In Giappone aumentano i casi di bullismo nelle scuole, ma spesso a rimetterci due volte sono le vittime
In giapponese si chiama ijime (bullismo), il modus operandi che almeno dagli anni 80 continua a esistere nelle scuole di ogni grado, negli ambienti di lavoro, e nella società in genere. Il modo in cui “bullizzare” si è però evoluto nel tempo, aggiungendo ad aggressioni fisiche e psicologiche attuate di persona, il cyberbullismo che agisce attraverso la rete aumentando di molto le possibilità dei bulli di vantarsi. Le conseguenze sono sempre più evidenti, particolarmente dannose fra i minori di 18 anni, e in questo inizio del nuovo anno fiscale e scolastico (in Giappone parte dal primo di aprile) si vedono già delle criticità seguite da tentativi per ridurre i casi. Per il 2026 il governo giapponese e gli esperti in materia vogliono intensificare gli sforzi tesi a combattere il bullismo contemporaneo, puntando sul monitoraggio 24/ 7, sulla prevenzione basata sull’intelligenza artificiale, su sanzioni legali più severe e su interventi tempestivi al fine di ridurre i casi di suicidio, nonché l’assenteismo scolastico. Anche perché dall’essere vittime di ijime al ritiro sociale hikikomori e altre risposte borderline, il passo è breve. Tali misure stanno dando alcuni risultati positivi, ma non del tutto.
Sul quotidiano Japan Today si legge che a gennaio è diventato virale un video (oltre 100 milioni di visualizzazioni) che mostrava degli studenti di una scuola superiore a Utsunomiya (Prefettura di Tochigi) intorno a un loro compagno mentre uno di loro lo picchiava, a cui sono seguite indagini, interventi da parte della scuola e una serie di insulti online sui social media. Dopo aver visionato il filmato è intervenuta la polizia, interrogato le persone coinvolte e lo studente che aveva picchiato il compagno, deferendolo alla Procura con l’accusa di lesioni personali. Sono tre i video che recentemente mostrano episodi di violenza tra studenti delle scuole medie di Oita, (Kyūshū) classificati come gravi casi di ijime ai sensi della legge sulla promozione delle misure di prevenzione del bullismo, e a Osaka ne è stato messo in rete un altro, in cui si vede un bambino delle scuole elementari spinto in mare in maniera aggressiva e non per gioco, da compagni di scuola e ragazzini delle scuole medie. La responsabile di un Istituto di Ricerca senza scopo di lucro dedicato alla sicurezza dei bambini, Miyata Mieko, sostiene che grazie all’uso dei cellulari “gli studenti possono facilmente condividere tali episodi, e gli ambienti chiusi in cui un tempo avvenivano gli episodi di bullismo non sono più la norma”. In realtà è lo stesso corpo insegnanti, i dirigenti delle scuole e i genitori che nonostante il trascorrere degli anni, non agiscono efficacemente e sembrano non trovare risposte alla gravità della situazione. E non sono pochi i genitori delle vittime che lamentano gli scarsi interventi degli adulti, a volte perfino la complicità degli insegnanti con i più forti a danno dei più deboli.
In alcuni casi, il solo fatto di essere vittima di bullismo può bastare a suscitare il risentimento degli altri bambini. È successo ad esempio che uno studente con molte bruciature di sigaretta sul braccio sia stato espulso dalla scuola per averle mostrate ai compagni e aver causato loro “ansia”. Una scuola ha avuto il coraggio di chiedere ai genitori di una vittima di bullismo se potessero annunciare il suicidio del figlio come un “incidente”, anziché informare gli studenti dell’esito delle loro molestie.
E ancora: “Recentemente ho dovuto cambiare la scuola di mia figlia (in campagna, con pochi alunni) a causa del bullismo che le altre ragazze della classe le hanno inflitto per un anno intero” scrive un padre che si firma “ancora molto arrabbiato” nei commenti a un articolo sull’argomento. Sembra quasi che i bulli e i loro genitori siano protetti dalle loro azioni mentre le vittime vedono stravolgere le proprie vite.
È un problema sociale serio, di cui si scrive da anni in diversi romanzi contemporanei come “Heaven” di Kawakami Mieko e “Colorful” di Mori Eto, nelle trasposizioni in film, negli anime e manga di produzione giapponese, e non qualcosa che può essere risolto con opuscoli e vaghi richiami, né con la repressione fine a se stessa. Il ministero dell’Istruzione ha ordinato alle scuole di condurre indagini urgenti e individuare casi non segnalati, e raccomanda di insegnare etica dell’informazione per impedire la diffusione di contenuti violenti. Per affrontare a fondo la situazione sarebbe forse necessario un maggiore approccio alla psicologia e alla salute mentale, soprattutto modificare il diffuso “senso di vergogna e inadeguatezza” che impedisce a famiglie e vittime di bullismo di chiedere aiuto e denunciare.