Il terzo posto ad Amici 16, la depressione e la rinascita artistica. Federica Carta, in occasione dell’uscita del singolo “Stupido dolore”, si è raccontata a tutto tondo. L’artista, dopo il successo ottenuto a seguito della partecipazione al talent di Maria De Filippi, a soli 18 anni, dove le sembrava “tutto bello”, poi ha dovuto fare i conti con momenti molto difficili successivamente. Dopo Sanremo 2019 assieme a Shade, tre dischi pubblicati in tre anni e qualche, sporadico, singolo in uscita, Federica Carta ha deciso di fermarsi per qualche anno.
E, una volta superata la depressione grazie, anche, all’aiuto di “una psichiatra che mi ha prescritto dei farmaci”, la cantante ha deciso di ripartire da zero ritrasferendosi, da Milano, nella sua amata Roma. Ora la cantante, grazie ad una ritrovata stabilità personale e lavorativa, è tornata ad amare, appieno, la sua musica (“Prima, quando uscivano i miei pezzi, per me erano morti, non li volevo più ascoltare”). In futuro, all’artista, piacerebbe tornare a suonare nei club. Ma un passo alla volta, anche perché “Ho molta paura dei paganti. Oggi se non riempi un posto, esagerando ovviamente, ti ammazzano, ti dicono che sei una mer**, che fai schifo, e che non meriti di fare il cantante”.
Sei arrivata terza ad Amici 2016/17. Che ricordo hai del talent?
Ho un ricordo molto “da bambina” di quel periodo. Guardavo tutto con gli occhi dell’innocenza e della felicità. Non mi pesava il mondo, non mi pesava niente in realtà. Era tutto bello, tutto rose e fiori. Maria De Filippi e tutte le altre persone all’interno del programma sono sempre state super gentili con me. Il difficile è arrivato una volta uscita dal programma.
C’è un consiglio o un’osservazione di un giudice che custodisci ancora oggi?
Una volta Maria De Filippi mi disse di lasciare andare le emozioni. Di non trattenerle, soprattutto, quando canto. E per quanto semplice possa sembrare come consiglio, per me è stato essenziale perché sono una persona molto timida in realtà e, quando canto, mi faccio trasportare troppo e ho paura di dare troppo. Quindi, per non dare in eccesso, do di meno. E il suo consiglio, anche al di fuori di Amici, mi è servito tantissimo. Me lo ricordo ancora ogni volta che mi esibisco.
Hai raggiunto la notorietà ai soli 18 anni. Come l’hai vissuta lontana dai riflettori?
È stata una tragedia per me (ride, ndr). Ho lavorato sul cercare di essere grata alla vita e a tutto quello che mi ha dato, però devo dire che, forse, il momento più difficile per me, da ragazzina di 18 anni, era proprio spegnere la luce quando andavo a letto. Perché sono passata dalla scuola alberghiera, allo stare 12 ore al giorno in un programma televisivo. E ho fatto fatica a capire. Magari di giorno avevo gli instore, vedevo ed abbracciavo migliaia di persone, mi raccontavano le loro storie e poi la sera di base ero sola. Però fa parte della crescita personale e, devo dire, che quel periodo mi è servito a capire che non voglio mai più sentirmi così e, quindi, ho imparato anche ad accettare quei momenti.
Dal 2017 al 2019 hai pubblicato tre dischi e hai partecipato sia ad Amici che a Sanremo: considerando fossi a malapena ventenne, ti sei mai sentita “rinchiusa” in una bolla?
Mi definisco una “non persona” ripensando ad un certo periodo della mia vita, perché non ero formata e non mi rendevo conto di nulla. Tutto il dolore che ho provato in quel periodo era dato anche dal sentirmi più piccola rispetto agli altri. Non riuscivo a confrontarmi: dovevo parlare sempre con gente adulta, che fosse in discografica o anche in un’intervista. Mi sentivo ancora una bambina.
Quando non ti sei più sentita “bambina”?
Dopo aver fatto 25 anni mi è arrivata un’ondata di dolore rispetto a tutto ciò che avevo vissuto, comprese le ingiustizie. Prima, invece, ero “stupida”, felicissima, era tutto bello per me. Quando, invece, c’è gente che a 20 anni è un po’ più sveglia e si rende più conto di quello che ha intorno, delle persone che lo circondando. Questo è un argomento che, sempre più artisti, stanno affrontando. Prima c’era gente che mi era affianco per altri scopi e non per amicizia e, al tempo, non mi rendevo conto di nulla. Però adesso diciamo che me la cavo, dai.
