Disse Pertini: “Non c’è libertà senza giustizia sociale”. Ma noi abbiamo fatto il contrario
Dall’orazione ufficiale tenuta da Tomaso Montanari a Pavia, oggi 25 aprile 2026
Il 25 aprile del 1945 fu la voce di Sandro Pertini a chiamare, dalla radio, i milanesi allo sciopero generale e all’insurrezione. Venticinque anni dopo, nel 1970, un Pertini presidente della Camera così celebrava la grande di aprile: «Noi non vogliamo abbandonarci ad un vano reducismo. No. … Siamo qui per riaffermare la vitalità attuale e perenne degli ideali che animarono la nostra lotta. Questi ideali sono la libertà e la giustizia sociale, che costituirono un binomio inscindibile, l’un termine presuppone l’altro; non può esservi vera libertà senza giustizia sociale, e non si avrà mai vera giustizia sociale senza libertà. E sta precisamente al Parlamento adoperarsi senza tregua perché soddisfatta sia la sete di giustizia sociale della classe lavoratrice. La libertà solo così riposerà su una base solida, la sua base naturale, e diverrà una conquista duratura ed essa sarà sentita, in tutto il suo alto valore, e considerata un bene prezioso inalienabile dal popolo lavoratore italiano». «Solo così»: cioè costruendo giustizia sociale. Ma abbiamo fatto il contrario: e oggi ci chiediamo se l’indifferenza, o meglio la diffidenza, verso quei valori di libertà non si debba proprio spiegare così.
La distruzione di ogni giustizia sociale ha lentamente distrutto anche la «base solida» per l’idea stessa di libertà. Ed è così, per questa via, che gli italiani hanno smesso in massa di andare a votare, aprendo la via al governo di chi si riconosce a viso aperto nelle idee e nei miti aberranti del fascismo. Oggi, in un deserto ideologico, il razzismo, l’odio per la diversità, la pretesa della superiorità della propria cultura, un disperato egoismo sociale crescono velocemente, e si moltiplicano: perché sono ‘idee senza parole’ che abitano perfettamente il vuoto lasciato dalla mancanza di idee argomentate, confrontate con la realtà, passate al vaglio di una critica collettiva. La maggior parte di coloro che votano, o provano simpatia, per i partiti che continuano a credere nei miti del fascismo (e che rivendicano proprio questa «continuità») non ha probabilmente mai letto Mussolini e, quasi sempre ha un sincero orrore per la figura di Hitler: non sa quali siano le origini delle idee che pensa di condividere, e non immagina quali possano esserne le conseguenze sulla sopravvivenza della democrazia, e dell’umanità stessa. Non lo sa, e non se ne cura: nella convinzione che quelle idee siano ‘naturali’, e dunque più forti del diritto, o del senso morale.
A questo si aggiunge che il più potente mezzo di comunicazione orizzontale della storia umana – internet, con i social media – è oggi dominato da un «algoritmo [che] per massimizzare il tempo trascorso sulle piattaforme ha imparato a premiare non la verità, la gentilezza o l’empatia, ma le emozioni più forti e contagiose: la paura negli anziani, la rabbia nel ceto medio impoverito, l’insicurezza e l’ansia nei giovani».
Un vento potente soffia dunque nelle vele, in sé così poco attraenti, del fascismo. «È avvenuto, quindi può accadere di nuovo»: queste celebri, quanto inascoltate, parole scritte da Primo Levi nel 1986, seguono immediatamente la terribile constatazione per cui, «incredibilmente, è avvenuto che un intero popolo civile, appena uscito dalla fervida fioritura culturale di Weimar, seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito ed osannato fino alla catastrofe». Parole che acquistano una risonanza terribilmente attuale nel momento in cui la massima potenza economica e militare del mondo è guidata da Donald Trump, anche lui un istrione grottesco: obbedito e osannato, non sappiamo ancora fino a quale traguardo. Non si tratta ogni volta di misurare le differenze con Hitler e il nazismo, ma di andare al nocciolo morale della questione: la sostituzione del diritto con l’arbitrio, l’odio razziale, un uso ideologico della violenza contro gruppi di umani ritenuti meno degni di altri, il terrore come strumento politico.
La via per uscire da questo pericoloso vicolo cieco la indicano ancora una volta le parole di Carlo Rosselli: rimettere al centro la persona umana. Considerarla un fine, mai un mezzo. Ciò che è davvero decisivo è allora ricominciare ad attuare il progetto della Costituzione della Repubblica, assumendo come bussola suprema proprio la persona umana. I nemici della Costituzione hanno tutti in comune una cosa: la riduzione a mezzo, a strumento, della persona umana: al servizio del profitto di pochi, o al servizio del mito del sangue. Per contrastarli davvero è necessario – diceva Piero Calamandrei – «dare ad ogni uomo la dignità di uomo»: a cominciare dalla donna, ancora schiacciata da un secolare dominio maschile. Sottomissione, mercificazione del corpo e negazione del valore della diversità: il processo dell’esclusione delle donne rappresenta e simbolizza ogni altra espropriazione di umanità. È lo stesso che viene usato per trasformare in inferiorità ogni diversità, a partire da quelle legate al rifiuto del modello binario. Il dominio maschile è premessa al dominio dei bianchi, degli occidentali, dei ricchi: come la presidenza Trump rende evidente nel suo progetto di gerarchizzazione socio-razziale degli Stati Uniti e del mondo.
La risposta più carica di futuro a tutto questo è l’attuazione di un progetto di giustizia sociale che redistribuisca la dignità e la ricchezza, garantisca un lavoro non umiliante e sicuro che liberi le persone dal bisogno e dall’ignoranza. E, nella vita di ogni giorno, la ricostruzione di una rete di rapporti personali non basati sulla competizione, ma sull’ascolto, l’aiuto, l’empatia.