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Ultimo aggiornamento: 16:50

Scontro Fiano-Caridi. “La fondazione di Israele è legale”. “È nato cacciando i palestinesi e distruggendo 500 villaggi”. Su La7

Confronto serrato tra la giornalista e l'ex deputato Pd sulle origini dello Stato di Israele e sul significato irrisolto della Nakba
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Botta e risposta a Piazzapulita (La7) tra la giornalista e scrittrice Paola Caridi ed Emanuele Fiano, ex deputato Pd e presidente nazionale di Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati, sulla responsabilità storica della nascita dello Stato di Israele e sul significato della Nakba.
Caridi apre il confronto con toni duri, chiedendo se in Israele si rendano conto di ciò che sta accadendo a Gaza e nel sud del Libano. Denuncia l’utilizzo del modello Khan Yunis, con la desertificazione di un pezzo di un paese minando interi villaggi, compresi quelli cristiani. E avverte: “Noi stiamo parlando di un urbicidio che riguarda l’intero Mediterraneo orientale, da Gaza a Tiro fino a Beirut”. Ricorda poi Jaffa, “la città più importante dei palestinesi”, come il primo esempio di urbicidio, invitando tutti a non rimuovere “questo pezzo di storia che invece è cruciale”.

La giornalista va quindi al cuore della questione: “Il rimosso è il 1948, il grande compromesso politico che doveva essere fatto da parte israeliana, ovvero quello di capire che Israele è nato su una terra cacciando la popolazione nativa, non c’è mai stato e quindi la destra ha buon gioco adesso nel dire ‘dobbiamo espellere i palestinesi per continuare a campare’, cioè per far esistere Israele. Questo è un tema che non viene toccato, ma finché non sarà affrontato non ci sarà soluzione alcuna»”.
Fiano ribatte: “Se parli del 1948, devi anche raccontare dei paesi arabi che attaccarono Israele. La votazione del novembre del 1947 che spartisce quel territorio in due dall’Onu è diritto internazionale, dunque la fondazione dello Stato di Israele il 15 maggio del ’48 è legale dal punto di vista del diritto internazionale. Sì o no? Perché non può piacere l’Onu una volta sì e una volta no“.
E aggiunge: “Dopo il novembre ’47, quando l’Assemblea delle Nazioni Unite votò la spartizione di quel territorio in due, Israele l’accettò. Tutti i paesi arabi e il Gran Mufti di Gerusalemme, che rappresentava i palestinesi, non l’accettarono e quei cinque paesi arabi attaccarono Israele. Ovviamente bisogna ricordare anche la Nakba, ma non si può non ricordare il voto sulla spartizione”.

Caridi risponde che la Nakba significa “la cacciata e la distruzione di un pezzo di terra”. E ribadisce: “Questo Israele lo deve accettare come responsabilità storica e come responsabilità politica perché quei 500 villaggi palestinesi non sono stati distrutti dall’Onu, ma dalle forze sioniste e poi israeliane, anche prima del 1948 della Fondazione dello Stato di Israele. Il primo a non accettare l’Onu è proprio Israele, proprio Israele che ha distrutto la sede dell’Unrwa a Gerusalemme“.
La scrittrice aggiunge poi un argomento sul piano della rappresentatività: l’Onu che nel 1947 approvò la Risoluzione 181 (con 33 voti a favore, 13 contrari e 10 astenuti) era composto da soli 56 Stati membri, molti dei quali potenze coloniali o paesi con colonie. Un’”assemblea coloniale”, secondo Caridi, espressione di un mondo dominato dall’Occidente, molto diverso dall’Onu attuale di quasi 200 Stati, dove decine di ex colonie sostengono la causa palestinese.

Fiano insiste: “Ma vale o non vale quella votazione?”.
Caridi risponde: “Se Israele vuole continuare a esistere non desertificando attorno a sé tutto quanto, deve prendere di petto la propria responsabilità politica nell’essere stata fondata su una terra cacciando la popolazione nativa. I compromessi si possono fare, ma sono compromessi che non si fanno desertificando il resto. Si fanno solamente accettando anche le proprie responsabilità storiche”.

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