Ti è mancata una persona che tutelasse i tuoi interessi e che ti spiegasse alcune dinamiche del mondo discografico?
Sì, anche se non sono il tipo di persona che dà la colpa agli altri. Però sicuramente, vedendomi molto dolce e “docile”, le figure che avevo intorno tendevano a mettere zucchero un po’ ovunque. Quindi era tutto più delicato. Non mi è mai stata detta una verità in faccia e, quindi, su molte cose, mi sento ancora un po’ in ritardo. Soprattutto su aspetti burocratici del mio lavoro che pensavo non dovessero interessarmi ma che, invece, riguardano più me che gli altri. Sicuramente mi è mancata una figura che mi dicesse le cose. Forse il mio tour manager, che è stato quello con cui ho passato più tempo perché abbiamo fatto veramente tanti viaggi in macchina, in aereo, è stato quello che mi diceva le cose come stavano. Però non era il suo lavoro.
Hai sempre posto molta attenzione sulla salute mentale. Hai raccontato di aver sofferto anche di depressione. Come sei riuscita ad uscirne?
Ho vissuto cinque anni a Milano. La città in sé non mi ha fatto nulla: è bella e ci sono un sacco di opportunità. Ma io, quelle occasioni, non le ho sapute cogliere. Avevo scritto una canzone che diceva: “La mia casa è soltanto uno spreco di pareti”. Questo perché abitavo in quella casa ma, lì dentro, c’era solo il mio corpo. Stavo ore e ore su un divano ad aspettare qualcuno che mi venisse a salvare. E rimanevo rinchiusa lì.
Qual è stata la svolta?
La terapia. Sono andata da una psichiatra che mi ha prescritto dei farmaci. Mi hanno aiutato molto perché, in quel momento, da sola, non ce l’avrei fatta. Facevo proprio fatica a fare tutto: ad alzarmi dal letto, a lavarmi ed anche a funzionare come artista. Perché se pensi che il mondo è un posto brutto, non riesci a scrivere nulla e la gente che ti sta intorno ti abbandona perché sei troppo triste e, quindi, rimani da sola. È tutto un circolo vizioso. Infatti, uno dei lavori principali che ho fatto con la mia psicologa, è stato quello di limitare le lamentele, soprattutto con le persone che cercavano di darmi una soluzione.
Ovvero?
Più ti lamenti con una persona e più quella cercherà di darti una soluzione. Ma tu stai talmente male che una soluzione non la vuoi e quindi, poi, fai pena alla gente. Ed è una cosa che odio suscitare compassione. Alla fine ho un bel ricordo anche di quel periodo veramente terribile, perché poi ne sono uscita.
Annunciando su Instagram “Ti prego non piangere” hai scritto: “In questi anni senza far uscire musica ho pensato fosse tutto finito”: perché?
Io vedo bianco o nero, non c’è una via di mezzo. Ho avuto un taglio netto da quella che era la mia vecchia vita.Sono tornata a vivere a Roma, non ho più la mia casa discografica, ho cambiato management, ho cambiato mentalità proprio. È stato un periodo non difficile, ma strano. Avevo paura di rimanere senza terra sotto i piedi perché, tutte le certezze che avevo prima, sono andate chissà dove.
Cos’hai ritrovato a Roma?
Quando sono tornata non avevo proprio idea di cosa potermi aspettare. Sono venuta senza aspettative, “Co ‘na scarpa e ‘na ciavatta (una scarpa e una ciabatta, ndr)”, si direbbe a Roma. Pensavo “Che devo fare?”, “Chi mi vorrà?”. Invece ho rincontrato delle persone meravigliose, che sono Fasma e GG, che è adesso il mio produttore. Li avevo conosciuti tanti anni fa, sul set di un video che girò il mio ex fidanzato, a Fasma. Ci eravamo incontrati così e molto a caso ci siamo rivisti. Loro mi fanno vivere Roma benissimo e, in più, ho ritrovato anche tanti altri amici, cosa che in Milano non avevo. Di base sto da Dio, non posso veramente lamentarmi di niente.
Nel post dici di aver trovato “un ambiente lavorativo sano”: perché prima non era così?
