“Che libertà di informazione è quella dei giornali che con i loro editori vanno tutti gli anni davanti a Palazzo Chigi con il cappello in mano a chiedere l’elemosina? È una cosa assurda”. Sono le parole del direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, ospite di Battitori liberi, su Radio Cusano, dove torna a spiegare la scelta radicale che da quindici anni contraddistingue la testata: la rinuncia volontaria e definitiva ai contributi pubblici all’editoria, 762 mila euro soltanto per l’anno in corso, in favore di un modello di sostenibilità fondato esclusivamente sul rapporto diretto con i lettori.
Travaglio non nasconde le difficoltà che questa linea comporta per i bilanci aziendali, ma la difende con convinzione profonda, ricorrendo a una metafora per smontare l’assunto secondo cui che il pluralismo informativo possa essere garantito dal governo di turno: “Se un panettiere fa un pane di merda e non lo va a comprare nessuno, ma perché lo Stato dovrebbe sostenere la sua panetteria? Fai un pane migliore e magari viene qualcuno a comprarlo”.
Il direttore sottolinea che il finanziamento pubblico trasforma i giornali in questuanti cronici, privi di vera autonomia, e crea una concorrenza sleale verso chi, come Il Fatto, decide di farne a meno. “Se gli altri giornali prendono soldi pubblici e tu no, c’è una concorrenza sleale. Non può esistere un giornale senza lettori che sta in piedi per i soldi dello Stato”, osserva, ribadendo che l’alternativa non è la chiusura delle testate, bensì l’imperativo di produrre un contenuto di qualità capace di attrarre abbonati e sostenitori sul mercato.
E aggiunge: “Se lo Stato vuole sostenere le editorie, ci sono mille strumenti per farlo. Basterebbe praticare delle tariffe agevolate per la carta e le spedizioni postali, nonché sostenere le edicole. Pensiamo alla desolazione di vedere tutte queste edicole chiuse: una democrazia senza edicole è una democrazia più povera”.
Poi ricorda: “Ci sono giornali che si inventano mille trucchi. Pensiamo ai giornali di Angelucci: ma Angelucci è pieno di soldi, che bisogno ha dei soldi dello Stato? Caltagirone, De Benedetti, Elkann, Cairo sono imprenditori privati. Se vogliono rischiare con un’impresa editoriale, lo facciano, ma con i loro capitali. E cerchino di fare dei buoni prodotti per avere dei lettori e degli abbonati che li sostengano”.
Travaglio sottolinea come l’assenza di paracadute statali obblighi la redazione a un giornalismo più faticoso, più esposto, ma anche più vivo: “Non prendere i soldi pubblici vuol dire che ogni giorno devi sforzarti il più possibile per fare un prodotto originale, per avere notizie che altri non hanno, per scavare”. E proprio questo fastidio, questa sorta di “messa in mutande” nei confronti del resto del panorama editoriale, genera l’astio che periodicamente si riversa sul Fatto e sulla sua comunità.
“Perché accade? Bisognerebbe chiederlo a questi spostati e disadattati”, risponde Travaglio a Savino Balzano, che gli domanda il motivo di tanta acredine e della ridicola accusa di finanziamenti putiniani.
Il direttore del Fatto vede in quell’ostilità la reazione di un sistema abituato a una “concezione impiegatizia parastatale del giornalismo”, dove i contributi pubblici permettono di “vivere tranquilli, seguire l’onda, andare nella direzione in cui tira il vento” senza consumare scarpe, senza approfondire, senza farsi nemici. Una logica che Il Fatto rifiuta categoricamente.
L’ultimo caso di cronaca citato in trasmissione diventa emblematico di questa divergenza: la grazia concessa a Nicole Minetti, passata quasi sotto silenzio dei grandi media nelle prime ventiquattr’ore, è stata invece seguita con tenacia dal Fatto, che ha intervistato testimoni oculari e ha dimostrato come i presupposti umanitari della misura di clemenza non reggano.
“Qui non c’è soltanto la pigrizia – denuncia il direttore – ma anche il servilismo nei confronti di un potere molto forte quale è quello del Quirinale che, come sappiamo, orienta spontaneamente o spintaneamente la gran parte dell’informazione italiana. Una volta c’era un’unica figura infallibile quando parlava ex cathedra: il Papa. Adesso i Papi si possono criticare ben più di quanto non si faccia con i presidenti della Repubblica”.
E aggiunge: “Da Napolitano in avanti, i presidenti della Repubblica sono diventati più infallibili dei Papi, per cui non ci si pone nemmeno il problema che possano commettere degli errori, figuriamoci scriverlo. Se si pensa che abbiano sbagliato, si lascia perdere perché comunque bisogna sostenere il Quirinale o perché c’è la Meloni dall’altra parte. Sono ragionamenti di opportunità politica che non devono entrare minimamente nel nostro lavoro”.
Travaglio spiega che c’è “un surplus da parte dell’informazione mainstream tutta schierata in difesa della grazia alla Minetti, perché ci sono “i giornali corazzieri che difendono l’infallibilità del capo dello Stato”, oltre ai “giornali berlusconiani che difendono ancora la leggenda di Ruby nipote di Mubarak”.
E rincara: “Tutto il mignottume che c’era intorno a Berlusconi è stato condonato, anzi santificato oppure sminuzzato e sminuito a una questione di simpatia, di esuberanza di vitalismo. A questo si sono ridotte le orge con le minorenni a causa di un presidente del Consiglio, gli abusi di potere, la corruzione dei testimoni”.
Mentre altri pubblicano finte contro-inchieste per smontare le rivelazioni di Thomas Mackinson, il Fatto continua a pubblicare nomi, cognomi, denunce e testimonianze dirette, senza calcoli di opportunità politica.
Travaglio conclude sarcasticamente: “Ci sono testimoni oculari con nomi e cognomi che hanno assistito a quei festini a Punta del Este, nei locali di Ibiza e di New York, nomi, cognomi, denunce. E ci sono dei colleghi che si dedicano non a scoprire qualcosa in più, ma a cercare di smontare le nostre inchieste per dire che va tutto bene, che non è successo niente, che il capo dello Stato è infallibile e che naturalmente Nicole Minetti è cambiata, per quanto anche quello che faceva prima andava benissimo, perché glielo chiedeva Berlusconi”.