La giornalista uccisa da Israele in Libano riceveva minacce da uno youtuber pro-Netanyahu: “Sappiamo dove sei e ti raggiungeremo”
Sembrava un “semplice” atto di sadismo, quello nel messaggio Whatsapp che Amal Khalil, giornalista di Al Akhbar, aveva ricevuto quasi due anni fa, a settembre 2024, da un numero israeliano, riconducibile al podcaster Gal Gideon Ben Avraham, che dirige un canale Youtube sul Medioriente ed è stato spesso ospite di trasmissioni su Channel 14, emittente vicina al governo. Uno dei tanti messaggi che i giornalisti libanesi che operano nel sud del Paese hanno ricevuto in questi due anni, soprattutto gli operatori di Al Manar e Al Mayadeen, il primo affiliato ed il secondo solidale con la narrativa geopolitica di Hezbollah. Proprio come Al Akhbar, che però a differenza dei primi due ha un orientamento del tutto laico e progressista, attento in particolare ai temi della giustizia sociale e dei diritti civili.
“Ok, cara. Ti stai muovendo da un villaggio all’altro, ma non sei ancora stata in ospedali o funerali a sufficienza. Ci sono molto dolore e tristezza dietro a quel sorriso che provi a mostrare su Twitter. Vediamo quale sarà la tua risposta. La tua casa è ancora in piedi, Anisa (compagna, ndr)? Lo spero”, gli aveva scritto il podcaster. Che poi aveva continuato: “Sappiamo dove ti trovi e ti raggiungeremo a tempo debito. Anche se per noi non sei importante, alla fine faremo le nostre considerazioni. Ti suggerisco di trasferirti in Qatar o da qualche altra parte, se vuoi che la tua testa rimanga collegata alle tue spalle”, diceva Ben Avraham che si descrive come un ex sergente delle Idf che “continua ad aiutare l’intelligence israeliana”.

Mercoledì, verso le 14:45, Amal Khalil e la sua collega Zeinab Faraj si trovavano in auto nei pressi di Tayri, nel sud del Libano, per occuparsi delle conseguenze dei devastanti bombardamenti israeliani sulla vicina Bint Jbeil, cittadina di 30mila abitanti prima della guerra, ora ridotta ad un cumulo di macerie. A un certo punto, la macchina che le precede viene colpita da un drone israeliano, uccidendo entrambi i suoi passeggeri. Khalil e Faraj, sotto choc, escono dalla loro vettura e, secondo quanto riferito sulla timeline pubblicata dal loro giornale, si rifugiano immediatamente in una abitazione lungo la strada.
Alle 14.50 contattano quindi i loro superiori e le loro famiglie, la notizia della loro situazione inizia a girare, e spinge addirittura il presidente del Libano, Joseph Aoun, a rilasciare una dichiarazione ufficiale, in cui chiede alla Croce Rossa di portarle in salvo, coordinandosi con l’Esercito libanese e l’Unifil. Poco più di un’ora e mezza dopo, alle 16.27, la casa in cui Khalil e Faraj si sono rifugiate viene bombardata dall’aviazione israeliana. Le due, da quel momento, risultano irrintracciabili.
Secondo quanto riferito ad Al Jazeera da un ufficiale delle Forze Armate Libanesi, le truppe israeliane in Libano a quel punto si rifiutano di garantire all’Esercito l’accesso al sito bombardato, permettendo solo in seguito – in modo parziale e ancora sotto ulteriori bombardamenti circostanti – l’ingresso della Croce Rossa. I soccorritori trovano Zeinab Faraj con gravi ferite alla testa e riescono ad evacuarla, insieme ad altri due civili uccisi nel raid, ma non gli viene permesso di cercare Amal Khalil. Il veicolo dei paramedici, come poi riporterà la NNA, viene colpito da alcuni proiettili sulla strada verso l’ospedale di Tubnin ma alcune ore dopo farà ritorno sulla scena dei bombardamenti, dove troverà il corpo di Amal Khalil senza vita.
Il mese scorso le Idf avevano già assassinato proprio tre cronisti di Al Manar (il sessantenne Ali Shoeib, accusato senza alcuna prova di essere un “funzionario di intelligence di Hezbollah”) e di Al Mayadeen (Fatima Ftouni e suo fratello Mohammad). A novembre 2023 erano stati uccisi, in un raid delle Idf nei pressi di Yaroun, Farah Omar e Rabih Al Maamari, mentre il mese precedente era toccato al fotografo della Reuters Essam Abdallah, raggiunto dai colpi di un carro armato israeliano vicino ad Alma Al Shaab. Tutti mostravano, sui loro corpi e sulle loro auto, i segnali identificativi della stampa.