Per me è stato l’ambiente meno sano per la mia sanità mentale. Avevo quell’ansia dell’aspettare che qualcuno mi rispondesse. Che fosse anche il fidanzato che non mi cag*va. Era una situazione che mi stava risucchiando l’anima. Mi andava bene l’idea di non essere la priorità per qualcuno. Che poi questa parola, “priorità”, è un termine che mi è stato ripetuto più volte nella mia carriera. “Sei la priorità, non sei la priorità”.
Come la vivevi?
Quando ho iniziato a ragionare in questo modo: “Adesso sono la priorità, adesso non lo sono”, non mi sentivo più un essere umano. Questa cosa di attendere, di scrivere alla gente, di cercare di essere sempre presente, mi stava proprio consumando. E ho ancora dei traumi per questa cosa. Perché anche adesso, nonostante abbia delle persone a me vicine, che mi fanno sentire proprio dentro una famiglia, faccio fatica, ad esempio, a scrivergli io. Fatico ad essere me stessa, mettiamola così. Però loro sono molto pazienti. Prima pensavo che la gente che lavorava in discografica o, altri addetti ai lavori, fossero miei amici. Quando poi mi sono resa conto che a loro, che io ci fossi o meno, non gliene fregava proprio nulla, è stata una bella botta. Che poi magari non era neanche vero, però mi sono convinta di questo. Di conseguenza ho dovuto fare il lavoro inverso, della serie “nessuno è mio amico”. Adesso, invece, sto cercando di riaprirmi un po’ alla vita.
Hai detto di aver trovato “il coraggio di spazzare via i tuoi limiti”: in che modo?
Ho scaricato Logic sul computer, che è un programma per produttori musicali. Mi sto creando la mia routine, cosa che non ho mai avuto. Prima per me era una cosa da “sfigati”. Pensavo: “Devo fare il rock’n’roll, non so che faccio domani, non so che faccio oggi”. “Limiti” è proprio una parola che mi piace, perché ne ho tantissimi e non vedo l’ora di scoprirli tutti e mandarli via. Per me anche soltanto riuscire a parlare con qualcuno a un evento sociale è una vittoria.
“Ti prego non piangere” e “Stupido dolore” sono due brani intimi ed introspettivi: ti senti più libera e consapevole nella scrittura?
Tantissimo, ma perché ci sto lavorando e ci ho lavorato. E, soprattutto, ho delle persone vicino che mi invogliano, mi incitano, a far uscire queste mie sfaccettature e parole. Mi è capitato molto spesso di sentirmi a disagio durante delle sessioni di scrittura con altri autori. Anche perché sono timida e, prima di farmi uscire un’idea dalla bocca, ci voleva veramente la manovella. Poi magari arrivava un altro con la mia stessa idea e dicevo “ca***, l’avevo pensata prima io”. Però come fai a provarlo? Adesso faccio comunque fatica, però sono molto più consapevole e felice.
Il tuo attuale team di lavoro ti lascia più libertà e tranquillità nell’esprimere ciò che sei?
Sì, sono più tranquilla e, sicuramente, sto più dietro a cose a cui prima non facevo caso, come la caption di Instagram. Il mio management mi ha detto “tu scrivi in maniera molto personale. Porta le persone dentro al tuo mondo”. E lo apprezzo tanto, perché un altro mio limite grande sono proprio i social. Nella mia testa è “meno cavoli sai di me, meglio è”, però non è molto produttiva questa cosa, perché i social sono stati fatti per sapere i cavoli degli altri, e quindi sto combattendo anche con questo piccolo mostro. Però sono circondata da persone che poi te la fanno anche prendere bene questa cosa. In generale ci sono i problemi e poi ci sono i problemi che si risolvono. E quindi daje.
Nel brano, a chi è riferito il “Ti prego non piangere”?
Quando l’abbiamo scritta era riferita a me. Prima, quando uscivano i miei pezzi, per me erano morti, non li volevo più ascoltare. Invece questi ultimi due che ho pubblicato me li sento quarantamila volte al giorno, anche per forza di cose, perché abito con i miei.
Perché in passato non li ascoltavi più i tuoi brani?
