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La zootecnia ha trasformato gli animali in macchine e ha messo a rischio la salute umana: serve un cambio di rotta – La trave nel piatto, la rubrica di SlowFood

Il passaggio all’industrializzazione dell’agricoltura è stato giustificato dalla necessità di sconfiggere la fame, ma ha fallito. È questo il momento di agire perché un’altra idea di mondo è possibile
La zootecnia ha trasformato gli animali in macchine e ha messo a rischio la salute umana: serve un cambio di rotta – La trave nel piatto, la rubrica di SlowFood
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L’approccio industriale ha trasformato l’allevamento degli animali in “zootecnia” e questo ha cambiato tutto. Zootecnia è la tecnica che muta gli animali in macchine da produzione alimentare destinate allo sfruttamento e l’allevatore in “imprenditore agricolo”, viene incrementata la meccanizzazione, la stabulazione permanente è una prassi, l’omogeneità e la selezione genetica (il contrario di “biodiversità”) sono spinte all’estremo. Il passaggio all’industrializzazione dell’agricoltura è stato giustificato dalla necessità di sconfiggere la fame (fallendo). Questo modello separa la coltivazione dall’allevamento creando due bisogni: i contadini, in assenza di letame, iniziano ad aver bisogno di acquistare fertilizzanti, per lo più chimici (e quando c’è una crisi internazionale, vedi Ucraina e Iran, i prezzi salgono alle stelle), per il loro terreno (chi persegue metodi di coltivazione agroecologici non subisce questi sbalzi); gli allevatori, non coltivando più, devono comprare mangimi e fieno per le loro bestie. Questa economia ha portato i piccoli allevatori a competere con produzioni industriali enormi, che offrono carne, latte e uova a prezzi bassi perché i costi “nascosti” (esternalità negative) ricadono sulla collettività in termini ambientali, igienico-sanitari, sociali, ma anche etici e culturali.

La densità nelle gabbie, nelle stalle e nei capannoni, sottoposti a ingrasso forzato e a trattamenti medici calendarizzati: queste sono le condizioni di sofferenza e insalubrità in cui gli animali da allevamento intensivo sono costretti a vivere. Queste grandi concentrazioni generano impatti devastanti sui territori in cui insistono contribuendo in maniera determinante alla crisi climatica, alla perdita di biodiversità e all’inquinamento di aria, acqua e suolo. La zootecnia è responsabile del 14,5% delle emissioni di gas climalteranti e in termini di salute pubblica sono una delle cause dell’antibiotico-resistenza.

Consapevoli dell’insalubre legame che intreccia l’agroindustria, e in particolare l’allevamento industriale/intensivo, con la crisi climatica e ambientale, e i nostri regimi alimentari, sbilanciati in termini di proteine animali, di grassi e zuccheri, con malattie cardiovascolari, con obesità e diabete, è urgente un’onesta riflessione sull’attuale modello alimentare. Un modello di allevamento che equipara esseri senzienti alle macchine e ne presuppone la sofferenza sistematica. Un modello alimentare che fa ammalare gli esseri umani, oltre che l’ambiente, invece che nutrirne corpo e spirito.

In questo quadro, per alleviare La trave nel piatto, è essenziale virare su un allevamento estensivo al pascolo, ridurre il numero dei capi allevati riequilibrando le nostre diete e reindirizzando l’approvvigionamento proteico su fonti vegetali (legumi), adeguare il benessere animale in funzione dell’etologia. È questo il momento di agire perché un’altra idea di mondo è possibile.

*L’autrice Barbara Nappini è presidente di SlowFood Italia

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