“Avvelenamento acuto da ricina”, la conferma dal Centro Antiveleni sulla morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita. Locatelli rivela: “Altri 7-8 casi in Italia nel 2025”
L’unica cosa cosa certa è che Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara Di Vita, 15 anni, morte tra il 27 e il 28 dicembre scorso a Campobasso, sono state avvelenate dalla ricina e che sono state uccise. Un quadro quell’inchiesta della procura di Larino che si fa sempre più definito sul piano scientifico, ma che lascia ancora aperti interrogativi cruciali sul piano investigativo. L’indagine sul duplice omicidio, segna una svolta con l’atteso deposito della relazione del Centro antiveleni Maugeri di Pavia, che conferma la compatibilità dei decessi con un’intossicazione acuta da ricina. La Procura, guidata dalla procuratrice Elvira Antonelli, parla in termini chiari: gli esiti degli accertamenti sono “scientificamente compatibili, con elevato grado di affidabilità tecnico-scientifica, con una intossicazione acuta da ricina”. Una formulazione che pesa come un macigno nel fascicolo aperto per duplice omicidio premeditato, al momento contro ignoti, e che rappresenta il risultato di settimane di lavoro altamente specialistico.
“Avvelenamento acuto”
Nella relazione si legge che, “alla luce dell’insieme degli elementi clinici e analitici acquisiti”, è possibile affermare “con elevato grado di probabilità tecnico-scientifica” che in alcuni campioni biologici delle due vittime sia stata accertata la presenza della tossina. Non solo: le concentrazioni rilevate risultano coerenti con un quadro di avvelenamento acuto, confermando i sospetti emersi già nelle fasi iniziali dell’indagine. Si tratta di un risultato ottenuto attraverso un percorso rigoroso. Il Centro antiveleni Maugeri ha coordinato una rete di strutture scientifiche di alto livello, coinvolgendo i Dipartimenti di Chimica e Tossicologia forense dell’Università di Pavia, l’IRCCS Policlinico San Matteo, gli Istituti zooprofilattici di Brescia e Bologna e il Centro ricerche marine di Cesenatico-Cervia.
Le analisi sono state ripetute più volte, in laboratori diversi e con tecniche differenti, proprio per garantire la massima affidabilità e scongiurare possibili interferenze. Un lavoro iniziato già il 6 marzo, quando una prima evidenza analitica della possibile presenza di ricina era stata comunicata al medico legale, e proseguito con ulteriori approfondimenti fino alla relazione conclusiva depositata il 23 aprile. Un percorso che, sottolineano gli esperti, ha seguito protocolli estremamente rigorosi. Una delle ipotesi resta quello che il veleno possa essere stato ricavato artigianalmente pestando i semi della pianta che è presente in Molise.
Attesa per gli esiti dell’autopsia
Nonostante la solidità del dato tossicologico, la Procura invita comunque alla prudenza: la positività dovrà essere ulteriormente verificata attraverso gli accertamenti sui campioni prelevati durante l’autopsia. L’obiettivo è individuare nei tessuti e negli organi delle vittime i segni tipici dell’intossicazione da ricina descritti nella letteratura scientifica, in modo da integrare e rafforzare il quadro probatorio. Se per madre e figlia la presenza del veleno appare ormai un dato acquisito sul piano tecnico, resta invece più complessa la posizione di Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime, parte offesa nel procedimento. I campioni biologici a lui riferibili sono risultati negativi alla ricina, ma questa circostanza non viene considerata decisiva dagli inquirenti né dai consulenti. Nella relazione, infatti, si sottolinea come la negatività possa essere “compatibile sia con l’eventuale assenza della proteina nel sangue al momento del prelievo, sia con la possibile degradazione, anche completa, dell’analita”, dovuta al tempo trascorso tra il prelievo e l’esecuzione delle analisi: erano trascorsi due mesi quando sono state eseguite le analisi. Un elemento che introduce un margine di incertezza tutt’altro che trascurabile.
In Italia 7-8 intossicazioni da ricina nel 2025
A chiarire ulteriormente questo aspetto è stato il direttore del Centro antiveleni Maugeri, Carlo Locatelli, intervenuto anche pubblicamente sul caso. “Ai nostri test ripetuti più volte è risultato negativo alla ricina, ma il campione non era stato inizialmente conservato da noi”, ha spiegato. E soprattutto ha aggiunto un dettaglio cruciale per comprendere la complessità delle indagini: “Quando passano dei mesi dall’ingestione di un veleno di questo tipo e il campione non viene protetto in un certo modo è anche possibile che le tracce del veleno svaniscano”. Un’affermazione che apre scenari importanti: la mancata rilevazione della ricina nel sangue non esclude automaticamente un’esposizione precedente, soprattutto in presenza di tempi lunghi e di condizioni di conservazione non ottimali dei campioni biologici. Lo stesso Locatelli ha poi offerto uno sguardo più ampio sul fenomeno, ridimensionando ma al tempo stesso contestualizzando la pericolosità della sostanza: “In Italia lo scorso anno ci sono stati 7-8 casi di intossicazioni da ricina, casi di ingestioni accidentali di piccole quantità e nessuno è deceduto”. Episodi legati per lo più all’ingestione di semi della pianta di ricino, che cresce spontaneamente anche nel nostro Paese. “Quelle persone avevano mangiato dei semi di quella pianta”, ha ricordato, sottolineando come i casi mortali rappresentino un’eccezione. Ma in quei casi i valore erano molto più bassi, naturalmente.
Indagini proseguono a tutto campo
Ed è proprio questa eccezionalità a rendere il caso di Pietracatella particolarmente inquietante. La ricina è una proteina altamente tossica, ma i decessi sono rari e generalmente associati a esposizioni significative o a contesti non accidentali. Un elemento che rafforza l’ipotesi investigativa di un avvelenamento doloso, ancora tutto da chiarire nelle sue modalità. Alla luce delle nuove risultanze, la Procura ha ribadito che “non cambia la posizione in ordine alle ipotesi accusatorie né quella giuridica degli interessati”. Le indagini proseguono “a tutto campo”, con l’obiettivo di ricostruire la dinamica dei fatti, individuare eventuali responsabilità e comprendere come la sostanza sia stata somministrata. Nei giorni scorsi era stato sequestrato il telefono di Alice Di Vita, figlia e sorella delle vittime e parte offesa nel procedimento, per cercare informazioni relative a quei giorni e a quelle cene natalizie dove la 18enne non era presente.
Parallelamente, si apre anche il fronte delle responsabilità mediche. Dopo la conferma dell’intossicazione, alcune difese chiedono l’archiviazione delle posizioni dei sanitari coinvolti. Secondo questa linea, l’assenza di un antidoto specifico e la difficoltà diagnostica della ricina escluderebbero margini di intervento efficaci da parte dei medici: sono cinque i camici bianchi che dopo la morte delle due donne erano stati indagati dalla procura di Campobasso per omicidio colposo. Madre e figlia erano state male e si erano rivolte a guardia medica e poi all’ospedale prima che la situazione precipitasse e morissero a distanza di un giorno l’una dall’altra.
Resta però il cuore dell’inchiesta: chi ha somministrato la ricina e in quale modo. La scienza ha fornito una risposta fondamentale, certificando la presenza del veleno. Ma il passaggio dalla verità scientifica a quella giudiziaria è ancora lungo. E passa attraverso quei dettagli – tempi, modalità, contatti – che gli investigatori stanno cercando di ricostruire pezzo dopo pezzo il mosaico di questo caso.