C’era talmente poco di mio, delle canzoni che cantavo, che quando poi uscivano diventavano soltanto degli altri. Mentre, ad esempio, “Ti prego non piangere”, è la mia canzone. Poi ovviamente gli altri ci si possono rivedere. Non so se il pubblico si aspettava un sound diverso o meno però, a livello di testo e di mood, questo è ciò che sono io. Anche “Stupido dolore” è una canzone che non ha mai un picco di voce, non è mai urlata. È sempre rilassata come un bacio sulla fronte. Ho bisogno di questo, adesso, anche perché lo sto ricevendo dalle persone che mi sono intorno. E, per forza di cose, è anche quello che mi viene da scrivere e che scriviamo insieme.
Il pubblico, alla lunga, comprende se una canzone o un progetto siano “autentici” e “sentiti”?
Certo, e questa per me è una super ripartenza. Sarà sicuramente lenta, avrà il suo tempo, ma non è una cosa che mi preoccupa. Ciò che mi “spaventa” è che non vorrei fare alcuni brani vecchi quando canto live. Mi fanno proprio soffrire. Però penso sia un po’ la croce di molti artisti e me la porto in silenzio.
Il 24 aprile è uscito il tuo nuovo singolo. Perché l’hai definito “stupido dolore”?
Perché è un po’ stupido. Negli ultimi anni ho definito “stupido” proprio l’amore, perché divento “stupida” quando mi innamoro e faccio tanta fatica, poi, a lasciare andare le persone, tanto che sono amica con molti dei miei ex. Perché se ti ho voluto tanto bene vuol dire che siamo connessi per sempre. Anche con chi mi ha fatto veramente cose brutte. Questo pezzo racconta di due persone che si lasciano. Ma lo fa con una dolcezza secondo me disarmante. E “stupido dolore” è proprio un titolo che mi rappresenta, perché, è sia “infantile” dirlo, ma allo stesso è anche dolce e maturo.
Nella canzone ti chiedi come si faccia a smettere di pensare a qualcuno e come provare a separare i ricordi da quello che si prova ancora. Che risposta ti sei data?
Non ne ho ancora una definitiva perché voglio bene a tutti. E, forse, questo è un altro limite, per assurdo, nel mondo di adesso. Però sicuramente la risposta è che il tempo è l’unico amico che possiamo avere nei periodi in cui ci si lascia. Poi la cosa bella è che quando abbiamo scritto questo pezzo io ero, e sono tuttora single da centomila anni. Quindi sono andata un po’ a scavare in una delle storie più grandi che ho avuto, nel periodo più strano, che era quello del Covid. Lui abitava a New York ed era un casino, il panico. Quando abbiamo scritto la traccia è stato un po’ come rivivere quell’angoscia di doversi lasciare e ho capito che, ad esempio, adesso sto proprio da Dio, da sola. E se devo cantare dell’amore lo faccio come fosse un bel ricordo.
Cosa ci sarà nel tuo futuro artistico?
Questa cosa che gli artisti non possono dire niente mi sta un po’ antipatica (ride, ndr). Stiamo lavorando, da un anno ormai, ed ho tanti brani in una cartella. Dobbiamo capire quali canzoni, eventualmente, considerare, perché siamo andati veramente oltre con la sperimentazione. E se da una parte non ce ne frega nulla, dall’altra dobbiamo un po’ capire cosa va e cosa no. Ho in mente tanti progetti visivi, fichissimi, che vanno proprio a sposarsi con la musica.
Live, invece?
Credo che quest’estate sarò in giro per l’Italia. Andrò in qualche piazza di paesi meravigliosi, e quella è l’esperienza che preferisco dell’estate perché incontro un sacco di gente nuova che, altrimenti, non avrei mai la possibilità di conoscere. Poi, sicuramente, mi piacerebbe ritornare nei club, però quello è un altro limite che mi fa molta paura.
Perché?
Ho molta paura dei paganti. È un altro trauma mio perché, anche la gente, ti porta ad avere dei turbamenti. Oggi se non riempi un posto, esagerando ovviamente, ti ammazzano, ti dicono che sei una mer**, che fai schifo, e che non meriti di fare il cantante. Ci sta buttarsi nelle cose a volte però, per quanto riguarda il live, voglio essere sicura di avere un mio pubblico. Perché la mia musica sta cambiando e, con ciò, potrei avere un pubblico un po’ diverso, questo non lo so. E non è scontato che queste persone abbiano effettivamente voglia di vedermi dal vivo.