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Gli Usa chiedono l’estradizione del governatore di Sinaloa: “Ha protetto i cartelli della droga”. Scontro tra Washington e Messico

È la prima volta che gli Stati Uniti chiedono l’estradizione di una simile figura istituzionale, accusato di essere stato eletto coi voti dei narcos. Ma secondo gli analisti “Trump vuole semplicemente sottomettere il Paese”
Gli Usa chiedono l’estradizione del governatore di Sinaloa: “Ha protetto i cartelli della droga”. Scontro tra Washington e Messico
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“Narcotraffico” e “reati associati con armi da fuoco”. Gli Usa puntano il dito contro il governatore di Sinaloa, Rubén Rocha Moya, e altri nove funzionari messicani, e pretendono la loro estradizione in territorio statunitense, oltre a 40 anni di pena. Secondo l’accusa – formalizzata dal procuratore federale Jay Clayton (Distretto Sud di New York) e dall’amministratore Dea Terrance C. Cole – gli imputati erano “associati con il cartello di Sinaloa per distribuire quantità massicce di narcotici negli Stati Uniti”. E non solo. Rocha Moya, 76 anni, membro del Partito “Morena” (lo stesso della presidente socialista Claudia Sheinbaum) sarebbe stato eletto con il favore della gang “Los Chapitos”. “Presuntamente lo hanno aiutato attraverso il sequestro e l’intimidazione dei suoi rivali”, si legge nella nota diffusa il 29 aprile dal Dipartimento di Stato.

Inoltre avrebbe “partecipato a riunioni con i leader del gruppo (“Los Chapitos”, ndr), promettendo protezione e permettendogli di operare con impunità”. Gli accusati – tra loro spunta anche il nome di Dámaso Castro Zaavedra (vice procuratore generale di Sinaloa) – avrebbero “protetto i cartelli da inchieste e arresti”, impiegando addirittura le Forze dell’ordine per “proteggere i carichi di droga. In risposta alle accuse Moya Rocha si è autosospeso “temporaneamente” dal suo incarico, sottoponendosi alle indagini della Procura locale. “Non permetterò che mi usino per danneggiare il movimento”, ha dichiarato il governatore, che su X aveva sottolineato l’assenza di “veridicità” e “fondamento” delle accuse. L’attacco – sostiene Moya Rocha – rientra in una “strategia perversa”, che violenta “l’ordine costituzionale” e la “sovranità nazionale”.

Ha reagito anche la stessa Sheinbaum, criticando i tempi e le modalità con gli Usa hanno avanzato la propria richiesta: “Mai nella storia, mai, hanno chiesto (gli Usa, ndr) con così tanta urgenza un ordine di cattura”. La presidentessa messicana ha anche contestato la scelta Usa di diffondere la notizia ai media, violando l’accordo di confidenzialità che regola la cooperazione in materia di giustizia tra i due Paesi. L’esecutivo messicano ha inoltre chiesto “prove chiare”, che giustifichino la richiesta Usa, e ha insistito sulla “tutela della sovranità”, esortando all’”unità nazionale”.

Quello della sovranità è un tema caldo per Città del Messico. Soprattutto dopo la scoperta, lo scorso 19 aprile, dei corpi di due agenti della Cia, identificati come Richard Leiter Johnston III e John Dudley Black, nello stato di Chihuahua, deceduti dopo aver preso parte allo smantellamento di un laboratorio di droga. Gli agenti operavano con l’autorizzazione dello stato di Chihuahua, ma senza quella Governo federale, violando così la Costituzione messicana e la Legge per la Sicurezza nazionale. Le indagini sono in corso e martedì 5 maggio la Procura ha chiamato 50 funzionari a testimoniare sull’accaduto.

Ma non tutti sono allarmati per l’ingerenza Usa, che conta su alleati di ferro a Città del Messico. È il del Partido de acción nacional (Pan), il cui leader, Jorge Romero Herrera, chiede “l’immediata estradizione” di Rocha Moya negli Stati Uniti, definendolo un “traditore della Patria”.

Anche le reazioni delle opposizioni rientrano nello schema di pressione Usa. “È una trappola, dal costo politico elevato”, sostiene l’analista politico Jesús Esquivel alla testata Proceso, spiegando che “se Sheinbaum non reagisce le opposizioni la accuseranno di coprire o tollerare la narco-politica. E se agisce pagherà il costo di aver consegnato un suo ex governatore a causa per pressioni Usa”.

Diverse fonti sostengono che la pressione Usa su Sheinbaum non sia animata da un’autentica lotta al narcotraffico, ma da contropartite più commerciali e politiche, come la revisione dell’accordo commerciale T-Mec (tra Usa-Canada-Messico) e il riposizionamento di Trump nei sondaggi. “Il caso è stato costruito per mesi”, sostiene l’investigatrice Victoria Dittmar di Insight Crime, secondo la quale “nel momento in cui l’accusa viene resa pubblica diventa un elemento di pressione politica”. Inoltre, secondo l’accademico Eduardo Buscaglia, è al confine con il Messico che si gioca una parte importante del consenso del tycoon e della sua campagna verso le elezioni di midterm. “Deve dimostrare di aver controllato la frontiera e fermato l’entrata di Fentanyl, trasformando il Messico in un puzzle centrale della sua strategia”. E non è un caso che il Messico sia menzionato almeno 31 volte nella National drug control strategy 2026 pubblicata di recente. “Non smetteremo mai di lottare per proteggere i nostri bambini e famiglie, spezzare la morsa della tossicodipendenza e tenere le sostanze letali lontane dalle nostre comunità e dalle mani dei nostri cittadini”, scrive lo stesso Trump nella prima pagina del documento. “Trump mette il nostro Paese sul banco degli imputati”, lamenta il giornalista José Cárdenas, denunciando che il tycoon “non propone, ma ordina. Non coopera, ma sottomette”.

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