanna in tribunale degli esecutori materiali delle violenze che hanno deturpato il corpo di Giacomo privandolo della vita”.

Quando la famiglia arrivò in Colombia nel 1995, il corpo del 24enne era talmente tumefatto da rendere impossibile il riconoscimento: solo una radiografia dentale ha permesso di identificare il giovane. I parenti hanno sempre respinto le versioni della polizia locale che, trasformando la vittima in colpevole, ha sostenuto per anni la tesi dell’overdose di cocaina e dell’autolesionismo. Una teoria invece creduta dallo Stato colombiano. Inizialmente i cinque poliziotti erano stati sottoposti alla giurisdizione militare, che aveva però deciso di non procedere. Il caso era poi passato alla giustizia ordinaria che, dopo un primo arresto per omicidio preterintenzionale, nel 1998 aveva deciso di assolvere gli agenti. Alcuni testimoni, come Julio Cesar Londono, hanno invece subito minacce e pestaggi, venendo costretti alla fuga in Italia.

Ancor prima dell’assoluzione, rendendosi conto del clima di depistaggi che proteggeva i poliziotti colombiani, il padre di Turra aveva deciso di coinvolgere la Comisión Interamericana de Derechos Humanos (CIDH). Nel 2001 la Commissione aveva il caso ammissibile e nel 2024 aveva trasmesso al governo di Bogotà un rapporto (oggi riservato) sul caso, nel quale venivano sollevate le accuse di violazione del diritto alla vita, all’integrità personale, alla libertà personale, alle garanzie giuridiche e alla salute. “Speriamo che questo importante risultato – commenta oggi a famiglia – sproni tutte le famiglie, le comunità e le istituzioni che lottano per il rispetto dei diritti dell’uomo a continuare a lottare per ottenere, anche a molti anni di distanza, più di trenta nel nostro caso, risultati importanti come questi”.

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