Ad ottobre 2024, Wissam Qassam, Mohammad Rida e Ghassan Najar – il primo di Al Manar, i secondi di Al Mayadeen – erano stati colpiti di notte, mentre dormivano in una residenza temporanea per giornalisti nei pressi di Hasbaya. Il triplice assassinio era avvenuto in quel caso senza nessun avvertimento prima del bombardamento, e dopo che, secondo la BBC, i tre avevano nel pomeriggio precedente fornito tutte le informazioni necessarie sulla loro collocazione, sui movimenti e sui tempi alle truppe Unifil che le hanno passate poi allo stesso esercito israeliano. Sono finora 14 i giornalisti libanesi uccisi dalle IDF da ottobre 2023, e oltre 260 quelli uccisi nello stesso periodo nella Striscia di Gaza, secondo i numeri forniti dal Committee to protect Journalists (Cpj).
Quel che è accaduto nelle ore successive all’omicidio di Amal Khalil, appare persino più inquietante. A differenza degli altri casi a Gaza, nei quali le Idf avevano giustificato gli assassinii accusando le vittime di essere “combattenti di Hamas travestiti da giornalisti”, o nel migliore dei casi parlando di “effetti collaterali“, dovuti alla vicinanza dei giornalisti a dei miliziani – cioè la stessa scusa utilizzata in occasione dell’assassinio della cittadina americana Shireen Abu Akleh di Al Jazeera nel 2022 -, questa volta la dinamica appare diversa e per alcuni versi simile a quella del triplice assassinio di un mese fa di Ali Shoeib e Mohammad e Fatima Ftouni.
Con le Idf che si sono rifiutate di commentare l’accaduto, il reporter di Drop Site News, Jeremy Loffredo, ha provato a scrivere un messaggio al citato Gal Gideon Ben Avraham, autore delle minacce a Khalil. Ben Avraham risponde anche a lui: prima con un messaggio in cui lamenta “gli attacchi dei media” e poi con alcuni messaggi vocali in cui si propone di “spiegare la questione”. Lo Youtuber ripete in sostanza le accuse riferite a Loffredo, aggiungendo poi dei surreali elementi di pura propaganda, secondo cui Hezbollah impedirebbe ai giornalisti libanesi che lavorano in emittenti non affiliate al partito, come Al Jadeed o Mtv Lebanon, di fare il loro lavoro nel sud, e “uccide chiunque faccia il giornalista in canali non vicini a Hezbollah, accusandolo di propaganda sionista”, utilizzando quindi queste accuse come la prova che i cronisti sorpresi sul posto non possono che essere organici al Partito di Dio (che per lui significa terroristi, anche se sono dei civli, ndr).

Ciò peraltro è oggettivamente falso, e lo si vede anche dalla affiliazione – come quella di Essam Abdallah e Christina Assi, colpita insieme a lui, a cui hanno dovuto amputare una gamba – di decine di giornalisti libanesi uccisi dalle Idf in questi due anni. Nel secondo messaggio vocale, Ben Avraham si prende anche la briga di citare spontaneamente l’emittente regionale Al Jazeera – che in questi anni ha visto uccidere varie decine di suoi collaboratori -, accusandola di lavorare per Hamas.
Lo scambio con Jeremy Loffredo va poi avanti, finché Ben Avraham decide di mandargli un chiaro avvertimento, non prima di rivelare – forse in modo involontario? – quale sia la logica prettamente settaria utilizzata dalle Idf che punta a creare fratture all’interno della multiconfessionale società libanese e prende di mira l’intera comunità sciita – con l’obbiettivo che non faccia mai più ritorno al sud – nella consapevolezza che la stragrande maggioranza dei suoi appartenenti sostengono (ed anche un sostegno “emotivo” è sufficiente) il ruolo di Hezbollah: “Sto pensando alla possibilità che anche tu sia uno di loro. Ti sto consigliando di trovare dei partner diversi in Libano. Ci sono tante persone perbene lì, tra i maroniti, tra i sunniti, tra i drusi e altri. Cerca di adottare la loro, di narrativa. Sei molto, ma molto ingenuo”.
