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Il “boom del lavoro” si sgonfia: giovani e donne ancora esclusi, il governo punta tutto sugli incentivi

Finora i benefici sono stati solo per gli uomini over 50. Meloni vuole correre ai ripari con il nuovo decreto Primo maggio
Il “boom del lavoro” si sgonfia: giovani e donne ancora esclusi, il governo punta tutto sugli incentivi
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Dopo aver parlato per tre anni di “boom di posti di lavoro”, il governo ha preso coscienza del fatto che quella narrazione inizia a scricchiolare e corre ai ripari. Nel decreto Primo Maggio, che sarà appunto approvato in prossimità della festa dei lavoratori, punterà tutto sugli incentivi per assumere donne e giovani. Le due categorie che non hanno tratto vantaggio dalla crescita di questi anni, trainata in realtà dagli uomini over 50, trattenuti al lavoro anche a causa dell’aumento dell’età pensionabile a cui lo stesso governo Meloni ha contribuito tradendo la promessa di cancellare la legge Fornero (che invece è stata aggravata). L’obiettivo del governo è quindi rendere strutturali gli sgravi per under 35 e donne, che altrimenti scadrebbero uno ad aprile e l’altro a dicembre.

Insomma, la batosta del referendum, i sondaggi che mostrano il sorpasso del campo largo, e una serie di certezze sono crollate. I dati sul mercato del lavoro hanno costituito sin dal 2023 una solida base di propaganda per il governo Meloni, ma in realtà erano un’illusione ottica. Da quando Meloni siede a Palazzo Chigi, i posti di lavoro a tempo indeterminato sono cresciuti di 1,2 milioni. Ma già a partire dal 2025, la crescita ha nettamente rallentato. L’unica fascia di età che mostra una crescita è quella delle persone con più di 50 anni. Addirittura, nell’ultimo anno è salita di tanto la quota di persone che non cercano neppure un lavoro. Nella fascia di età tra 25 e 34 anni, avevamo un tasso di inattività del 24,9% a inizio legislatura e ora siamo addirittura arrivati al 26%. Insomma, i giovani continuano a fare fatica a entrare nel mondo del lavoro, malgrado quanto suggerito dall’analisi superficiale dei numeri. Oltre al problema dei salari: a differenza dei Paesi che hanno il salario minimo, come Germania, Francia e Spagna, l’Italia non ha recuperato del tutto la perdita di potere d’acquisto dovuta all’inflazione del 2022/23. Siamo ancora l’8% sotto rispetto al livello delle retribuzioni lorde del 2021.

Questioni difficili da nascondere sotto il tappeto dei dati, visto che si tratta di problemi percepiti facilmente dalle persone. Ora quindi lo snodo è fondamentale. Da un lato, il 18 aprile scade il tempo per approvare il decreto sul “salario adeguato”, cioè per esercitare la delega con cui il governo ha respinto la proposta di salario minimo a 9 euro presentata dalle opposizione. L’occasione cade a pochi giorni dal Primo Maggio, data che il governo Meloni ha usato sin dal primo anno per approvare provvedimenti simbolici sul lavoro. La situazione però non è semplice, perché c’è il problema delle risorse. Una prima bozza dello schema di decreto, infatti, riportava una serie di misure: la proroga della detassazione degli aumenti salariali derivanti dai rinnovi contrattuali, che l’attuale manovra prevede per i contratti rinnovati entro il 2026; poi ancora una serie di sgravi legati al lavoro accessorio, ai premi di risultato e al welfare aziendale.

Misure troppo costose se prese tutte insieme, ecco perché quella bozza è stata cestinata. L’obiettivo è concentrarsi sugli sgravi per le assunzioni di donne e giovani, ma al ministero continua a piacere la detassazione al 5% degli aumenti salariali, la norma che – quando un contratto collettivo viene rinnovato – fa crescere il netto in busta paga dei lavoratori attraverso un’imposta minore rispetto all’attuale Irpef. Ecco perché nelle prossime ore proseguirà il confronto con la Ragioneria, per capire ciò che sarà possibile far entrare nel decreto.

Nella bozza era presente anche una mini versione di scala mobile: un meccanismo che mirava a incentivare maggiore tempestività nei rinnovi dei contratti nazionali. In pratica, dopo sei mesi dalla scadenza del contratto, la norma obbligava le imprese ad aumentare gli stipendi del 30% dell’inflazione prevista, per poi passare al 60% dopo 12 mesi. Sembra però che questa ipotesi sia stata scartata per il momento, troppo pervasiva per il centrodestra che invece ha sempre cercato di non imporre troppi obblighi alle imprese.

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