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“Individuati geni della resistenza agli antibiotici nel 90% dei neonati”, la scoperta che preoccupa i ricercatori

Lo studio è stato presentato al congresso della European Society of Clinical Microbiology and Infectious Diseases a Monaco di Baviera. Riapre la questione dell'antibiotico-resistenza (Amr) su cui l'Oms insiste da anni: "La presenza di geni così presto è molto preoccupante”
“Individuati geni della resistenza agli antibiotici nel 90% dei neonati”, la scoperta che preoccupa i ricercatori
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Pensiamo che la nascita sia un nuovo inizio, un momento in cui tutto è possibile. A quanto pare, almeno per i batteri, qualcosa sembra già deciso. Un nuovo studio presentato al congresso della European Society of Clinical Microbiology and Infectious Diseases a Monaco di Baviera apre a uno scenario tutt’altro che rassicurante nella lotta alla antibiotico-resistenza (Amr). I ricercatori dell’Università di Tessalonica in Grecia hanno analizzato il meconio, ovvero le prime feci dei neonati, di 105 bambini ricoverati in terapia intensiva nelle loro prime 72 ore di vita. Il risultato non fa ben sperare: oltre il 90% dei campioni in esami contiene già i geni legati alla resistenza agli antibiotici. La media è di otto per ogni neonato.

“La presenza di geni così presto è molto preoccupante”, ha osservato Argyro Ftergioti, uno degli autori dello studio. A impensierire gli scienziati è soprattutto la scoperta che la lotta contro i batteri resistenti non comincia solo in età adulta negli ospedali o con le prime infezioni. Al contrario, inizia molto prima di quanto si pensasse. Per anni si è creduto che il meconio fosse sterile, una pagina bianca microbiologica. Secondo il coordinatore dello studio, Elias Iosifidis, il profilo di resistenza invece si costruisce già in questa fase iniziale di vita, influenzato da fattori come la trasmissione materna, il tipo di parto e le primissime esposizioni ospedaliere. Non a caso nei neonati le cui madri erano state ricoverate durante la gravidanza o che avevano ricevuto un catetere venoso subito dopo la nascita, alcuni geni risultavano più frequenti.

I numeri a livello globale non tranquillizzano. Secondo il Global Antibiotic Resistance Surveillance Report 2025 dell’Organizzazione mondiale della sanità, un’infezione su sei nel mondo non risponde più agli antibiotici. Nelle aree più povere una su tre. Batteri come Escherichia coli e Klebsiella pneumoniae stanno diventando sempre più difficili da trattare evocando il rischio di un ritorno all’era pre-antibiotica, quando una polmonite o un’infezione post-operatoria potevano essere una condanna.

Ad aggravare la situazione già problematica ci sono due fattori: l’uso improprio degli antibiotici e il rallentamento delle scoperte scientifiche. Nel primo caso, i numeri del Rapporto AIFA sui consumi antibiotici nel 2023 (pubblicato nel 2025), sono impietosi. Si osserva infatti un aumento del consumo, con picchi del 40% durante i mesi invernali. Il dato suggerisce anche un uso improprio per il trattamento di virus influenzali e parainfluenzali, contro cui però gli antibiotici sono inefficaci. Crescono le prescrizioni pediatriche, aumenta l’uso in ospedale e si registra perfino un consumo record di antiacidi gastrici, che alterando la flora intestinale possono favorire la selezione di batteri resistenti.

Il secondo fattore invece, quello che riguarda le scoperte della scienza, non è da meno. Gli antibiotici sono farmaci miracolosi che però nascondono un paradosso: proprio attraverso il loro utilizzo, consumano la propria efficacia. Più li usiamo, più selezioniamo quei ceppi capaci di sopravvivere. E mentre la pressione selettiva aumenta, l’innovazione rallenta. Dopo gli anni ’80, la scoperta di nuovi antibiotici ha subito un drastico calo anche perché in genere sono prodotti da microorganismi naturali come la penicillina o la streptomicina. Molti di quelli disponibili oggi sono varianti di molecole già note.

Tuttavia, grazie alle nuove scoperte, come quella dei ricercatori di Tessalonica, stiamo scoprendo sempre di più che non si tratta solo di una colpa umana. È infatti di marzo il ritrovamento di un batterio vecchio di 5mila anni in un blocco di ghiaccio nelle profondità della grotta di Scărișoara, in Romania. Si tratta di un microorganismo, Psychrobacter SC65A.3, capace di resistere a dieci antibiotici moderni appartenenti a otto classi diverse. Significa che la resistenza non è solo una conseguenza dell’abuso contemporaneo di antibiotici. È anche un tratto antico, inscritto nell’evoluzione microbica perché i batteri seguono la legge darwiniana molto meglio di noi. Si adattano, mutano e selezionano varianti per sopravvivere in tempi infinitamente più rapidi dei nostri. Più li colpisci, più si fortificano.

E allora la domanda da porsi è: cosa potrebbe succedere se gli antibiotici smettessero di funzionare? La medicina moderna perderebbe uno dei suoi pilastri. Trapianti, chemioterapie, terapie intensive: tutte procedure che presuppongono la possibilità di controllare le infezioni. È il motivo per cui l’Oms insiste da anni sull’approccio “One Health” che consiste nella riduzione dell’uso di antibiotici per gli esseri umani ma anche negli allevamenti e nell’agricoltura. Aumentare la prevenzione è una delle chiavi per seguire questa via, passando soprattutto per l’uso dei vaccini. La vaccinazione antinfluenzale, per esempio, riduce il rischio di sovrainfezioni batteriche e, di conseguenza, il ricorso agli antibiotici.

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