David di Donatello e Cinecittà celebrano se stessi, mentre la crisi del cinema resta quasi fuori scena
La politica culturale italica si conferma nelle sue contraddizioni interne e nella disattenzione da parte del Palazzo: due tematiche, pur importanti, come la revoca dell’incarico alla direttrice d’orchestra, Beatrice Venezi – dopo una polemica trascinatasi per mesi –, e come lo scontro – tutto interno alla cultura destrorsa, anzi di Fratelli d’Italia – tra il Presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, ed il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, rispetto alla partecipazione della Russia nella kermesse che si inaugura il 9 maggio, hanno stimolato lenzuolate sui maggiori quotidiani a tutto discapito della perdurante crisi acuta del settore cinematografico-audiovisivo, a discapito dello stallo surreale in Commissione Vigilanza Rai (guidata dalla pentastellata Barbara Floridia) sulla nomina del Presidente della tv pubblica.
Martedì 28 e mercoledì 29 aprile, due notizie non hanno trovato – incredibilmente – ricaduta sui quotidiani: il 28, la Amministratrice delegata di Cinecittà spa Manuela Cacciamani è stata audita dalla Commissione Cultura (la VII) della Camera – presieduta dal sempre aspirante ministro Federico Mollicone (FdI) – sulle dinamiche della sua gestione (è in carica dal luglio 2024, “in quota” Fratelli d’Italia ovvero Arianna Meloni) ed a Montecitorio è stata messa in scena una narcisistica autocelebrazione (nessun intervento di parlamentari dell’opposizione); il 29, i ministri della Cultura Alessandro Giuli e della Salute Orazio Schillaci (tecnico di area FdI forse in transito verso Forza Italia), accompagnati dai Sottosegretari alla Cultura Lucia Borgonzoni (Lega) e dal neo-nominato Giampiero Cannella (FdI), hanno apposto le loro firme su un annunciato protocollo tra i due dicasteri, per la promozione della cultura come “cura” anche in ambito medico-ospedaliero.
Nessun quotidiano (ribadisco: nessuno) ha dedicato una riga una a queste due notizie. Ancora una volta, il problema è anzitutto politico, prima che mediale. Esiste una rappresentazione mediatica della cultura e poi esiste la realtà materiale del settore: lavoro intermittente e povero, produzioni ferme, risorse incerte, politiche pubbliche prive di valutazione…
Mercoledì 6 maggio 2026, si è tenuta la cerimonia di premiazione del più famoso premio del cinema italiano, il David di Donatello, ospitata a Cinecittà e trasmessa da Rai1. Una trasmissione lunga (quattro ore, troppe), retorica e banale nell’impostazione (statica e noiosa), non premiata dagli ascolti (quasi 1 punto in meno rispetto al 13% del 2025). Il coordinamento delle principali associazioni degli autori aveva annunciato battaglia (…), a fronte della crisi acuta del settore, ma alla fin fine è emerso soltanto un vacuo appello dal titolo evanescente “Non c’è Italia senza cinema”. Qualcuno ha denunciato la crisi in atto, ma dal “red carpet” soltanto: Matilda De Angelis, Gianni Amelio, Valeria Bruni Tedeschi. Gli unici che hanno promosso un’iniziativa di protesta reale sono stati gli attivisti del movimento #Siamoaititolidicoda (Satdc), che avevano proposto di boicottare il premio: sono stati paradossalmente accusati di radicalità sovversiva, ma in verità gli unici liberi dall’ipocrisia dominante.
Il “David” avrebbe potuto essere il luogo simbolico nel quale il cinema italiano guardava in faccia, onestamente e autocriticamente, la propria crisi. È stato invece il luogo della rassicurazione rituale. L’Italia è ormai abituata a digerire i sassi, in un habitat malato di conservazione e consociativismo, e lottizzazione e falsificazione. E le responsabilità non sono soltanto “istituzionali”.
“Cultura & Salute”?! Il protocollo firmato da Giuli e Schillaci – finalizzato a studiare e promuovere la cultura come strumento di cura, parallelo alle terapie tradizionali – è in verità un’iniziativa preziosa, se si passerà dalla carta delle belle intenzioni alla realtà fattuale. Bene dunque il protocollo. Ma ora servono risorse, criteri, monitoraggio, valutazione d’impatto e coinvolgimento delle realtà che da anni lavorano sul campo. Altrimenti anche la “cultura come cura” rischierà di diventare l’ennesima formula elegante per non curare davvero nulla. Latente il rischio di un’operazione saggia e fotografabile, istituzionalmente rassicurante, ma priva di effetti reali.
Io stesso – forte della mia esperienza professionale in materia – ho ritenuto di manifestare un plauso, seppur prudente, rispetto alla meritoria iniziativa promossa dalla Sottosegretaria alla Cultura Lucia Borgonzoni. Ritengo però importante che il perimetro di intervento non venga limitato al solo rapporto tra “cultura” e “salute”, ma si estenda a tutte le forme di “disagio”: fisico, psichico, sociale.
Ricordo che il centro di ricerca e promozione culturale che ho fondato e presiedo da oltre trent’anni, l’Istituto italiano per l’Industria Culturale IsICult, sviluppa dal 2013 – con il sostegno del Ministero della Cultura stesso – il progetto “Cultura vs Disagio” (www.culturavsdisagio.it): una complessa e faticosa attività di ricerca, monitoraggio, censimento e documentazione delle “buone pratiche” artistiche e culturali che intervengono nelle diverse aree del “disagio”. Nel corso degli anni, l’Istituto ha censito oltre 4.000 iniziative promosse in tutta Italia.
Come è possibile però che l’innovativo protocollo tra Ministero della Cultura e Ministero della Salute non abbia suscitato interesse alcuno da parte dei media?! Com’è possibile che la crisi acuta del settore cine-audiovisivo non sia stata oggetto di attenzione da parte dei media “mainstream”?! Disinteresse o scetticismo o rassegnazione?! Comunque sintomi di una patologia rispetto alla gerarchizzazione delle iniziative che dovrebbe caratterizzare una sana “politica culturale”.